L’editoriale di maggio
Il disordine che abbiamo intorno

È per questo che ieri pomeriggio, quando il numero che state sfogliando era già chiuso, chi scrive ha sentito la necessità, innanzitutto verso i lettori (ma anche verso sé stesso) di rimettere mano alla copertina e riscrivere questo editoriale.
Da dove cominciare nel commentare le immagini di un ministro israeliano che umilia sfrontatamente delle persone private della loro libertà e affidate al potere di quello Stato? Uno dei principi delle democrazie occidentali – la nostra lo prevede all’art. 13 della Costituzione, in generale è espresso dalla formula habeas corpus – è che i corpi (e le anime) di chi è detenuto, a qualsiasi titolo, anche solo temporaneamente, vanno salvaguardati. È un principio a tutela della loro integrità fisica e dignità, ma anche a tutela dell’integrità morale dello Stato che esercita su di loro il potere.
Ieri questo in Israele non è accaduto. È successo invece che un uomo, che trent’anni fa auspicava la morte di Yzthak Rabin e guardava con simpatia a Baruch Goldstein, il fanatico stragista nella moschea di Hebron, abbia aperto la propria campagna elettorale per il voto politico di autunno con gesti violenti e sfrontati, che il presidente Mattarella ha definito infimi.
Ben Gvir è il prototipo di un modello politico oggi diffuso dalla destra non solo israeliana, basato su suprematismo, razzismo, intolleranza, fanatismo. Le immagini di quest’uomo, che in patria ha collezionato, prima di diventare incredibilmente ministro (della polizia per di più), una serie di denunce per crimini che avrebbero dovuto portarlo direttamente in carcere, testimoniano la profonda crisi che vive Israele. Il governo Netanyahu è colpevolmente incapace di uscire da uno schema che pare sempre più speculare a quello dei terroristi di Hamas, che difatti sembra voler combattere con gli stessi strumenti e la stessa fanatica ideologia. Dolore, vergogna e rabbia sono le sensazioni provate nel vedere quella protervia arrogante, quella pervicace volontà di stracciare ogni relazione diplomatica e di amicizia che Israele aveva con chi fino ad oggi ne comprendeva le ragioni, pur di fronte alla smisurata reazione all’attacco del 7 ottobre 2023.
Non è un gesto isolato quello di Ben Gvir. Pochi giorni fa la Knesset ha approvato (93 favorevoli su 120) la legge che istituisce dei giudici speciali per processare i crimini commessi da Hamas il 7 ottobre 2023, passibili nei casi più gravi della pena di morte, dopo che il mese precedente era stato approvato un altro provvedimento (non retroattivo) che sanziona con la pena di morte i palestinesi giudicati colpevoli di attentare alla sicurezza dello Stato.
Credo che tutte le voci sinceramente democratiche, anche dentro il mondo ebraico italiano, non possano tacere di fronte a comportamenti che non vanno più considerati gesti isolati. A prescindere da chi finanzia davvero operazioni economicamente onerose come la Flottilla, o dall’ideologia di molti che vi partecipano (emblematico il loro rancore verso “l’entità sionista” o “l’entità occupante”), l’illegalità di Ben Gvir, per non parlare della violenza quotidiana in Cisgiordania, richiedono una condanna esplicita e chiara.
Anche perché il futuro attorno a noi è cupo. La prospettiva internazionale sembra condurci verso la confusione, il disordine, l’aumento esponenziale della violenza. Le guerre che oggi si contendono la scena sembrano animate da istinti tribali, che le categorie con cui si erano letti (e risolti) i conflitti del Novecento appaiono incapaci di decifrare.
Altri segnali, stavolta provenienti dall’Europa, sottolineano l’incertezza e i pericoli del nostro tempo, in particolare per gli ebrei.
A Londra il quartiere a maggiore densità ebraica, Golders Green, è da tempo oggetto di costanti attacchi a stampo antisemita (a fine aprile altri due accoltellati), al punto che pochi giorni fa Re Carlo II ha sentito la necessità di andare in visita ed esprimere la solidarietà della Corona ai suoi abitanti. Quasi in risposta, lo scorso fine settimana un affollato corteo è sfilato per la capitale, espressione dell’estrema destra di Farage e Robinson, xenofoba e razzista, ma a sostegno del governo altrettanto radicale di Benyamin Netanyahu.
Nella confusione generale, infatti, accade spesso che gli opposti estremismi convergano, non solo in Medio Oriente. In Italia, lo scorso 25 aprile, il corto circuito è stato totale. Se a Milano la Brigata ebraica veniva di fatto cacciata dal corteo della Liberazione da attivisti Propal, a Roma un giovane iscritto alla comunità ebraica faceva fuoco – per fortuna solo con un’arma ad aria compressa – contro una coppia di sessantenni colpevoli di festeggiare la Liberazione con un fazzoletto dell’Anpi al collo. Ottantuno anni dopo la liberazione dal nazifascismo, viviamo un tempo in cui molti che si riconoscono in un’associazione nata dall’antifascismo gridano frasi antisemite contro gli ebrei, e un ebreo compie atti di violenza a danno di chi manifesta pacificamente contro il nazifascismo.
È come se la guerra fosse entrata nei nostri cuori e nelle nostre menti. E non possiamo continuare a fingere di non vedere il disagio, ma anche la violenza che serpeggia nelle nostre comunità, soprattutto tra i più giovani, come spiegano Ariel Di Porto e Giorgio Gomel in questo numero; una violenza pericolosa, che richiede una risposta chiara delle istituzioni ebraiche.
Se non arginata, la violenza che attraversa questi tempi dilaga e ci contagia. Come se ci sentissimo coinvolti e spinti a reagire sotto la spinta e le emozioni della violenza in Ucraina, nei kibbutzim attaccati da Hamas, a Gaza e in Libano, in Cisgiordania, sui cieli di Israele, in Iran. Eppure, tale reazione non c’è. Anzi. Chi ha la responsabilità di tentare una mediazione politica è troppo debole o ha troppi interessi per intervenire, chi ne è coinvolto è animato da un desiderio di odio e di vendetta, anche a casa propria, che si autoalimenta.
Nonostante ciò, continuiamo a sostenere che il nuovo equilibrio che deve subentrare a quello rotto dalla violenza di Hamas e dell’Iran il 7 ottobre e alimentato dalle spinte radicali estreme del governo israeliano non può essere raggiunto con le armi. In questo numero di Riflessi abbiamo chiesto a due tra i più esperti analisti italiani, Maurizio Molinari e Massimo Franco, una valutazione su alcune delle maggiori leadership tra quelle che siedono al tavolo che conta, quello dei potenti della terra. A quel tavolo l’Europa finora è assente, mentre l’Italia di Giorgia Meloni, che ha provato a lungo a coprirsi dietro le spalle di Trump, ora tenta di cambiare lato, cercando una sponda forse troppo tardiva e troppo opportunista con i partner europei per sembrare credibile.
Assistiamo alle guerre che divampano convinti che non sarà la violazione del multilateralismo e il ritorno dei grandi Imperi la soluzione per chi ha a cuore le democrazie e il futuro di Israele. È probabile che fino a tutto l’autunno l’instabilità internazionale permanga; dopo, una volta che negli Stati Uniti e in Israele la democrazia si sarà espressa con il voto, ci troveremo in un’altra fase. Che direzione essa prenderà è però al momento troppo presto per immaginarlo.
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