Philip Roth, autore fisico e metafisico: ecco il suo genio

In occasione della nuova versione di “Operazione Shylock”, ne abbiamo parlato con il traduttore, Ottavio Fatica

Operazione Shylock è un libro estremamente complesso, stratificato, intrecciato, però anche sorprendente, esilarante, corrosivo. Insomma, è un libro “rothiano”. Cosa si prova a tradurre un’opera come questa?

Ottavio Fatica è traduttore di molti classici della letteratura mondiale

Banalmente ti rispondo che si prova piacere. Se si traduce da tanto tempo, come è capitato a me, si sa che i testi più difficili sono quelli che poi danno maggiori soddisfazioni. A volte ti ci rompi la testa, perché devi risolvere una serie di problemi, ma quando ne esci vivo, onestamente, è un gran piacere. Di tutti i libri letti o riletti di Roth, Operazione Shylock era quello che mi era piaciuto di più. Ci trovo tante cose strane che Roth è riuscito a combinare in modo magistrale. Se altri suoi romanzi sono, per così dire più “normali”, questo è il più diverso, anche sul piano stilistico. Per questo mi era piaciuto moltissimo, e così Adelphi mi ha proposto di tradurlo.

Perché rileggere Roth, oggi?

Roth, confesso, era uno scrittore che a me era sfuggito da giovane, quando cioè leggevo tantissimo. Forse perché ho avuto sempre una grande ammirazione per la generazione precedente, e quindi autori come Salinger o Malamud certo li apprezzavo, ma per me erano a un livello più basso rispetto ad esempio a Scott Fitzgerald. Ora, invece, grazie a Roth ho scoperto l’autore che secondo me, della sua generazione, è il migliore degli scrittori americani del dopoguerra. E poi è quello che ha scritto più di tutti; delle sue opere moltissime non sono solo belle, ma anche importanti. Perché leggerlo? Ti direi che se la letteratura non vuole morire, allora deve fare in modo di far leggere buoni libri. E Philip Roth è un autore che ha lasciato almeno una dozzina di titoli che meritano di appartenere al canone della letteratura del Novecento. Ora, c’è anche da dire che Adelphi è una casa editrice famosa per recuperare e rilanciare scrittori caduti in una zona d’ombra. Anche se non si può dire che Roth sia stato dimenticato, certamente l’operazione editoriale è ambiziosa: farlo scoprire o riscoprire. In questo caso, parliamo di un gran bel libro. Roth mette insieme due caratteristiche che non sempre si riscontrano nello stesso autore.

la nuova versione di Operazione Shylock è uscita per Adelphi

Quali?

Se Roth si limitasse a scrivere bene, avrebbe fatto libri interessanti, ma non necessariamente dei bei libri. Ma lui è un autore che non solo sa scrivere molto bene, ma anche raccontare con diversi registri linguistici le storie di cui parla. Operazione Shylock era passato quasi in sordina alla sua prima uscita, quasi quarant’anni fa, ed è strano, perché è davvero un libro notevole. Ora spero che con questo rilancio possa essere scoperto per il suo valore.

Il motivo della scelta di tradurre questa opera in questo momento è intuitivo, perché si parla di intifada, confitto israelo palestinese, antisemitismo, guerra di spie. Tutto molto attuale. Questo mi porta a chiederti: da cosa si riconosce un classico in letteratura? Dal tema che affronta, universale o attuale a distanza di decenni? Dal linguaggio, dalla voce, che utilizza? Dalle idee che si dipanano sotto la trama?

Non so se esistono davvero argomenti universali che decretano il successo di un’opera. Ad esempio, io sono un ammiratore di Samuel Beckett, e lui non dice quasi nulla nelle sue opere, e lo fa per sottrazione, con uno stile davvero minimo; eppure dice cose bellissime riguardo a cose apparentemente banali. Ti rispondo dunque che tutto può essere un tema universale, se si riesce a parlarne come fanno i grandi autori. Credo che Roth sia oggi un classico perché riesce a combinare doti diverse. È unico nella letteratura occidentale perché combina, ad esempio, personaggi viscerali, fisici, con scene di vita quotidiana, e però riesce anche ad essere così distaccato nel momento in cui parla delle sue figure, da osservarle quasi con un intento speculativo, metafisico. Questa capacità di combinare tali qualità è davvero rara. Prendi due autori profondamente diversi come Henry Miller e Jorge Luis Borges. Il primo è profondamente fisico, mentre il secondo è profondamente metafisico. È difficile unire le due qualità. Borges è un genio, ma è troppo intelligente per essere anche un bravo narratore. Roth sa calare nei suoi personaggi così sanguigni la profondità riflessiva di un autore come Borges. La sua scrittura è un continuo studio di come funziona l’essere umano. Tutti i suoi personaggi, anche quelli apparentemente secondari, sono grandi personaggi, che lui cesella fin nei dettagli. In Operazione Shylock, per esempio, un cammeo è dedicato al figlio dell’amico arabo di Roth, che nel libro rimane in silenzio, eppure grazie a Roth anche quel silenzio ha peso. Roth è un autore universale, nella sua scrittura basta una piccola battuta e i personaggi che la pronunciano si animano. Ma Roth è anche un farabutto, perché non si fa scrupoli di assegnare ai suoi personaggi battute fulminanti, quasi inammissibili, che certo a volte non elevano moralmente chi le pronuncia, ma che nell’insieme producono grande letteratura. Roth è un classico perché la sua scrittura abbraccia tutta l’umanità.

Philip Roth (1933-2018)

Hai dichiarato che una nuova traduzione era necessaria. Cosa c’era che non andava nella precedente?

Mentre lavoravo ho sempre avuto vicino la traduzione precedente (curata da Vincenzo Mantovani per Einaudi, n.d.r.). Se infatti ci sono traduttori che temono di essere condizionati, come ad esempio Natalia Ginzburg, al contrario io credo che sia un errore ignorare le versioni precedenti. Ogni volta che una traduzione mi pone un problema, dopo aver tentato di risolverlo, vado sempre a vedere come se la sono cavata gli altri miei colleghi. Per tradurre Moby-Dick, ad esempio, ho fatto riferimento a quattro o cinque traduzioni. La versione precedente di Operazione Shylock in effetti mi è sembrato che lasciasse a desiderare. In alcuni punti era tirata un po’ via, mentre Roth non spreca neanche una riga, una virgola. E poi c’erano alcuni errori, alcune parti aggrovigliate non risolte, su passaggi anche importanti del romanzo. Infine, mi è sembrato che la traduzione precedente non rispettasse i tanti registri linguistici diversi utilizzati da Roth a seconda dei personaggi che parlano. Soprattutto questo compito: dare, riportare e riflettere le voci diverse che animano Operazione Shylock, mi ha appassionato. La chiave di lettura che mi ha aiutato a trovare il ritmo giusto me l’ha data lo stesso Roth. Subito dopo la pubblicazione del volume in America, nel 1993, scrive una lettera sul «New York Times», un modo arguto di prendere in giro i suoi lettori ebrei americani, in cui dichiara di aver compreso perché tanti di loro non lo amassero. Roth, sempre sfuggente, sempre beffardo, attribuisce tutte le colpe non a sé stesso, ma al suo doppio, il co-protagonista del romanzo, che evidentemente però non esiste. In questa lettera Roth gioca con le parole, ne utilizza ad esempio moltissime con il prefisso imp-, realizzando un vero calembour. È lo stesso metodo utilizzato per scrivere 450 pagine di Operazione Shylock, senza mai rifiatare. Qualcuno giudicando la mia traduzione ha osservato che avrei troppo indugiato su un gergo giovanilistico, quasi avessi voluto strizzare l’occhio alle giovani generazioni. In realtà non me ne importa nulla dei presunti gusti delle presunte giovani generazioni. Semplicemente Roth parla così, con un registro basso, che non significa solo sboccato. Io credo che occorra rispettare le tante voci che abitano la scrittura di Roth.

Roth mette insieme fisica e metafisica, hai detto. Cosa intendi?

Roth a Newark, la cittadina dove trascorse la sua infanzia

Significa che parte di solito da dati concreti, ad esempio ci descrive una donna che vorrebbe portarsi a letto, o un uomo che gli sta antipatico, ma da lì passa subito a un livello più alto, ad esempio a descriverci i rapporti fra uomo e donna, a riflettere sulla creazione, peraltro senza mai sfiorare la religione, dal momento che lui non era un ebreo religioso. Nelle sue opere c’è questa caratteristica: pur senza essere un uomo religioso, fa discorsi sempre molto alti, e pur non essendo un filosofo, né un lettore di Spinoza, si interroga su questioni universali. Ma lo fa con quella maestria nella scrittura che ho descritto prima. Come ci riesce? Perché è uno scrittore puro. Lo paragonerei ad Henry James, un Henry James della metà del secolo scorso. Oppure, se vuoi, potremmo considerarlo la reincarnazione di Mallarmé, per cui la letteratura è tutto. Solo che Roth è un ragazzone americano del dopoguerra che amava il baseball più di ogni cosa. È un purista della lingua, un jamesiano di ferro. È stato inoltre un ottimo insegnante, anche se lo amiamo come scrittore. Prima di lasciare l’insegnamento, parlava ai suoi studenti di Virginia Woolf, di Henry James, di Louis-Ferdinand Céline. A proposito di Céline, lo apprezzava, anche se sappiamo che Céline era un vero antisemita. Ma Roth ci insegna che se uno scrittore vale, va letto senza pregiudizi. Del resto, la letteratura dovrebbe fare questo: porti dubbi su te stesso, metterti in discussione. Per inciso, se Roth apprezzava Céline, va anche detto che probabilmente non sarebbe valso il contrario, e questo spiega la profonda distanza che c’è fra i due autori.

Roth, come Bellow, ha sempre allontanato da sé l’aggettivo “ebraico”. Eppure, indubitabilmente nella sua carriera ha scritto quasi solo di ebrei. Al tuo orecchio non ebraico, l’aggettivo si giustifica o in effetti andrebbe eliminato?

Adelphi tradurrà di nuovo tutte le opere di Roth. La prima uscita, lo scorso anno, è stato Portnoy (trad. di Matteo Codignola)

Non sono sicuro di poter rispondere a questa domanda, visto che non sono ebreo. Uno scrittore poco noto ha detto che Roth mentre scrive rotea il tallit (lo scialle rituale per la preghiera, n.d.r.) come fa un torero nell’arena. Non so se sia così, né se il suo essere ebreo abbia contribuito a farne un grande autore. Io amo molto Mandel’štam, per dire, ma ho scoperto che era ebreo solo molto tempo dopo averlo letto. Roth, certo, parla sempre del mondo ebraico, e anche quando critica la sua gente sembra agitare il tallit. Potremmo dire che, se pure non lo ha mai messo sulle spalle per pregare, non lo ha mai dimenticato.

Si è posto alcune settimane fa il problema del ritiro dei volumi Einaudi, e della lentezza con cui Adelphi li sta sostituendo. È un problema a tuo avviso? Non si rischia di attendere troppo per ricostruire l’unità artistica di Roth?

In parte è un problema. Ma va anche detto che il motivo per cui l’uscita delle nuove traduzioni di Adelphi è così cadenzato deriva da un accordo commerciale con Andrew Wylie, l’agente di Roth. Detto questo, a novembre uscirà un nuovo volume, l’anno prossimo ne usciranno altri tre, e così via. Direi che nel prossimo decennio avremo tradotto e messo in circolazione almeno una ventina di libri di Roth, un numero sufficiente per cominciare a valutare appieno le sue qualità.

Quale sarà il prossimo volume che uscirà? E quello che tradurrai tu?

Il prossimo volume sarà Pastorale americana, che probabilmente ci permetterà anche di riflettere sull’America di Trump, che Roth fece in tempo a giudicare durante il primo mandato, definendolo un truffaldino e anche peggio. La mia prossima traduzione la vedrete quando uscirà…

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