7 anni a fianco del Presidente

Giovanni Grasso, portavoce di Sergio Mattarella, racconta a Riflessi cosa significa lavorare fianco a fianco col Presidente della Repubblica

Dottor Grasso, dal 2015 lei cura la comunicazione del Presidente Mattarella. Cosa ha pensato quando le arrivò la telefonata dal Colle che le offriva l’incarico? Ci pensò molto prima di accettare?

Giovanni Grasso è portavoce del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella (Foto Ufficio Stampa Quirinale, Francesco Ammendola)

Fu una grande emozione e un grande onore. Accettai subito, con entusiasmo ma anche con una certa preoccupazione. Si ha sempre il timore di non essere all’altezza di certi ruoli.

Può descriverci una sua giornata tipo? Fa un briefing mattutino con il presidente? Commentate insieme le principali notizie?

Gli uffici stampa hanno una vita molto simile ai giornali. Si può programmare quanto si vuole, ma c’è spesso l’imprevisto. L’unica cosa certa di una giornata di lavoro è la lettura mattutina della rassegna stampa e dei giornali. Poi il resto dipende dall’agenda del Presidente: ci possono essere cerimonie a Palazzo, uscite a Roma, discorsi, comunicati, viaggi in Italia e all’estero… E poi ci sono le richieste di informazioni o chiarimenti che arrivano dai colleghi giornalisti.  Per quanto riguarda i rapporti con il Presidente non ci sono briefing prefissati.  Quando c’è bisogno, ci si vede o ci si sente al telefono.

Il presidente legge le pagine sportive? E quelle culturali?

Il Presidente legge molto. Soprattutto saggi giuridici, storici e di politica.  Ma ha una grande conoscenza dei classici della letteratura universale.

Lei e il presidente Mattarella vantate una conoscenza ultratrentennale; addirittura avete studiato nello stesso liceo. Avete anche delle letture comuni? Quali sono gli autori preferiti del Presidente?

In anni diversi, abbiamo frequentato lo stesso liceo a Roma, Il San Leone Magno. Ma la nostra conoscenza diretta risale alla fine degli anni Ottanta, quando Mattarella era vicesegretario della Dc e io un giovane giornalista parlamentare.

Un suo libro è dedicato alla biografia del fratello del Presidente, Piersanti, ucciso dalla mafia nel 1980. Che paese era quello degli anni Ottanta e Novanta, e che politica era quella?

Era una politica concreta, fattiva, che determinava il corso degli avvenimenti e che, per questo motivo, poteva confliggere oppure accordarsi con interessi opachi e persino criminali, in anni segnati ancora dalle ideologie, dalla guerra fredda e dalla contrapposizione Occidente- Oriente comunista. Piersanti era schierato dalla parte giusta, che praticava l’antimafia dei fatti e non quella delle parole. La sua azione amministrativa, da presidente della Regione Siciliana, stava incidendo profondamente nella macchina regionale, rendendo efficienti i meccanismi di funzionamento amministrativi, introducendo regole, controlli e criteri di massima trasparenza. Stava tagliando l’erba sotto i piedi della mafia, che trova terreno fertile proprio nelle inefficienze, nei ritardi, nelle procedure farraginose, nella discrezionalità delle scelte, nella mancanza di controlli. Ma dietro il suo omicidio, ne sono certo, c’è anche la decisione di dar vita, in Sicilia, a un governo sostenuto dal Partito Comunista. Credo, insomma, che un filo comune leghi la morte di Piersanti a quella di Aldo Moro. Era un leader che avrebbe potuto contribuire grandemente al rinnovamento del suo partito, la Dc, e di tutto il Paese.

Può indicarci il giorno più critico che ha vissuto in questo settennato?

Giovanni Grasso osserva Silvio Berlusconi durante la crisi del governo Conte

Di momenti difficili –  e anche di momenti tristi –  ce ne sono stati parecchi, in questi quasi sette anni, segnati dalle stragi del terrorismo di matrice islamica, dalle tante catastrofi che hanno colpito il nostro territorio, senza contare le tante crisi di governo e, ovviamente, la pandemia.

E quello più felice?

(continua a pag. 2)

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