La regina Washtì

Washtì e l’eterno problema del “resto del mondo”

Non sempre una lettura “politicaly correct” ci aiuta a comprendere il significato dei testi. La meghillà di Ester ci suggerisce un’interpretazione della relazione tra noi ebrei e gli altri

Nei ricordi di infanzia di molti di noi le recite di Purim occupano un posto importante.

Maschere di Purim Non poche volte abbiamo rappresentato la regina Washtì come un personaggio positivo, forse perfino come una femminista ante-literam. Il suo rifiuto di esibirsi come una bambola ne fa un’icona dell’emancipazione femminile. Eppure i Maestri del Talmud ne danno una lettura completamente opposta, dipingendola come una persona malvagia e dai costumi corrotti non meno del re Achashwerosh. Perché?

La risposta è articolata e occorre considerare diversi elementi.

Per prima cosa il contesto: i Maestri osservano la stranezza dell’incipit della Meghillà: “Avvenne ai giorni di Achashwerosh, quell’Achashwerosh che regnava”, perché “che regnava” e non “re”? Perché, così una delle opinioni riportate dal Talmud, non era un re legittimo bensì un re che si era preso il potere a forza, o con la forza del denaro. Per sancire il suo status, prese quindi in moglie Washtì che era di stirpe reale babilonese. Più precisamente, la nipote di Nevuchadnetzar (Nabucondossor), colui che distrusse il primo Bet haMiqdash. Di qui il Midrash spiega che la colpa di Washtì fosse quella di opporsi alla ricostruzione del Bet haMiqdash. Ella avrebbe detto al re “ciò che i miei avi hanno distrutto tu vuoi ricostruire?

Ecco dunque che un personaggio dipinto in modo positivo, proprio come appare nelle nostre recite, merita di essere ripudiato per il suo atteggiamento ostile nei confronti del popolo ebraico, benché tale atteggiamento non fosse motivato da odio quanto piuttosto da orgoglio per il proprio popolo.

Sono però i Maestri del Talmud Babilonese ad essere ancora più categorici nel dipingere Washtì come una malvagia in tutto e per tutto.

Washti cacciata Ovviamente lo fanno basandosi su una lettura attenta del testo della Meghillà: “Anche la regina Washtì fece un banchetto per donne nel palazzo reale del re Achashwerosh”. Perché, si chiedono i Maestri, la sede scelta fu il palazzo del re e non quello della regina? Perché Washtì aveva le stesse intenzioni lascive del re Achashwerosh! Riprendendo un detto popolare, il Talmud commenta “lui con le sue zucche, lei con le sue zucchine” (sic!). Ma i Maestri non si fermano qua: riportano tradizioni secondo le quali Washtì operava ogni sorta di sopruso nei confronti delle suddite ebree. Ecco dunque una Washti licenziosa e piena di odio antisemita. Perché dipingere Washtì così? È probabile che questo fosse il modo in cui i Maestri del Talmud Babilonese percepivano le donne babilonesi loro contemporanee, e così attribuivano gli stessi comportamenti anche alla loro regina vissuta secoli prima[1].

A questo punto ci si può chiedere: siamo condannati a vedere un mondo nel quale da una parte ci sono gli ebrei e dall’altra il resto del mondo, dal quale dobbiamo solo difenderci?

Purim a Bnei Brak. (AFP foto, Menachem Kahana)

Da una parte sì, proprio la storia di Purim ce lo dimostra: per quanto sparsi fra gli altri popoli, rimaniamo e dobbiamo rimanere distinti nella nostra Torà, nelle regole che seguiamo e anche nel nostro stile di vita. Nell’ebraismo, infatti, la morigeratezza o “tzeniùt” è di importanza basilare e non deve cedere a un modello esterno differente. Ma il mondo esterno è tutto necessariamente ostile? E se è così, meglio non interessarsi troppo delle sorti degli altri popoli, dato che alla fine si rivelano (quasi) sempre essere contro di noi?

Nel corso dei secoli è stato così, salvo rare eccezioni, e per molti versi lo è tuttora: i “gentili”, in generale, sono stati antisemiti e l’antisemitismo è ancora tremendamente forte e diffuso. Gli sviluppi degli ultimi decenni, sia nell’ambito del dialogo inter-religioso che in quello più generale della società civile internazionale, mostrano però la possibilità di un’alternativa.

Si festeggia Purim in Israele

In prospettiva storica, si tratta di pochi anni a fronte di millenni bui; occorre dunque molta prudenza. Ma son pur sempre sviluppi da seguire con interesse e sulla base dei quali possiamo pensare di rimodulare anche il nostro rapporto e il nostro atteggiamento con il non-ebraico. Una cooperazione con “l’esterno” per rendere il mondo migliore è in fondo un recupero dell’insegnamento dei nostri Maestri secondo il quale l’uomo è “socio di D-o nella creazione del mondo. La nostra stessa storia drammatica e sofferta ci spinge e deve spingerci a una maggiore sensibilità alle tragedie e alle grandi ingiustizie che affliggono il mondo, oggi che finalmente abbiamo una certa capacità d’azione. Un richiamo, in un’ultima analisi, al nostro compito di essere “luce per i popoli” che implica anche un maggiore impegno per un progresso positivo del mondo.

A Purim, dunque, “mangiamo e beviamo alla faccia di chi ci vuole male” ma allo stesso tempo diamoci anche da fare perché tutto ciò che ci sta attorno diventi migliore!

[1] Alcuni spunti sono presi da https://jwa.org/encyclopedia/article/vashti-midrash-and-aggadah, che può consultarsi per ulteriori approfondimenti.

Su Purim, leggi anche:

La tomba di Ester e Mordechai

Tre opinioni e una storia (Rav U. Piperno)

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