Viaggio nell’informazione ebraica/1

Dimostriamo di essere non un popolo di mercanti come ci chiamano i nostri nemici, ma un popolo di sapienti! (Dante Lattes)

Informazione ed ebraismo: da sempre sembra un binomio inscindibile. Senza andare troppo indietro nel tempo (e comunque, per capirci: Israel Nathan Soncino stampa il Masseket Berakot nel 1483), il primo foglio ebraico, La Rivista israelitica, viene edito a Parma nel 1845. Oggi, con il mondo della comunicazione rivoluzionato dal digitale, l’utilizzo dei social media ha amplificato la voce dei singoli, moltiplicato l’offerta informativa, reso accessibile a tutti la conoscenza. Enoi Gli strumenti di informazione per gli iscritti alle comunità ebraiche italiane (e non solo) sono molti. Cambiano le forme, il pubblico, la periodicità, il format, l’esperienza. “Riflessi” ha così pensato di affrontare un breve viaggio nella comunicazione ebraica, per provare a capire la realtà più interessanti che ci riguardano da vicino.

La rivista più anziana e quella più giovane: “La Rassegna mensile d’Israele” e “Hatikwa”.

Cominciamo allora da un testa-coda, parlando con i responsabili della rivista più anziana, e di quella anagraficamente più giovane: La Rassegna Mensile di Israele, e Hatikwa.

La RMI è stata fondata nel 1925 da Dante Lattes e Alfonso Pacifici, e da allora non ha mai interrotto le pubblicazioni, salvo quando obbligata dal fascismo e dalle leggi razziali. Il suo direttore responsabile oggi è rav Gianfranco Di Segni. “La RMI è la rivista culturale dell’UCEI”, mi racconta, “la sede dove si possono leggere e pubblicare articoli su argomenti che abbiano a che fare con l’ebraismo in tutti i suoi aspetti. Questo è un punto di forza e allo stesso tempo di problematicità: se, infatti, la RMI si occupa, ad esempio, di filosofia, Qabbalà, Talmud, letteratura, scienza, sionismo, Eretz Israel, arte e altro ancora, non possiede i requisiti richiesti per le riviste accademiche ultra-specialistiche. Tuttavia questa è la sua caratteristica, in linea con i suoi fondatori, ed è proprio quella che apprezzano i nostri lettori (e anche noi che ci lavoriamo).

In redazione”, mi spiega il rav, “lavorano oggi 13 persone,di cui 6 sono parte anche del comitato direttivo. C’è poi un comitato scientifico, composto da una quarantina di esperti, sparsi tra Israele, Europa e Stati Uniti”. Ma a che pubblico si rivolge la RMI?  “La RMI viene stampata in circa 600 copie e spedita alle maggiori biblioteche d’Italia e del mondo (circa 170), oltre che alle Comunità ebraiche italiane, alle istituzioni culturali e a circa 120 abbonati, non solo ebrei. Si tratta di abbonati affezionati che ci seguono da anni e quin   di di una fascia d’età medio-alta”. Chiedo infine a rav Di Segni se si è pensato di passare alla pubblicazione della RMI solo in digitale. “L’impegno a realizzare la rivista cartacea, dal punto di vista dell’allestimento, non comporta una differenza rispetto alla forma digitale, che pure esiste, consultabile gratuitamente sul sit dell’UCEI; ciò che cambia è invece la spesa. Ma, detratti i costi fissi che ci sarebbero pure in digitale, quelli aggiuntivi per la stampa su carta e la spedizione incidono solo relativamente”. Detto questo, il rav mi spiega perché però è fondamentale per la RMI continuare a uscire su carta: “La RMI solo in digitale avrebbe molto meno appeal per i nostri abbonati, che mal si adatterebbero a leggerla sullo schermo di un computer o peggio ancora di un telefonino. Inoltre, pure riguardo alle biblioteche si perderebbe la possibilità e il piacere di sfogliare la rivista presente sugli scaffali e trovare cose che uno non sta cercando. Ricordo l’emozione che provai una decina di anni fa quando, in visita alla biblioteca della Yeshiva University a New York, vidi sugli scaffali l’ultimo numero della RMI. Be’, trovarla al di là dell’oceano è stata una soddisfazione e uno stimolo per continuare a lavorare. Con la rivista digitale una cosa del genere non potrebbe mai capitare. Ovviamente, sapere che l’ebraismo culturale italiano è rappresentato nel mondo dalla RMI (non ricordo di aver visto lì altre riviste ebraiche dall’Italia) è anche una responsabilità, che ci impegna a realizzare una rivista di buon livello oltre che piacevole a leggersi”.

Se la RMI occupa un posto prestigioso nel panorama editoriale ebraico, non solo italiano, più agile si presenta la veste grafica, e più legata all’attualità, “Hatikwa”. Nato nel 1949 come organo della federazione giovanile ebraica italiana (oggi Ugei), Hatikwa è la voce dei circa 4.000 ebrei italiani tra i 18 e i 30 anni.  “Il nostro obiettivo”, mi racconta il direttore, David Zebuloni, in collegamento da Tel Aviv dove ha appena ricevuto la seconda dose di vaccino anti Covid, “è quello di parlare ai nostri coetanei senza però rinunciare a farci leggere da chiunque, dando spazio a tutte le voci presenti nel nostro mondo; molti sono anche i non ebrei che vengono a curiosare nel nostro sito. Hatikwa ha un taglio prevalentemente culturale, ma diciamo la nostra anche su questioni che riguardano le comunità, Israele o la realtà americana”. Oltre a lui, in redazione (nominata con cadenza annuale dall’Ugei) lavorano altre 5 persone, di cui 2 pubblicisti, e alcuni collaboratori, tutti volontari. “Hatikwa”, mi spiega David, “si confronta a stretto contatto di gomito e in piena collaborazione con l’Ugei, viaggiando sulla sua pagina internet (ugei.it), che ha circa 250 accessi giornalieri, FB, nonché su twitter. Nel 2020”, mi racconta David con orgoglio, “Hatikwa è stata la prima testata dell’ebraismo italiano a realizzare un podcast”.

 

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