Viaggio nell’informazione ebraica/4

Guardare la realtà da un angolo diverso: l’esperienza di “Pagine ebraiche”

Incontro Guido Vitale da remoto di sera, e mi bastano alcune domande per sentirsi raccontare la storia del giornale dell’ebraismo italiano edito dall’UCEI. “Pagine Ebraiche, comincia a raccontare Vitale, una lunga esperienza di giornalista anche all’estero per varie testate, “nasce nel 2009. Attualmente ci lavorano quattro giornalisti professionisti, oltre al direttore, ma in questi anni sono nove i giovani che hanno svolto il praticantato giornalistico in redazione e sostenuto con successo l’esame di abilitazione professionale. L’intento dell’Unione, condiviso allora anche dai presidenti delle diverse Comunità, era quello di far nascere una voce coerente dell’ebraismo italiano, come ad esempio accade in Germania, aperta alla società civile e capace di essere autorevole interlocutore delle istituzioni, favorendo in tal modo anche la raccolta dell’8 per mille. Inoltre si voleva valorizzare il ruolo di rappresentanza dell’UCEI, compensando la frammentazione dei campanilismi e dei protagonismi. Questo ha portato a rappresentare la ricchezza dell’ebraismo italiano, dando spazio alle sue tante voci”.

In che modo si è cercato di realizzare questo progetto? “All’inizio, semplicemente entrando nelle case di tutti gli ebrei italiani e nel mondo della cultura, partecipando alle principali iniziative culturali italiane. Alcune edizioni sono arrivate a 100.000 copie, per attestarci sulle 20.000 copie”. E poi? “L’UCEI, nella nuova consiliatura, ha corretto il tiro.

Oggi il giornale nella sua forma stampata raggiunge solo gli abbonati, e non entra nelle case di tutti gli iscritti a una Comunità ebraica. Ma è diffuso anche in formato digitale via web e app. In digitale la redazione pubblica 14 notiziari ogni settimana, molte edizioni di news e approfondimenti, una rassegna stampa e una edizione internazionale multilingue prevalentemente in inglese. Dietro la testata Pagine ebraiche la redazione lavora sfornando più prodotti ogni giorno”. Chiedo a Vitale di provare a fare un bilancio di questi anni. “Il nostro obiettivo era mettere in collegamento la realtà ebraica italiana e la società civile. Ma anche rivolgerci a quegli ebrei che restano isolati, non partecipano alla vita comunitaria, e che purtroppo sono la maggior parte. Credo che non si possa attendere che queste persone arrivino da sole, sono piuttosto le istituzioni che devono entrare nelle loro case con un messaggio positivo. E un giornale lo strumento migliore per farlo”.

L’ultima domanda che gli rivolgo è di descrivermi come secondo lui il resto del paese guarda a noi ebrei. “Gli ebrei da sempre offrono un punto di osservazione diverso sul mondo”, mi spiega Vitale. “Numericamente gli ebrei italiani sono insignificanti. Eppure sono ascoltati e quando riescono a esprimersi in modo positivo destano attenzione, perché custodi di una tradizione antichissima e di valori insostituibili. Fare giornalismo ebraico non credo significhi coltivare personalismi o abbandonarsi alla logica della propaganda, ma che sia utile a mettere questi valori al servizio di tutta la società”.

Fine del viaggio? Il “caso” SHALOM

Concludiamo il nostro viaggio nella comunicazione ebraica facendo visita alla testata che, per vari motivi, è al centro della scena in queste ultime settimane: Shalom. Giacomo Kahn ne è il direttore dal 2005. Per superare possibili imbarazzi o polemiche, decidiamo di comune accordo di non trattare la sua vicenda personale, in attesa che venga chiarita nelle sedi opportune. Gli chiedo invece di parlarmi dei suoi anni di direzione, in una specie di staffetta ideale con Lia Levi e Massimo Caviglia.

“Sono entrato come redattore nel 2000”, mi racconta, “quando il mondo dell’informazione era completamente diverso. Senza la Rete, né i social, c’era bisogno di portare le notizie a casa dei lettori, e non solo. Shalom, in effetti, è stato anche uno strumento con cui arrivavamo sul tavolo dei grandi giornali nazionali e delle istituzioni”. Gli chiedo di parlarmi degli anni d’oro. “Nei primi anni della mia direzione siamo arrivati anche a 10.000 copie. Eravamo al servizio dei 6.000 nuclei familiari della comunità, ma anche di un pubblico più vasto. Le 3.000 copie che davamo all’ospedale israelitico venivano interamente distribuite. Questo, come comprenderai, interessava molto anche gli inserzionisti pubblicitari”.

E poi? “Nel 2015 siamo sbarcati su FB. Siamo stati capaci di ottenere mezzo milione di visualizzazioni di un post in sole 24h. Siamo stati anche i primi a utilizzare le piattaforme per smartphone e per tablet. Insomma, siamo entrati nell’era digitale nel migliore dei modi”. Eppure, gli faccio notare, oggi la realtà è diversa. Anche prima dell’emergenza Covid gli accessi erano diminuiti, e così le copie cartacee, da oltre un anno del tutto sospese. Cos?’è successo? “La comunicazione e l’editoria”, mi spiega Kahn, “sono valori che hanno un difetto: difficilmente sono autosufficienti da un punto di vista economico. Per crescere occorrono gli investimenti. In altre parole, il giornale poteva continuare a crescere e mantenere la sua posizione se fosse stato sorretto da un adeguato impegno della comunità. Il passaggio ai social avrebbe dovuto comportare anche un ripensamento generale, perché giocando su più fronti anche gli sforzi devono essere adeguati”. Cosa risponde a chi pensa che si possa fare a meno dell’edizione cartacea? “I giornali, nella versione di carta, hanno un ruolo fondamentale. Il web tende a dimenticare, a dare meno spessore alle notizie. La versione cartacea è la più adatta a sedimentare il pensiero, a favorire la riflessione e l’approfondimento”. E per il futuro, che previsioni fa Kahn per Shalom? “Spero che la comunità guardi a Shalom come un mezzo per rappresentare le diverse opinioni, per favorire il dialogo, per rafforzare la nostra cultura. Insomma, che non sia visto solo come una voce di bilancio”.

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