Una minoranza rumorosa

Un libro uscito quest’anno ripercorre la storia degli ebrei italiani, attraverso figure diverse, che evidenziano come  abbiano saputo contribuire in più modi alla storia e alla cultura del nostro paese

Spesso si pensa alla Storia come narrazione delle maggioranze via via al potere o, in alcuni casi, delle minoranze, per qualche favorevole contesto storico dominanti. Si dimentica però che i rapporti umani sono più complessi e vanno oltre gli steccati. Per fortuna possiamo dire.

Germano Maifreda insegna storia economica all’Università statale di Milano

Non ci sono muri o ghetti che riescano a contenere i sentimenti autentici e la voglia di conoscersi. Non necessariamente assimilarsi o cedere alla contaminazione, ma obbedire alla legge universale dell’umanità. Anche solo per rafforzare nella differenza della conoscenza la propria identità o per metterla alla prova e uscirne più forti o liberati da qualcosa che non ci appartiene.

ITALYA, STORIE DI EBREI, STORIA ITALIANA (Laterza, 340 pp., 24 euro) ci porta a riflettere sull’influenza e il contributo degli ebrei nella storia d’Italia. Non solo i carciofi alla giudia insomma. Il contributo e l’arricchimento consegnato dalla comunità ebraica in ogni angolo d’Italia va ben oltre.

“E’ questa, del resto – spiega l’autore Germano Maifreda – la richiesta che giunge oggi con voce forte dalla sfera intellettuale del mondo post-coloniale, la quale sollecita la tradizione europea ad integrare, anche metodologicamente, le storie non occidentali nella propria: non per relativizzarla nel senso banale del termine, ma per renderla più inclusiva e per darle la possibilità di rispecchiarsi nelle proprie categorie di analisi del passato”.

Negli anni sessanta Attilio Milano, nella sua storia sugli ebrei d’Italia scriveva appunto:

“I-tal-Jah: l’isola della rugiada divina. Il paese su cui il Signore ha riversato con abbondanza una delle benedizioni che Isacco invocò sulle terre di suo figlio Giacobbe: la rugiada ristoratrice. Viene tramandato che gli ebrei italiani di tempi remoti, volendo ricercare donde scaturisse il presagio della loro buona fortuna, lo ritrovassero proprio nel nome del paese dove abitavano, e che a essi pareva ricalcato sulle tre parole ebraiche: I-tal-Jah. Una etimologia immaginosa, evidentemente, che dimostra tuttavia con quanta speranza si sia radicata da ventun secoli la pianta ebraica in Italia. Non sempre ristorata dalla buona rugiada”.

Il libro di Maifreda quindi ci ricorda il contributo al risorgimento della comunità ebraica, da Daniele Manin, figlio di un ebreo convertito, avendo già ricordato Lorenzo Da Ponte, nato Emanuele Conegliano nel ghetto di Ceneda, nipote del fondatore della comunità locale e convertitosi da bambino per seguire l’esempio del padre Geremia.

Lorenzo Da Ponte (1749-1838)

A lui si deve il sodalizio con Mozart e i libretti di “Le nozze di Figaro”, “Don Giovanni”, “Così fan tutte”. Ma a noi fa molta tenerezza ricordare l’amore tra Rachel e il cristiano Giorgio, detto il Moretto, che ogni sera attraversava il ghetto per vedere la sua amata. Siamo ne 1589 e non basta una controriforma e le maledizioni di tutti per sconfiggere questa rappresentazione reale di Romeo e Giulietta. Venezia al posto di Verona insomma, religioni contrapposte invece di fazioni politiche.

Nel procedere verso Sud, nella Ferrara, unica breve roccaforte della tolleranza religiosa nonché della presenza dell’unico embrione di protestantesimo in Italia, grazie anche alla presenza di Renata di Francia. Della corte degli estensi l’autore si sofferma sull’analisi delle relazioni tra i proprietari cristiani degli immobili del ghetto e i locatari con l’introduzione dello ius gazagà (un adattamento dall’ebraico hazaqah, ovvero diritto di proprietà) e le successive regolamentazioni papali che impedivano aumenti ingiustificati degli affitti e la ricerca di nuovi inquilini per regolamentare la vita nel chiuso dei ghetti.

il libro di Attilio Milano, “Storia degli ebrei in Italia”

Tra le tante figure raccontate dando voce alle comunità di Mantova, Lugo, Milano, e Roma merita poi un cenno particolare quella di Grazia Nasi (1510-1569) moglie di un ricco mercante di spezie a capo dei marrani di Lisbona fuggiti in Italia. Vedova e tornata alla professione della religione ebraica fugge con la figlia attraverso Venezia, sosta a lungo a Ferrara prima di approdare ad Istanbul dove diviene il punto di riferimento e di finanziamento degli ebrei sefarditi.

In conclusione, suggerisce Maifreda, “una storia generale secolare che intenda farsi carico di queste istanze non potrà che stare dalla parte dell’eterogeneità; mantenendo la propria fisionomia distintiva senza però rinunciare a individuare e tradurre esperienze di storicità che pure non le sono assimilabili. Pena l’illudersi di parlare a una totalità di ascoltatori che in realtà è già data in partenza”.

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2 risposte

  1. Da leggere.
    Le vicende di brillanti personaggi nati in famiglie ex ebraiche convertite come Manin oppure da Ponte mantengono il loro interesse, anche se naturalmente il contributo più cogente sarebbe quello di persone non convertite….
    L’eventuale parallelo che il recensore sembra fare tra la storia millenaria degli ebrei italiani e le recenti problematiche in parte ancora irrisolte della variegata immigrazione a carattere islamico, sembra un po’ forzato …
    La cultura ebraica è si “Oriente “ ma è anche costitutiva di importanti caratteristiche positive dell’ “Occidente”….

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