Ebrei italiani in mostra, ecco la terza tappa.

Al Meis di Ferrara fino a maggio è esposta la mostra sulla presenza ebraica in Italia dal XVI al XX secolo.

Fino al 15 maggio 2022 sarà possibile visitare, presso il Museo dell’Ebraismo Italiano e della Shoah (MEIS) di Ferrara, la mostra “Oltre il ghetto. Dentro & Fuori”.

La mostra ripercorre la storia degli ebrei italiani nel periodo che va dal confinamento all’interno dei ghetti (con l’istituzione del primo a Venezia, nel 1516) fino all’Emancipazione e l’inizio del Novecento.

Con gli ultimi quattrocento anni di storia ebraica italiana in mostra, si completa così la trilogia iniziata con “Ebrei una storia italiana. I primi mille anni” e proseguita con “Il Rinascimento parla ebraico”.

Un viaggio nel tempo reso possibile grazie ai musei, alle collezioni private ed ai cimeli di famiglia che sono stati prestati ogni volta e che insieme hanno dato un quadro completo dei duemila anni di storia delle comunità ebraiche italiane.

“Questa mostra”, come racconta il Direttore del MEIS Rav Amedeo Spagnoletto “ricorda come il ghetto ha rappresentato per quasi tre secoli uno spazio angusto e ombroso, ma pur sempre corredato di simboliche finestre, ora più, ora meno, aperte verso il mondo esterno, una relazione continua fra il “dentro” ed il “fuori”. Questa mostra ci narra le letture complesse che di tale esperienza si possono offrire. I delicati rapporti tra le comunità ebraiche e il governo locale, ma anche le storie familiari, gli aneddoti e le tradizioni regionali, i fermenti culturali ed artistici, che, nonostante tutto, sono pure fioriti in quella dimensione tanto ristretta”.

L’esposizione viene costruita e raccontata attraverso materiali e opere eterogenee provenienti da tutta Italia e dall’estero, come l’imponente dipinto “Ester al cospetto di Assuero” di Sebastiano Ricci – prestito dalla Presidenza della Repubblica – che raffigura la regina Ester in atto di supplicare Assuero per la salvezza del suo popolo. L’eroina biblica sa bene che chi si presenta dinanzi al re senza essere da questi invitato rischia la vita, ma il sovrano si alza dal trono e la sfiora con lo scettro d’oro, concedendole così la parola.

Per la prima volta assoluta è possibile mirare “il rapimento di Edgardo Mortara” di Moritz Daniel Oppenheim (1862), arrivato direttamente dall’America. Il dipinto, che sembrava smarrito da centocinquanta anni, è stato riscoperto nel 2013 e ora viene esposto al pubblico per la prima volta.

Nella tela è mostrato il piccolo Edgardo attorniato da un francescano, un gesuita ed una suora, che in realtà non erano figure presenti quando il bambino fu prelevato da casa sua il 23 giugno 1858. Sulla destra si vede la madre affranta, mentre il padre si sporge verso di lui come a volerlo proteggere. È chiara così la volontà di mettere in evidenza lo scontro fra l’identità ebraica della famiglia – simboleggiata dal talled katan di Edgardo, dalla kippà del padre e dalla mezuzà e il potere sopraffattore della Chiesa.

Nel percorso è poi possibile vedere oggetti che testimoniano la vita quotidiana ebraica come la mappah Di Castro o la mappah Della Torre, numerose Ketubòt o l’Aron Ha-Qodesh in legno intagliato di una delle sinagoghe del ghetto di Torino che venne donato nel 1884 dalla Università Israelitica locale al Museo Civico di Torino, con la seguente motivazione: “…..nell’offrirle oggi al Museo Civico con tanto amore dalla S.V. Ill.ma, il Consiglio crede per loro quella ulteriore destinazione più degna che fosse possibile dopochè è mancata quella a cui dapprima aspirava”.

Oggetto curioso è la chiave di uno dei portoni del ghetto di Ferrara.

Il ghetto ferrarese venne istituito nella città con editto del 13 agosto 1624, che prescrive di isolare la zona di insediamento ebraico con la costruzione di cinque portoni. Uno di questi è appunto aperto dalla chiave in mostra: è il “Portone Santa Margherita” che chiudeva il ghetto tra Via Vignatagliata e Via Contrari e che prendeva il nome dall’attigua Chiesa. Il ghetto venne chiuso tre anni dopo nel 1627.

Il percorso si conclude con i primi frammenti di sionismo. Degno di nota è il numero di marzo 1904 della rivista LUX, che nacque nel 1904 da un progetto culturale di due rabbini livornesi, Arrigo Lattes e Alfredo Sabato Toaff. L’iniziativa non ebbe successo e cessò le pubblicazioni dopo pochi fascicoli, ma resta un esperimento interessante.

Particolarmente significativa è la scelta della copertina molto ricca sul piano simbolico. Altrettanto degno di nota è il numero di febbraio 1908 de “L’Idea Sionnista” la rivista mensile del “Movimento Sionnista” fondata nel 1901 a Modena.

Tutti gli oggetti esposti danno al visitatore spunti di riflessione e lo invitano a porsi domande. Lo stesso titolo, che non è “Dentro o Fuori”, ma “Dentro & Fuori”, indica la capacità del mondo ebraico di stare dentro ma rapportarsi con il fuori.

Il filo conduttore è il rapporto tra minoranza ebraica e maggioranza, tra ebrei e società civile e religiosa. Nei ghetti gli ebrei sono stati rinchiusi a forza per secoli, ma al loro interno proprio grazie ai muri costruiti da altri per contenerli, sono riusciti a preservare la propria cultura e le proprie tradizioni trovando, però, la capacità per dialogare con il mondo di fuori. Percorso poi confluito nell’emancipazione, nel Risorgimento e nella costruzione della patria.

Quando sono usciti è iniziata l’assimilazione: ai valori o ad un popolo?

Leggi anche:

intervista al direttore del MEIS, rav Amedeo Spagnoletto

intervista a Simonetta Della Seta, già direttrice del MEIS

 

 

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2 risposte

  1. Il “dentro & il fuori” è una definizione che sinteticamente restituisce la possibile realtà storica delle Comunità ebraiche anche quando per la maggior parte degli ebrei presenti in Italia ormai vigevano normative più o meno limitative riassumibili come “fasi dei ghetti”….
    Il “fuori” poggiava anche su precedenti e rinnovate interazioni con i poteri costituiti e amministrativi ( per esempio nei domini Estensi di Ferrara, Modena e Reggio Emilia e provincia o in quelli dei Gonzaga a Mantova e nella provincia, oppure nei territori sabaudi) una tradizione di possibile non scontata reciproca conoscenza tipicamente italiana, risalente appunto ai secoli precedenti alla istituzione dei vari ghetti… Nella ricerca di contatti con il “ fuori) si può anche notare che qualche possibile interazione con le “Nazioni ebraiche” di Livorno e Pisa ha in certi casi alleggerito le interdizioni dei ghetti.

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