Trasformare una crisi in opportunità.

Ci racconti della sua esperienza come direttore di Shalom. Qual è stata la sfida maggiore?

Quando da ragazzo andavo nella redazione di Shalom, rimanevo affascinato dal modo in cui veniva confezionato il giornale: impaginare gli articoli battuti con la macchina da scrivere, unendoli alle foto con le forbici e la colla, mi sembrava quasi un passaggio naturale dall’attività infantile di incollare le figurine di Uomini Illustri a quella matura dell’informazione politica e culturale. La sfida maggiore, una volta divenuto direttore, è stata non solo cercare nei contenuti di essere all’altezza di Lia Levi, Luciano Tas ed Enrico Modigliani, i giganti dell’informazione ebraica che hanno creato Shalom, ma anche modificare la tecnica di lavorare in redazione, utilizzando molte immagini e nuove tecnologie, e contattando i giornalisti con mezzi al passo con i tempi, molto più rapidi. E naturalmente impaginando in modo nuovo, passando da colla e forbici al digitale fino al sito web, che ho creato e aggiornato quotidianamente anche di notte, con le ultime notizie da Israele nel periodo dell’Intifada. Un lavoro che non sarebbe stato possibile senza l’aiuto prezioso della segreteria di redazione e della tipografia, da Jacqueline a Ghidon a Francesca.

Qual è la notizia più bella e quella più brutta che ha dato dalle pagine di Shalom?

La più notizia più bella è quando nel 2000 è stato istituito il Giorno della Memoria. La più brutta, oltre all’attentato dell’11 settembre 2001 in cui il mondo sembrò crollare, riguardò una serie di notizie nel periodo della seconda Intifada dal 2000 al 2004, epoca in cui Israele ha dovuto affrontare assalti terroristici violentissimi ma anche attacchi mediatici durissimi.

Da oltre un anno Shalom non viene più stampato e consegnato a casa degli iscritti CER. Come valuta il possibile passaggio solo al digitale della rivista?

Il cambiamento è inevitabile in ogni periodo della vita, umano e professionale. Come si dice spesso, una crisi può trasformarsi in opportunità. Al di là delle voci che sono circolate sulla presunta chiusura di Shalom, e cercando di evitare la retorica e le strumentalizzazioni elettorali, credo occorra guardare in faccia la realtà, che se ne infischia della demagogia: la pandemia ha impoverito la Comunità, che si trova a dover assistere economicamente molti più iscritti di prima.

Nell’impossibilità di aumentare le entrate, quali altri servizi potevano essere tagliati?

Non certo la scuola. Il giornale cartaceo invece avrebbe seguito comunque il destino del passaggio al digitale come tutti i periodici del mondo. Ma ciò non dovrà significare che gli iscritti più anziani non possano più leggerlo solo perché presente unicamente in rete. Dato che ormai tutti hanno un telefonino, potrebbero ascoltare gli articoli di Shalom letti online da volontari grazie al podcast, e guardare le notizie nei video Tg della web Tv.

A breve Shalom avrà un nuovo direttore. Quale consiglio si sente di dargli?

Ogni editore nomina un direttore che sia espressione della propria linea ideologica e politica. Il mio incarico si è svolto a cavallo fra due presidenze e, con il passare del tempo, alcuni elementi ai vertici (ma anche alla base) della CER si sono avvicinati a personaggi come Fini e Alemanno. La mia posizione, espressa anche in un editoriale in prima pagina dal titolo “Fini senza confini?” era contraria. Così si è verificato un naturale avvicendamento con un collega lontano dalle dinamiche politiche nazionali e locali, fino a quando la direzione è passata a Giacomo, che ha retto il timone con grande professionalità assistendo anche alla (brutta) fine della carriera dei due personaggi politici. Quindi più che dare un consiglio mi sento di augurare al nuovo direttore di essere in sintonia con la Comunità, perché Shalom ne è sempre la puntuale espressione

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