Tradizione e innovazione, continuità e originalità: rav Lichtenstein (1933-2015)

Cominciamo oggi un percorso tra i maestri moderni della tradizione ebraica, guidati dai nostri rabbini

Rav Aharon Lichtenstein z”l è una delle figure rabbiniche che mi capita spesso di citare come punto di riferimento.

la yeshivà Har-Tzion

È assai poco conosciuto in Italia, nonostante molti anni fa sia stato pubblicato il suo “Le sette leggi di Noè” (ediz. Lamed), ma varrebbe la pena approfondire i suoi insegnamenti. Non perché avesse legami diretti con l’ebraismo italiano, ma perché ritengo che molte delle cose che ci ha lasciato presentino affinità o particolare pertinenza con questo. È in questa prospettiva che cercherò di mettere in evidenza alcuni aspetti del suo insegnamento: senza pretesa di aggiungere nulla al moltissimo che su di lui è stato già scritto, se non appunto la particolarità della (personalissima) selezione.

Rav Lichtenstein è stato allievo di rav Itzchaq Hutner e soprattutto di rav Joseph B. Soloveitchik, del quale diventò genero. Aveva dunque un’eredità preziosa, forte, autorevole, soprattutto quella di rav Soloveitchik, che i modern-orthodox considerano “the rav” per antonomasia.

Rav Joseph Soloveitchik (1903-1993)

Certamente noi italiani conosciamo la grandiosità delle nostre tradizioni e la pesante responsabilità del doverle mantenere vive e allo stesso tempo di proporre un modello adeguato ai nostri tempi. Rav Lichtenstein ha certamente proseguito la strada dei suoi maestri, riprendendone gli insegnamenti. Ma non ha mancato di intraprendere percorsi suoi propri. Combinazione mirabile di tradizione e innovazione, continuità e originalità. Un modello da seguire.

Un esempio eclatante della sua autonomia è stata la decisione di accettare l’incarico di fondare la yeshivà di Har Etzion, in Israele. Rav Soloveitchik non era affatto convinto che lì si potesse fondare una scuola di livello, era il 1971 e tutto in Israele sembrava solo ai timidi inizi. Solo anni dopo rav Soloveitchik avrebbe riconosciuto il valore della scuola fondata da rav Lichtenstein.

studenti del VBM

Chi conosce la yeshivà di Har Etzion oggi, o anche chi conosce “solo” il suo Virtual Beit haMidrash (VBM), sa perché, conosce la quantità e la qualità dei rabbanim che lì si sono formati e del livello degli studi. La yeshivà e la scuola femminile Migdal Oz di Har Etzion, così come il VBM, offrono approcci molto variegati. Vi insegnano maestri e maestre di estrazione diversa e di impostazione diversa. Agli allievi viene lasciata un’autonomia di pensiero relativamente ampia. Quella stessa autonomia che rav Lichtenstein aveva preso per sé, infatti, l’ha riconosciuta ai suoi allievi. Lo stesso vale per i suoi figli e le sue figlie.

Cinque di loro su sei hanno intrapreso la strada rabbinica, ciascuno con il proprio personale approccio. Non era un progressista spinto, se possiamo usare questo termine, ma ciò non ha impedito che le sue figlie divenissero fra le fondatrici e le figure di spicco delle scuole rabbiniche femminili. Tutto questo mi appare in buona sintonia con la tradizione italiana, ivi compresa quella questione dello studio femminile sulla quale proprio negli ultimi tempi abbiamo invece perso un po’.

una studentessa della scuola per donne Migdal oz

Il divario più grande, tuttavia, è quello dei numeri: la yeshivà di Har Etzion, la scuola Migdal Oz e il VBM sono in continua espansione; noi in Italia abbiamo al contrario un problema crescente di esiguità numerica. Nel mentre dobbiamo continuare a puntare su un insegnamento di qualità, occorre riflettere anche alla varietà delle proposte di insegnamento, con particolare riferimento, in questo ultimo caso, alle diverse formule di insegnamento a distanza. Occorre notare che il VBM non è stata una reazione al coronavirus, bensì una iniziativa lungimirante presa circa 25 anni fa. Non servono qui tante spiegazioni, meglio dare un’occhiata direttamente al sito, ebraico https://www.etzion.org.il/he o inglese https://www.etzion.org.il/en.

Una parentesi senza alcuna attinenza con l’ebraismo italiano, ma che trovo importante riportare: in realtà, fu rav Yehuda Amital z”l, un altro grande della nostra epoca, a chiamare rav Lichtenstein alla nascente Har Etzion. Per nessuna ragione però egli avrebbe accettato di dirigere la scuola prendendo il posto di rav Amital. È nata così una direzione a due, modello rarissimo nelle yeshivot e poi perpetuato a Har Etzion. Rav Lichtenstein e rav Amital ebbero infatti la lungimiranza di identificare gli eredi e di affiancarseli mentre erano ancora in attività, sicché la transazione è avvenuta senza traumi e senza liti.

Rav Yehuda Amital

Una considerazione importante, e questa sì rilevante per l’ebraismo italiano, riguarda il suo coinvolgimento politico: quando lo riteneva necessario, rav Lichtenstein interveniva nelle discussioni politiche, senza per altro timore di esprimere eventualmente un’opinione di minoranza. Era una voce autorevole e pertanto era importante che prendesse posizione su alcune questioni. Tuttavia, egli aveva chiaro che il suo ruolo di guida si esprimesse attraverso l’insegnamento: era a questo che dedicava le sue energie migliori ed era la sua statura di maestro che gli conferiva l’autorevolezza.

Un altro punto che presenta una forte similitudine con la tradizione rabbinica italiana, è che rav Lichtenstein aveva una formazione umanistica (altro punto di divergenza dal più matematico rav Soloveitchik, che tuttavia non era certo digiuno di filosofia): prese un PhD in letteratura inglese presso la Harvard University in una sorta di parentesi dai suoi studi rabbinici. Questa passione per la letteratura si riflette certamente nell’eleganza dei suoi scritti. Ma soprattutto divenne parte integrante del suo modo di pensare e di insegnare e la ritroviamo nella sua produzione letteraria. Forse l’aspetto più noto di questo suo approccio è il suo “umanesimo religioso”. Un primo consiglio di lettura? Le sue opere in inglese, Leaves of Faith e Varieties of Jewish Experience, che speriamo possano essere tradotte presto in italiano.

Vorrei concludere questa rapida analisi con una riflessione apparentemente teorica, che tuttavia se considerata attentamente ha risvolti pratici quotidiani nell’interazione con gli altri.

Si dice che una delle caratteristiche particolari di rav Lichtenstein nello studio del Talmud fosse l’ampio spazio che egli dedicava alla “awà amina”, all’ “avrei detto”, alla possibilità che già si sa che alla fine verrà scartata e che ciò nonostante il Talmud riporta. E se la riporta, significa che merita di essere approfondita, investigata anche se in ultima analisi si metterà da parte.

Non c’è dunque opinione che non meriti di essere ascoltata, a prescindere dal fatto che poi venga accolta o definitivamente scartata.

Leggi anche:

serve un nuovo modello

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su linkedin
Condividi su pinterest

Una risposta

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Condividi:

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su linkedin
Condividi su whatsapp

L'ultimo numero di Riflessi

In primo piano

Iscriviti alla newsletter