Non perdere la speranza del cuore: essere ebrei oggi
Nel suo ultimo libro, scritto con Erri De Luca, Haim Baharier introduce il lettore nel testo delle origini: Bereshit (Genesi)
Maestro Baharier, il suo ultimo libro è scritto insieme a Erri De Luca (“La genesi”, Feltrinelli 2025). Ci può spiegare come è nata l’idea di un’opera a quattro mani?

L’idea di scrivere insieme un libro è nata circa tredici anni fa. Poi, per varie vicende, non se ne fece nulla, e sia Erri che io abbiamo scritto da allora diversi testi, sebbene io non sia uno scrittore e abbia un ritmo molto più lento. Un po’ di tempo fa è nata la possibilità di tentare di nuovo, e stavolta la cosa ha funzionato. Così è nato il libro; anche se non pensavamo che sarebbe uscito in un momento difficile come questo.
Lei scrive che il primo libro della Torah contiene solo due precetti: quello sulla circoncisione e quello che vieta di mangiare il nervo sciatico dei bovini. La circoncisione, spiega, “simboleggia la lotta contro la violenza sulle donne, paradigmatica di tutte le violenze”; eppure, oggi Israele è impegnata in una guerra che ha prodotto migliaia di morti. A quali condizioni, e con quali limiti, è possibile l’uso della forza?
È una buona domanda, e come tutte le buone domande non ha risposta…. Io credo che la violenza la si usa come difesa, solo come difesa. Anche contro Amalek, il nemico per eccellenza di Israele; Amalek, infatti, è il nemico di Israele, della sua identità. E poiché in questo momento l’attacco è di Amalek, dobbiamo difenderci. La Torah ce lo insegna: Amalek arriva ogni volta che si torna dall’esilio.
Questo significa che a Gaza bisogna trattare i palestinesi come gli amaleciti, ossia realizzare la loro distruzione?

Assolutamente no. Il punto è che quel passo è stato compreso male. Prenda il libro di Shmuel, laddove il profeta si adira con re Saul perché ha risparmiato gli amaleciti più giovani dalla morte. Quello che intendeva il profeta è che occorreva cancellare la memoria di Amalek, proprio come dice la Torah Non Si tratta, dunque, di colpire le persone, ma ciò che Amalek rappresenta. Per questo da anni sostengo, ad esempio, che il Giorno della memoria è stato negativo, perché la costruzione di memoriali e musei ha di fatto impedito all’Europa di prendere coscienza del proprio antisemitismo, come se fosse servito a liberare la coscienza dell’occidente senza obbligarlo a fare i conti con la Shoah.
È preoccupato per l’antisemitismo che viviamo oggi?
Sì. Dobbiamo comprendere perché siamo arrivati a questa situazione. Bisogna prendere coscienza che da qualche parte abbiamo sbagliato, anche noi ebrei della diaspora: e infatti per gli altri non c’è differenza tra ebrei diasporici ed ebrei israeliani. Da qualche parte abbiamo sbagliato. Secondo me ha a che fare col fatto che da tempo Israele è trascinato un po’ troppo verso l’“esilio”, e lo è a causa sia dei laici che degli ortodossi.
È un punto interessante. Nelle sue lezioni lei afferma che l’ebraismo non è una religione bensì un percorso identitario. Cosa intende?
Quella che di solito si definisce “ortodossia ebraica”, parola che in realtà non mi piace usare, nei secoli dell’esilio ha svolto un ruolo di enorme utilità, perché ha permesso di preservare e tramandare la Torah. Tuttavia, una volta tornati in Eretz Israel, non è più la stessa cosa. Perché in Israele oltre il 70% delle mitzvoth sono socio-politiche, e sono applicabili solo in terra d’Israele, come dimostra Rav Kook, che in Israele tornò a praticare la regola della shmitthà (il riposo della terra ogni sette anni, n.d.r.). In Israele però gli ortodossi hanno portato la cultura dell’esilio, che avevano custodito per secoli. Altrettanto ha fatto il mondo laico, secondo cui, in esilio, l’ebreo doveva eccellere nei valori praticati nel mondo non ebraico: vincere i Nobel, ad esempio, e in generale farsi apprezzare. Questo andava bene in esilio, ma in Israele il compito è un altro: è realizzare una “economia di giustizia”. Questo, all’inizio, lo si è fatto, per decenni; poi, per motivi politici, questo modello è crollato. E così abbiamo scoperto la povertà in Israele, che prima non esisteva, e molti precetti etici sono stati ignorati. Oggi in Israele la povertà è molto alta, ed è un male contro cui dobbiamo lottare.
Nella sua interpretazione di Bereshit è costante l’uso di un metodo ermeneutico che poggia anche sulle sue conoscenze di psicanalista. Per l’ebraismo l’interpretazione del testo è infatti fondamentale. Oggi però la comunicazione e il linguaggio preferiscono le vie brevi e immediate.

Sì, l’interpretazione della Torah è fondamentale: preciso che per Torah si intende l’insieme della Torah scritta e della Torah orale, che sono inscindibili. Da un po’ di tempo, ormai, ci sono persone esperte della rete e nella comunicazione contemporanea che mi chiedono di poter proporre lì quello che insegno. Confesso che tentenno. Il mio pensiero è pura ermeneusi, io interpreto la Torah. La Torah è un testo fatto di brevi preposizioni e ha una struttura che può circolare sulla rete, purché però la si interpetri; ed io, a dire la verità, non so se la rete sia uno “spazio” dove possa esprimere la mia modalità di interpretare il testo.
Dunque, senza religione neppure più precetti da osservare?
No, le mitzvoth si rispettano perché non sono una religione. La prima delle Dieci parole è “Anokhì”, “Io”. È un Io diverso da “Anì”. Esprime un “Io” comune, non differenziato: e che comunanza esprime? Quella tra noi e Ad(o)nai, quella di chi è stato tratto dalla schiavitù. È una parola che esorta a uscire dalla schiavitù mentale e psicologica. I kibbutzim, alle origini, erano questo: forme di uscita dalla schiavitù. Anche i kolchoz sovietici avevano questa aspirazione, ma fallirono, mentre i kibbutzim furono un successo, perché rispettavamo quelle mitzvoth etico-sociali, anche senza accorgersene. La maggior parte della miztvoth sono sociali, ci spronano a costruire una società più giusta. Vivere in Israele richiede un impegno, (la Torah dice che altrimenti la terra vomita i suoi abitanti). La terra del dono non sopporta di essere una “terra data”, perché con un dono ci si comporta in un certo modo: politico, sociale, religioso, psicologico. Non voler accettarlo, significa andare incontro a brutte sorprese, come sta succedendo oggi.

Come spiega la guerra e l’ostilità che oggi circonda Israele e gli ebrei?
Vede, sto lavorando a un progetto: riuscire a fare una lezione per cercare di spiegare cosa sta succedendo. Vorrei intitolarla “le sorprendenti fonti bibliche della giudeofobia”, parola da sostituire all’antisemitismo. Vorrei indicare le fonti nella Torah che spiegano quella insofferenza che si prova per gli ebrei nel mondo e che parte abbiamo noi, e come potremmo superarla. Occorre capire che in questo momento siamo realmente in pericolo, l’antisemitismo mondiale ha ripreso a crescere e questo ci chiama a interrogarci. Circa venticinque anni fa il filosofo palestinese Edward Said disse: si parla di noi palestinesi solo per accusare il boia israeliano. Era una giusta intuizione. Io credo che siamo ancora lì: ci sono decine di massacri nel mondo attualmente, ma nessuno ne parla più. Non ci sono altre vittime che i palestinesi. Chiediamoci perché.
Nelle sue lezioni settimanali di Torah (consultabili sul sito dell’associazione Lech-Lechà di Davide Assael), lei più volte sottolinea l’importanza per gli ebrei di cambiare la mentalità formatasi in esilio. Dunque la diaspora dovrebbe pensare a un ritorno In Israele?
Storicamente parlando ci sono sempre stati ebrei fuori da Israele.
Questo cosa significa?

C’è una parte di ebrei che da sempre abita in Israele, che così esprime la sua identità, e una parte di Israele per cui l’identità è abitare in esilio in un certo modo. Voglio ricordare una narrazione talmudica che racconta dei saggi babilonesi che si preoccupano all’arrivo di una delegazione da Israele, ma poi si consolano perché sanno che la delegazione…. ripartirà.
In avvio di interpretazione della Torah, lei scrive che “Non è concepibile studiare la Torah senza coinvolgere il cuore”. Cosa intende?
Qualcosa di non molto diverso da Pascal, per cui il cuore ha ragioni che la mente non può comprendere. Le racconto una storia. Il rabbi di Kotzk aveva un amico, Susja, che era esattamente il suo contrario: il rabbi era tutto intelletto e argomentazione, l’amico era tutto cuore. Poi Susja morì. Un anno dopo la sua morte, il figlio andò dal Rabbi, che gli chiese se il padre gli era apparso in sogno. Il figlio rispose di no, al che il Rabbi lo fulminò: “Hai aspettato senza far niente”, gli disse. E poi continuò: “Io, vedendo che non arrivava, mi sono elevato, e sono arrivato in una prima stanza, dove c’erano i saggi del Talmud, lì ho chiesto del mio amico, mi hanno risposto che era lì prima, ma era andato via; allora mi sono elevato ancora di più arrivando alla stanza di Moshè Rabbenu, e anche lì mi dissero che Susja era andato via; allora mi sono elevato fino alla stanza di Adam e Chavà (a quel tempo i maestri parlavano anche alle donne…) e Chavà mi ha detto che Susja era stato da poco lì, e mi ha invitato ad andare verso la foresta grigia. Ho camminato così per la foresta grigia, e poi finalmente ho visto in una radura una silhouette, come piegata, con in mano una scopa e una paletta. Sono corso da lui, ed era Susja. Gli ho detto: Susja, cosa stai facendo? E lui mi ha detto: la stessa cosa che facevo laggiù: raccolgo le lacrime dell’umanità”. Ecco, bisogna capire che questo è il cuore: essere in grado di raccogliere le lacrime di chi piange. Questo mi ha insegnato la Torah: poter dare una mano, raccogliere le lacrime, non solo degli ebrei. Questa è la parte cuore: è una parte universale. Avremmo pensato il contrario. I chakamim dicono che Ha Shem ricorda la memoria di tutti, non solo quella degli ebrei.
Con che speranza dobbiamo vivere il nuovo anno ebraico appena cominciato?

È una domanda difficile… Shadal, il grande maestro italiano, raccontava che in esilio è come se vivessimo in una stanza che ha solo delle piccole finestre, le quali sono destinate a chiudersi un millesimo di secondo prima che si apra la porta attraverso la quale terminerà l’esilio. Il problema è che l’antisemitismo e la Shoah possono prodursi in quel millesimo di secondo in cui tutto è buio. Il nostro compito oggi è comprendere il momento in cui non si può più aspettare. Il secolo scorso quel momento non fu compreso, e furono molti gli ebrei ostili al sionismo. Il risultato fu la Shoah. Oggi dobbiamo comprendere che non possiamo più attendere e che dobbiamo anticipare la nostra azione per impedire che, in quel millesimo di secondo tutto nero, si possa realizzare un’altra Shoah. Per questo non dobbiamo mai perdere la speranza. Del resto, se non speriamo noi, dopo Auschwitz, chi può sperare? Mio padre fu avviato ai forni, e lì fu nascosto dai Sonderkommando fino a quando riuscirono a riportarlo nelle baracche, dove sopravvisse fino alla liberazione. Mi sembra che sia l’esempio migliore per comprendere che noi ebrei non dobbiamo mai perdere la speranza.
4 risposte
Quanto vorrei che anche Erri raccogliesse le lacrime!
Commovente ,vero,profondo,educativo,super!!!
Poter fare come Susja, sempre, dovunque
Una scopa e una paletta, modestissimi strumenti di lavoro per un cuore aperto che “raccoglie le lacrime “. Che buono! Che bello!
Grazie, grazie