L’ultimo erede

Con la scomparsa di Antonio De Benedetti ci lascia l’ultimo interprete, forse, di una lunga tradizione letteraria ebraico-italiana.

Giacomo De Benedetti (1901-1967)

Nato in una famiglia della borghesia intellettuale ebraica piemontese, fucina di grandi figure di riferimento della letteratura italiana del Novecento, cresciuto nell’ambiente coltissimo e raffinato di suo padre Giacomo, a cui si deve l’analisi approfondita e dettagliata dell’opera di Marcel Proust, nonché i primi incontri della letteratura classica con la psicoanalisi freudiana, Antonio Debenedetti è morto a Roma il 3 ottobre scorso.

Ci ha lasciato a sua volta numerose testimonianze di critica letteraria e opere di narrativa, da “Monsieur Kitsch”, premio Viareggio come opera prima a “Se la vita non è vita” del 1991 (premio Viareggio) a “Un giovedì dopo le cinque”, finalista al premio Strega nel 2000.

Con lui scompare certo un mondo nato con il secolo scorso e destinato a trasformarsi con quello attuale. Nel passaggio però tra questi due universi compenetrati, più che paralleli, l’opera di Debenedetti è stata puntuale e originale fino a pochi anni fa con la pubblicazione degli ultimi romanzi, tra i quali certamente “Il tempo degli angeli e degli assassini”.

Fratello della storica dell’arte Elisa, la saga dei Debenedetti, nata a Biella, nel Piemonte dei tessuti e poco lontano dell’industria alimentare, introduce grandi apporti alla critica con Giacomo a partire dagli anni Trenta e Quaranta, ma anche successivamente, con le pubblicazioni postume negli anni Settanta.

Più moderna e aperta al confronto con la televisione e la radio, gli autori contemporanei è stata l’opera narrativa di Antonio, nato a Torino nel 1937, ma vissuto sin da piccolo a Roma. Giornalista per il quotidiano socialista “Avanti!” negli anni Cinquanta e dopo, tranne brevi parentesi, per il “Corriere della Sera”, per il quale a lungo si è occupato delle pagine letterarie.

Tra le sue opere, scritte per sottrazione, senza mettere mai una parola di troppo, ma semmai limando il più possibile le frasi, dando sensazioni visive con pochi aggettivi, un po’ nello stile del premio Nobel Patrick Modiano, una forte impronta emotiva e personale si trova in “Giacomino”, un libro pubblicato nel 1994, impostato sui ricordi del padre Giacomo, appunto.

Tra le opere più recenti, menzionate dalla Treccani, le raccolte di racconti, forse la sua migliore forma espressiva, “Racconti naturali e straordinari” del 2017 e “Quel giorno quell’anno del 2018”.

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