Memoria, identità, conflitti: questo è il nostro modo di proporre l’arte

Livia Tagliacozzo e suo marito Barack Rubin sono i curatori, assieme a Micol Di Veroli, di Ecmensia, una mostra artistica visitabile ancora fino ad oggi

Livia, te e tuo marito, Barak Rubin, avete organizzato questa mostra a Roma, che chiude oggi. È questo quello di cui ti occupi?

il logo della mostra “Ecmensia”, esposta fino al 3 luglio

In sono storica e curatrice. Sto studiando per un dottorato, e da cinque anni con Barak abbiamo da questo progetto curatoriale Idris, che nasce da una galleria a Tel Aviv. Poi ho iniziato il dottorato, mio marito adesso è direttore della Galleria d’Arte Contemporanea del Bezalel a Tel Aviv. Il resto del tempo ci dedichiamo alla nostra comune passione per l’arte.

Quindi questa non è la prima mostra.

No, ne abbiamo curato già altre. In Europa, a Madrid, e poi in Israele: a Tel Aviv, Gerusalemme, Ramat Gan, Umm el-Fahem. Questa però è la prima in Italia.

Cosa ispira le vostre scelte?

A noi piace organizzare mostre che trattano sempre temi attuali e, inevitabilmente, conflittuali, ma non attraverso un messaggio direttamente politico; evitiamo cioè di sbandierare bandiere, invece preferiamo mostrare temi sociali. E poi ci interessa la qualità degli artisti. Questa nostra totale autonomia di giudizio spiega perché collaboriamo con artisti e istituzioni diverse. Infatti non abbiamo alcun appoggio politico, ma ci fondiamo sul trust, la fiducia che gli artisti hanno in noi. Per esempio nel 2015 organizzammo la mostra “Neder,” con tutte artiste arabe, che trattavano il tema della dee, il genere femminile ela fertilità; che poi fu portato in mostra anche a Gerusalemme est.

Idris è l’associazione di Livia Tagliacozzo e Barack Rubin

Parliamo di questa mostra di Roma, “Ecmnesia”: che significa?

È una parola che deriva dal greco, significa qualcosa come “fuori dal ricordo”, cioè una condizione psichica legata a traumi, e allucinazioni, per cui si vive il passato come se fosse il presente.

È questo il leitmotiv della mostra? Il rapporto tra memoria e presente?

Sì. La mostra è nata con l’idea di ripensare il concetto di memoria, ossia come il passato degli artisti li influenzi nel modo di trattare i loro temi.

Ce ne parli nel dettaglio?

qui e sotto: alcune immagini della mostra Ecmensia, a Roma, in piazza S. Apollinare

Esponiamo artisti diversi, nei temi e nei mezzi: sono esposti video, opere a carboncino, a olio, stampe. Ognuno affronta il tema in modo diverso, mai scontato.

Chi sono gli artisti esposti?

Sono quattro, ognuno di loro è reso in un momento diverso della carriera. Con Samah Shihadi, artista palestinese, avevamo iniziato un percorso, con una mostra nel 2018 il cui tema era l’appartenenza e il movimento. La sua specialità è usare il carboncino per scene iperrealistiche. In questa serie sul villaggio di Sh’ab, ha inserito così l’idea del movimento, e le figure quasi scompaiono. Anche la seconda, Tigist Yoseph Ron, ha esposto con noi in passato, al Museo di Jaffa, un paio di anni fa, con un’altra artista di origini etiopi ( Mimi Tasama Sibaho). Nelle sue opere ha sviluppato l’idea di casa. Lei è un’immigrata etiope israeliana; lavora anche lei con il carboncino, ma con una tecnica particolare: lavora con la cancellazione, per sottrazione.

E gli altri due?

qui e sotto: alcune immagini della mostra Ecmensia, a Roma, in piazza S. Apollinare Mai Daas viene da Tira, nelle sue opere mette insieme la sua esperienza personale e le sue considerazioni sull’essere donna e il modo in cui la società vede le donne. È animata da uno spirito delicato, con cui affronta temi molto pesanti. Lavora con olio su tela. A Roma abbiamo esposto un trittico: una donna ricoperta da un tappeto persiano con due bambine dietro. E poi due donne legate da una treccia, quasi un cordone ombelicale, che rimanda al rapporto intergenerazionale; infine un meraviglioso vassoio, con dentro un lenzuolo macchiato di sangue, opera più criptica, che si richiama alla tradizione della prima notte di nozze. Infine c’è Dor Guez, l’artista tra loro più quotato a livello internazionale. Lui fa un lavoro diverso, qui presenta delle stampe ricavate dall’archivio della American Colony, una società utopica cristiana fondata in Palestina a inizio ‘900. Ha trovato in questo archivio un erbario che si vendeva ai pellegrini che venivano in Terra Santa. Dall’impronta delle foglie dalla carta velina ha tratto delle immagini, che restituiscono un’idea di forte luminosità. Infine espone un video che raffigura un tramonto a Jaffa, mentre viene narrata la storia della fuga della sua famiglia da Jaffa nel 1948. Infatti la madre è una cristiana di famiglia Palestinese, mentre suo padre è un ebreo tunisino.

Sei quasi arrivata alla fine della mostra: che bilancio ne dai?

Molto positivo. La mostra è andata molto bene, all’inaugurazione c’erano oltre 250 persone, e poi in queste settimane sempre nuovi visitatori, a volte anche fuori orario. Siamo molto soddisfatti, anche dalle domande poste dal pubblico sulla mostra. Poi anche aver portato questi argomenti a Roma, ha per me un significato rilevante. Questo è stato possibile anche grazie alla collaborazione con la curatrice romana Micol Di Veroli, con la quale abbiamo trovato una location adatta al nostro concept: una chiesa sconsacrata a Piazza di Sant’Apollonia a Trastevere che oggi ospita lo spazio creativo Cosmo.

Per saperne di più su Idris

La mostra Emesia sarà visitabile fino a oggi, domenica 3 luglio: Piazza S. Apollonia (Trastevere)

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