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L’ebraismo italiano vola in Giappone (e in Israele)

Riccardo Calimani è autore tradotto in molte lingue, a breve anche in ebraico e giapponese. A lui Riflessi ha chiesto qualcosa sul ruolo della diaspora in un momento così grave per Israele

Riccardo, è in corso la traduzione di due tue opere: una presso un editore giapponese, l’altro israeliano. Innanzitutto: di che libri si tratta?

Riccardo Calimani

In giapponese uscirà la “Storia del ghetto di Venezia”; in ebraico i tre volumi della “Storia degli ebrei italiani”, entrambi pubblicati in Italia da Mondadori.

Cominciamo dalla traduzione più lontana, quella in giapponese. Come mai un paese così lontano, a tuo avviso, si interessa del ghetto di Venezia?

Ti confesso che anche per me è un mistero. Quando sono stato contattato sono rimasto molto sorpreso. Mi dicono che il Giappone sia molto interessato alla storia del mondo ebraico, e questo può spiegare la loro scelta, peraltro affidata a uno degli editori più importanti del Giappone.

La storia degli ebrei italiani è edita in 3 volumi da Mondadori

E per quel che riguarda la traduzione in ebraico? Qual è qual è, secondo te, la percezione che ha Israele dell’ebraismo italiano?

Credo che l’impressione derivi soprattutto da quegli “italkim”, che dalla nascita dello Stato ebraico si sono trasferiti in Israele. Rispetto ai grandi numeri degli ebrei provenienti dai paesi arabi, dal resto d’Europa, o dalla Russia, gli ebrei italiani sono sempre stati una piccola minoranza, tuttavia molto ben considerata. Credo che ciò derivi dal fatto che abbiamo rappresentato, in qualche modo, un’élite culturale in Israele, in quanto tra i nostri connazionali che hanno fatto la Aliya ci sono sempre state persone di altissimo spessore. Si è trattato, per così dire, di un “sionismo nobile”, che ha lasciato la sua traccia nella storia di Israele. Questo può aver contato nella nell’interesse a tradurre una storia dell’ebraismo italiano.

La notizia è interessante anche se valutato nella situazione attuale. A tuo avviso, qual è la considerazione che Israele ha oggi della diaspora?

Non credo che oggi la diaspora abbia un’effettiva capacità di incidere sulle scelte di Israele. Dobbiamo considerare che dopo la Shoah, gli ebrei che oggi vivono in tutto il mondo, escluso Israele, raggiungono più o meno il numero inferiore di quelli che vivevano in Europa prima del 1942, quando il nazifascismo sterminò intere comunità. E credo che questa nostra difficoltà a far sentire il nostro pensiero in Israele sia un peccato.

Perché?

la firma a Washington degli accordi raggiunti a Oslo (1993)

La mia sensazione è che oggi in Israele si viva una crisi acuta, risultato anche delle variazioni demografiche conosciute negli ultimi anni. Attualmente la popolazione israeliana è costituita per circa un terzo da ebrei figli di quei profughi che dovettero fuggire da paesi arabi e che nella fuga persero tutto. Un’altra porzione cospicua proviene dalla Russia, e si porta dietro un bagaglio di oppressione della dittatura comunista. Infine, c’è una parte considerevole di ebrei americani che rappresenta una ideologia conservatrice e di destra. L’insieme di tali componenti, a mio avviso, produce un risultato per cui oggi Israele non ha la sufficiente lucidità nell’affrontare una crisi difficile come quella attuale. Pensa soltanto ai passi indietro rispetto agli accordi di Oslo, quando Israele si era espressa a favore del riconoscimento di uno stato palestinese. Oggi questo è un obiettivo che sembra scomparso dall’agenda di un governo animato da forze di estrema destra. Insomma, se penso al futuro di Israele le preoccupazioni mi sembrano aumentare invece che diminuire. Per questo sarebbe importante che ci fosse una diaspora capace di dialogare con Israele, che però manca, ad eccezione forse di quella americana. In Russia gli ebrei sono quasi tutti andati via, in Europa il loro numero continua a scendere. Per non parlare dell’Italia, dove da una popolazione di 40.000 persone siamo ormai arrivati a poco più della metà.

Veniamo allora in Italia. Qual è stata a tuo avviso la reazione dell’ebraismo italiano all’attacco del 7 ottobre e alla guerra che ne è scaturita?

Se guardo la mia comunità, quella di Venezia, mi sembra che non ci siano stati momenti di confronto tra noi, che pure sarebbero stati utili. Per il resto, l’ebraismo italiano è fatto, come ti dicevo, da numeri così bassi che si comprende l’estrema difficoltà che si ha a confrontarsi anche al proprio interno. Tieni poi conto di un altro nostro difetto: quello di essere diventati poco tolleranti verso le opinioni diverse dalle nostre, il che, in un ambiente così piccolo, fa sì che molti, temendo che le proprie idee non siano gradite, preferiscono neanche pronunciarsi, per non essere poi attaccati. Consentimi un’amara battuta: nell’ebraismo italiano è previsto l’istituto, assente nel resto del mondo ebraico, della “scomunica”, che molti ancora prediligono come strumento di discussione.

l’altro libro di Calimani, tradotto in giapponese

Per finire, vorrei tornare ai tuoi libri. Le traduzioni in corso non sono certo le prime delle tue opere.

No. Finora erano stati tradotti in inglese, tedesco, francese e spagnolo. In effetti, mancava una traduzione in ebraico e soprattuto in giapponese…

Quando usciranno?

Entrambe le traduzioni sono in corso, e non dovrebbe ormai mancare molto. Come immaginerai sono molto curioso di quella in giapponese, anche se ovviamente non potrò leggerla. Di recente l’editore ha voluto concordare con me la copertina dell’opera, e così ora aspetto la sua uscita

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