La claudicanza ci iscrive nella tradizione di Israele

Haim Baharier, psiconalisita e biblista, racconta a Riflessi,  dei suoi maestri, della libertà al mondo oggi, e di cosa significhi tutelare la memoria  

Gentile Haim Baharier, lei è stato manager di un’azienda tessile familiare, oggi è psicanalista, mental coach, e soprattutto biblista. Si riconosce, più semplicemente, nella definizione di maestro?

Emanuel Levinas (1906-1995)

Il maestro è quello che, secondo quanto insegna la nostra tradizione, è “talmidé chakamim”, allievo di saggi e di maestri. Finché mi sentirò allievo di maestri, potrò anche considerarmi un maestro. Mi sembra importante riconoscersi in un maestro, perché ciò ci porta a un livello superiore, ci permette di riconoscere le affinità di approccio, ma anche le diversità, e in generale ci insegna a praticare l’accoglienza verso gli altri.

Tra i suoi maestri ci sono stati Emanuel Levinas e Couchani.

Sono in effetti due dei miei maestri, anche post mortem (sebbene di Couchani dubito che l’espressione sia corretta…). Dal pensiero di monsieur Levinas oggi mi sento abbastanza distante, tuttavia so di essere partito da lì, e per me sarà sempre un maestro.

Perché se ne è separato?

l’ultimo libro di Haim Baharier: “Il cappelo scemo”, Garzanti

Levinas è essenzialmente un filosofo dell’ermeneutica, come si può capire leggendo la raccolta delle sue conferenze sulle lezioni talmudiche. Certo, in questo approccio deve molto anche alla sua affiliazione con il pensiero di Heidegger. Non mi sorprende che in Italia Levinas sia ormai “in mano” al mondo cristiano, oggetto di studio da parte, ad esempio, di Silvano Facioni, che è stato un mio allievo. Vede, Levinas è partito dal riconoscimento dell’Altro dalle fonti talmudiche, ma nella sua lettura questa chiave rischia di entrare in contraddizione con il mondo della kabala e con il Talmud. Prenda l’esempio di Rabbi Akiva, morto martire perché si è rifiutato di interrompere l’insegnamento come pretendevano i romani: impariamo da qui che non puoi disporre a tuo piacimento della tua persona, e che in certe situazioni il sacrificio di sé diventa quasi la via maestra. Invece tante digressioni sull’Altro, pur bellissime, ho l’impressione che non portino a nulla. Oggi abbiamo bisogno più di un manuale d’uso per fare e per agire nel mondo. Se posso citare mio suocero, Shlomo Szulc, probabilmente l’unico vero amico della mia vita, lui mi ha insegnato questo: potrà succedere che il bisognoso verrà da te e tu non avrai l’ombra di un soldo e allora, sai cosa devi fare? Prestagli orecchio.

E di Chouchani?

Di Chouchani posso dire che ne ho fatto esperienza tra i 4 e i 7 anni, quando lo conobbi che veniva a trovare mio padre. Per me, anche se ero così piccolo, è stato molto più di un maestro; ho l’impressione ancora oggi che sia penetrato dentro di me, e mi abbia costretto alla claudicanza, a ragionare in questa prospettiva. Per me questo è fondamentale, è la partenza di ogni pensiero ispirato alla tradizione di Israele.

In una sua intervista lei ha detto che la claudicanza non va intesa come difetto, perché “non rinvia all’imperfezione, ma alla perfettibilità”. La claudicanza costringe a rallentare, e magari anche a chiedere aiuto agli altri. Che tempi stiamo vivendo oggi? Mi sembra che tutti corrano sempre, e pochi zoppichino.

Haim Baharier con sua figlia, Avigail

Come ho detto, se non si parte dalla claudicanza si capisce davvero molto poco della tradizione ebraica. Oggi, effettivamente, mi sembra come dice lei che si corra molto. Certo, noi ebrei siamo da sempre abituati a correre via, in senso fisico; ma se corriamo col pensiero invece è grave, perché manca il “sedersi della mente”. La mente deve sedersi e ragionare, per capire. La claudicanza impedisce di correre, sono d’accordo, ma rischia di rimanere solo un impedimento se la si interpreta come difetto, anziché qualcosa che unifica il genere umano. Allora può diventare un ostacolo e un pericolo.

Per esempio?

Pensi a chi oggi paragona i Green pass alla stella gialla. Da dove viene l’idea di questo paragone? Dalla fretta del pensiero, che corre senza meditare. Questo mi preoccupa. Certo, sono d’accordo che la necessità del Green pass dovrebbe essere meglio spiegata perché possa essere accettata da tutti. E se guardo ai governi europei – parlo dei governi democratici – pure mi preoccupo. Quando vedo che in Francia governa la tecnocrazia, che è indifferente verso la propria popolazione, e l’arroganza di Macron; o quando vedo che si tende a governare in uno “stato d’emergenza” eternamente procrastinabile, mi preoccupo, perché anche quelle sono forme di pensieri troppo veloci, poco meditati.

La pandemia costringe a prendere scelte incerte.

Da qualche giorno sto riflettendo su una lezione di Shlomo Yehudah, detto “Ha-Yanuka”, il delfino, un uomo sapiente che nasce ogni 150 anni, una specie di genio a soli 32 anni. Ebbene, ha detto a proposito del Covid: “Il Santo, benedetto Egli sia, ha chiuso il suo mondo, perché vuole da noi che imparassimo ad aprirlo”.

Solo abbastanza di recente lei ha cominciato a pubblicare; cosa l’ha spinta a questa scelta?

(continua a pag. 2)

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