Israele e Netanyahu alla prova del piano Trump

Davide Assael esamina le prospettive che l’accordo imposto da Trump a Netanyahu apre ora per Israele

Davide, la tregua imposta dal piano Trump a Gaza mostra un’estrema fragilità. Possiamo dire, in questo momento, che sarà un sollievo solo momentaneo, oppure davvero si stano muovendo i primi difficili passi verso una nuova stagione in Medio Oriente?

Davide Assael, filosofo

Non è facile rispondere alla domanda, che certamente è quella centrale nel quadro che ora ci si è aperto sotto gli occhi. Direi che in questa fase assai precaria due sono gli elementi che inducono all’ottimismo, entrambi da cogliere in una prospettiva macro-regionale. Il primo è che per la prima volta dall’inizio del conflitto, abbiamo un piano controfirmato da tutti i principali soggetti regionali, che guarda al dopoguerra. Una prospettiva che riflette l’interesse strategico americano di stabilizzare il Medio Oriente sull’asse israelo-sunnita sancito dagli Accordi di Abramo. Un percorso che non nasce nel 2020, ma è in realtà figlio di un lungo avvicinamento diplomatico apertosi con la fine della guerra fredda. Il secondo motivo d’ottimismo è la volontà dei Paesi mediorientali di assecondare le intenzioni statunitensi in virtù di un ridisegno dell’area in cui agiscono interessi strategici che guardano ai prossimi decenni. Si pensi solo all’oleodotto IMEC (India-Medio Oriente-Europa), che dovrebbe unire Medio Oriente ed Europa, passando per Arabia Saudita, Giordania e Israele e alla partnership energetica che coinvolge lo Stato ebraico e altri Paesi arabi, su tutti Giordania, verso cui Israele esporta già gas, Egitto, con cui Israele ha ulteriormente rafforzato il sodalizio che vede i due Stati proporsi come alternativa al gas russo in Europa, e l’Arabia Saudita, impegnata in un faticoso processo di conversione energetica in vista dell’allontanamento dal petrolio innescato dalla crisi climatica.

Dunque, non ci sono ombre all’orizzonte?

La firma dell’accordo che ha portato, all’inizio di ottobre, alla tregua attuale a Gaza

Naturalmente ci sono. I due fattori di ottimismo che ho indicato non diminuiscono le preoccupazioni relative al piano proposto dall’Amministrazione Trump e bisogna anche noi ormai aver preso confidenza con lo stile pomposo e autocelebrativo di questa presidenza, a cui non sempre corrispondono i fatti sul campo. La grande difficoltà resta, a mio modo di vedere, l’instabilità interna ai due fronti: israeliano e palestinese. La permanenza di Smotrich e Ben-Gvir nel governo di Israele nonostante il voto contrario al piano di pace è indicativa di almeno due cose: la debolezza politica dei due soggetti, che non hanno alternativa all’alleanza con Netanyahu, e la loro speranza di un passo falso di Hamas, che li renderebbe nuovamente attuali i loro deliri propagandistici sull’annessione di Gaza e, ancor più, del Grande Israele dal fiume al mare. Li definisco deliri propagandistici perché, come mostrano le analisi di Shaul Arieli, ogni logica espansionistica è in controtendenza con tutte le analisi demografiche relative alla popolazione ebraica.

Che significa?

In sostanza, gli israeliani già oggi non vanno a vivere in Cisgiordania, figuriamoci in una landa desolata e semidistrutta come Gaza.

E l’altro rischio per la tregua?

Secondo l’accordo di ottobre, Hamas (qui in un’immagine di archivio) dovrebbe essere completamente smilitarizzata

Se Atene piange, Sparta non ride, diciamo (invertendo l’ordine dei fattori di Netanyahu, per cui la novella Sparta sarebbe, o dovrebbe diventare, Israele). Vedendo quanto già avviene nella Striscia, dove si sono già aperti scontri fra Hamas e i potentati rivali, il rischio non remoto è infatti che il fronte palestinese sprofondi in una nuova guerra civile, che potrebbe estendersi persino nella West Bank, dove Hamas ha in Nablus, Hebron, Jenin e Tulkarem quattro sicure roccaforti.

Allora cosa bisognerebbe fare per consolidare la tregua?

L’unico modo perché il piano prosegua il suo corso è il disarmo di Hamas, da raggiungere attraverso l’impegno diretto di una forza di interposizione in cui dovrebbero far parte sia Paesi musulmani che occidentali. In questo senso, è davvero avvilente vedere la retromarcia di Starmer, disposto, parole sue, a riconoscere lo Stato palestinese per offrire un contributo simbolico alla risoluzione del conflitto, per poi tirarsi indietro quando c’è da passare dalle chiacchiere all’azione. Il sospetto è che l’unico criterio che guidi l’azione dei Paesi europei, con forse l’eccezione dell’autopercepita grandeur francese, è l’assecondare gli appetiti dell’elettorato, anzi delle sue parti più estreme. Una grave miopia perché «la bestia» non esaurisce mai il proprio appetito: più le dai, più vuole avere.

Gaza potrà diventare la terra di un futuro stato palestinese, oppure stiamo assistendo un’operazione coloniale come quelle all’inizio del 900?

Trump e Netanyahu lo scorso ottobre ala Knesset

Rifiuto l’etichetta di operazione neocoloniale perché, come detto, il piano segue una logica di disimpegno americano dall’area per cederla nelle mani dei Paesi che la abitano. Non è un caso che tutti, dicasi tutti i Paesi musulmani, tranne l’Iran, hanno promosso il piano, contribuendo anche a scriverlo. Fra questi anche rivali di Israele, come Qatar e Turchia. Non fu così nel secolo scorso, dove i confini furono tracciati dalle sole potenze occidentali, creando Paesi inesistenti, a cui non corrispondevano identità nazionali. Nota di colore, è in quel contesto che nacque l’espressione «linea rossa» a sancire l’idea di una linea non valicabile se non al prezzo del ritorno del caos.

Ipotizzando che il piano Trump possa davvero proseguire la sua road map, cosa dobbiamo attenderci da esso?

Cosa sarà di Gaza e di quel territorio che va dal Mediterraneo al Giordano non è davvero facile dirlo. Anzitutto per l’appena ricordata frattura interna al mondo palestinese (ricordiamo che l’ANP sostiene il piano USA). Non a caso, un intellettuale come Sergio Della Pergola, che tanto ha insegnato a tutti noi sulle logiche interne a quel territorio, parla da tempo di due Stati palestinesi, anche immaginando, in via del tutto ideale, un modello emiratino che oggi viene, tra l’altro, esplicitamente sostenuto da parti palestinesi. Del resto, come scrive Francesca Borri, di estrazione culturale totalmente diversa da Della Pergola, i giovani arabi oggi hanno come modello Dubai. Chiaro che, lo vediamo appunto in questi giorni, i soggetti egemoni interni al mondo palestinese non cederanno lo scettro facilmente, portando avanti una visione panislamica, che, però, non è mai riuscita a fare totalmente breccia nemmeno in mondi arabi ristretti, come, appunto, i territori palestinesi. Oltre a questo, c’è lo scontro politico interno ad Israele, da cui possono nascere visioni totalmente diverse dei confini dello Stato e delle relazioni col mondo arabo. Infine, non bisogna sottovalutare la volubilità dell’Amministrazione Trump, che, andata male una via, può ribaltare il tavolo e andarsene. Personalmente vedo questa terza ipotesi come meno probabile: troppi gli interessi strategici USA in gioco. Trump potrebbe pure comportarsi così, ma gli apparati lo costringerebbero a riprendere le fila della trattativa come fu per Blinken, che ha avuto la pazienza di Giobbe a confrontarsi con leadership che ponevano il veto ad ogni soluzione.

Quello che mi ha colpito è che a Sharm El Sheik in primo piano ci fossero, a parte gli Stati Uniti, non delle piene democrazie, ma Stati autocratici, se non apertamente dittatoriali; e per quanto riguarda gli Stati Uniti, sappiamo oggi quante siano le pressioni che Donald Trump esercita sulle strutture democratiche del suo paese. L’accordo firmato a Gaza è insomma l’anteprima di una nuova pagina di storia, in cui le democrazie sono destinate ad arretrare?

L’ultimo libro scritto da Assael (con P. Stefani, Mulino 2023)

L’esempio dei giovani arabi, che hanno da tempo assunto come modello le ricchezze degli Emirati, preferendole alle nostre vecchie e respingenti democrazie, è un ulteriore spia del declino del modello democratico che si registra a partire dagli anni 2000, dopo la sbornia liberale degli anni ’90 seguita al crollo del mondo sovietico. Il processo, dunque, è in atto da tempo e si è ulteriormente accentuato con l’emergere dei BRICS, oggi divenuti Global South. Complice il retaggio coloniale, il modello democratico viene sempre più percepito come assimilazionista, soprattutto in realtà, come quelle di molti paesi africani, che hanno una composizione sostanzialmente tribale, a cui mal si attaglia il modello dello Stato-nazione europeo. Problema, a ben vedere, comune al Medio Oriente. Aggiungo che c’è dalle nostre parti una macroscopica contraddizione culturale: da un lato critichiamo lo stato-nazione pensato, dalle due guerre in avanti, come foriero di conflitto e di becero nazionalismo, dall’altro lo rivendichiamo come faro della civiltà contro le varie forme di particolarismo identitario. Manca una riflessione coerente sul destino degli ideali rivoluzionari, sulla cui inclinazione assimilazionistica si è riflettuto a sprazzi nel corso del ’900. Lo ha fatto l’intellettualità ebraica per ovvie ragioni, così come il femminismo della differenza e il mondo gay, che abbandona la prospettiva dei primi movimenti omofili, proprio perché rifiuta il modello assimilazionista su cui si adagiavano. Il nostro tempo storico impone una riflessione ben più sistematica.

L’accordo che effetti avrà su Israele Netanyahu? Potrà di nuovo rinascere, come l’araba Fenice, intestarsi la fine della guerra fino a rimanere alla guida del prossimo governo?

Netanyahu ha 76 anni, è travolto dagli scandali, fra i leaders dell’area nessuno vuole farsi una foto opportunità con lui. Per me il suo tempo politico è finito. Per carità, vale quello che si diceva in Italia per Berlusconi, il prototipo di queste leadership populiste: non muore mai. Poi, alla fine, è morto. Parlo della fine politica, quell’altra la lasciamo decidere al Creatore. Fuor di metafora, i sondaggi lo danno in grande difficoltà, sinceramente non vedo come possa recuperare. Mi pare che qualunque cosa possa fare, ormai ha mezzo Paese contro a priori. Chi di polarizzazione ferisce, di polarizzazione perisce. Nessuno come lui, in Israele, ha usato la divaricazione sociale come strumento di consenso politico. Ora gli si ritorce contro. È vero che l’insipienza politica dell’opposizione potrebbe favorirlo ancora una volta.

in questi tre anni Israele è stata attraversata da continue proteste contro il governo: prima per la riforma della giustizia (qui un’immagine), poi per la conduzione della guerra a Gaza (sotto)

Più in generale, qual è la tua impressione sugli effetti che questa lunga e drammatica guerra ha avuto su Israele? La sua tenuta democratica si è mantenuta, o il radicalismo che guida il governo attuale e la necessità di fronteggiare un nemico irriducibile possono mettere a rischio i caposaldi della democrazia israeliana?

Tra le democrazie mature, Israele è fra quelle che più ha subito il declino del modello democratico, di cui prima abbiamo mostrato un aspetto. La forbice sociale ha raggiunto picchi che hanno fatto paventare la caduta del sistema. I cinque governi in quattro anni, i due anni senza bilancio dello Stato, la discussione in occasione della Legge della nazione del 2018, fino alle oceaniche manifestazioni contro la riforma della giustizia ne sono state la dimostrazione più plastica. Processi simili si vedono, bene o male, in tutte le democrazie mature, in primis le due più vecchie: Stati Uniti e Francia. Ci sono leadership politiche che su queste divisioni prosperano perché sarebbero semplicemente impresentabili in contesti ordinari. Il processo, però, è davvero profondo. Il mondo odierno, a partire dalle limitazioni imposte dalla recrudescenza terroristica (non solo di matrice islamista) di questo nuovo millennio, per passare poi dalla crisi economica e alle limitazioni alle nostre libertà imposte da quella sanitaria si è tramutato in uno stato d’eccezione permanente, che non è escludo preluda ad un cambio futuro di sistema. Sicuramente ci sono leadership politiche che hanno scommesso sulla fine della democrazia liberale, in primis Victor Orban, ma si guardi Erdogan che ha sepolto lo stato kemalista. Il punto di caduta che sancisce un cambio di sistema è la sottomissione delle corti, costituzionali o supreme che siano, all’esecutivo. Chiaro che in Israele ci sono soggetti che spingono in questo senso. Tra gli elettorati è diffusa l’idea che «troppa libertà» abbia minato alla base imprescindibili strutture sociali. La sfida che ci impone il nostro tempo è, a suo modo, epocale. Non saprei dire come si concluderà il percorso.

prima della guerra, per circa 10 mesi in Israele si è protestato contro la riforma della giustizia d Netanyahu. 

L’ultima domanda è per noi italiani ed europei. Questa guerra ha mostrato da un lato una grande mobilitazione popolare contro il conflitto, ma dall’altro chiari segni di inquinamento, dovuti ai tantissimi pregiudizi e sentimenti di vero antisemitismo che si sono infiltrati, per la verità sembra senza molte difficoltà, all’interno dei cortei. La guerra a Gaza cosa ci dice oggi del sentimento ostile agli ebrei espresso in Europa?

Sarò oscurato dal pregiudizio e dal pessimismo, ma io questa mobilitazione contro un conflitto non l’ho vista. Se così fosse, l’avremmo dovuta vedere anche per conflitti, assai più sanguinosi e violenti, di quello di Gaza. Anche contemporanei a questa guerra, non solo di anni passati, seppur recenti. Ciò che io ho visto è il tentativo da parte di gruppi estremisti di utilizzare l’antisionismo-antisemitismo come strumento di acquisizione del consenso. Sapendo bene di poter far leva su un immaginario antigiudaico diffuso, che invade anche l’elettorato moderato. Considero un marchio di infamia che l’ala progressista, a cominciare dai partiti che più la rappresentano, si siano accodati a questo trend, che segna una nuova pagina dell’antisemitismo occidentale. Per cui, sì, ci dice molto del sentimento ostile nei confronti degli ebrei alle nostre latitudini.

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