Impegno e partecipazione: la mia ricetta per i giovani ebrei italiani

Maia Piperno a 22 anni è la nuova presidente dell’Ugei. A lei Riflessi ha chiesto come vede il futuro delle generazioni più giovani

Maia, da poche settimane sei stata eletta presidente dell’Unione dei giovani ebrei italiani (UGEI), mandato che manterrai nel prossimo biennio. Innanzitutto, per i nostri lettori puoi dirci qualcosa su di te?

Maia Piperno

Sono nata nel 2004, ho vissuto nelle comunità Di Roma e di Firenze, attualmente vivo e studio a Milano: ingegneria biomedica al Politecnico.

In generale, la società italiana registra una certa disaffezione delle giovani generazioni rispetto alla politica. Fa sempre piacere, dunque, vedere come ci siano giovani pronti ad impegnarsi. Nel tuo caso, cosa ti ha spinto ad accettare questo incarico?

Sono stata mossa dalla volontà di dare un contributo all’interno del mondo giovanile ebraico, soprattutto in un momento storico così complicato, in cui tutti sentiamo la necessità di rafforzare i nostri legami e far fronte insieme ad una situazione molto delicata. Credo inoltre che sia importante dare voce ai giovani ebrei italiani; infine, vorrei favorire momenti di aggregazione collettiva.

Quali sono i punti principali del tuo mandato da presidente?

Sono molti. Innanzitutto vorrei investire il nostro impegno nell’organizzazione di eventi e occasioni che facilitino la partecipazione dei giovani ebrei italiani. Inoltre, è nostra intenzione preservare e proseguire l’eccellente lavoro svolto da chi ci ha preceduto nei rapporti istituzionali con le diverse realtà, ebraiche e non (io stessa ho la delega per curare i rapporti con il Cdec e la comunità di Milano, dove vivo). oggi l’Ugei ha un vivo dialogo con altri soggetti: penso ad esempio all’importanza di mantenere e promuovere il dialogo interreligioso, che da sempre facilita una conoscenza reciproca, la quale spesso è in grado di rimuovere i pregiudizi. Fondamentale è inoltre il favorire l’inclusione delle tante realtà ebraiche italiane, penso soprattutto alle piccole comunità, in cui non è sempre facile per un giovane sentirsi parte di una rete. Il mio impegno sarà dunque quello di promuovere attività perché anche i giovani ebrei delle realtà più lontane si sentano vicini all’ebraismo italiano.

Quali sono secondo te le priorità cui occorre che occorre affrontare per i giovani ebrei italiani?

Certamente l’ondata di antisemitismo degli ultimi due anni è la prima urgenza da affrontare. L’Ugei deve aiutare chi oggi si sente minacciato, e promuovere azioni di contrasto dell’antisemitismo. Io mi auguro che l’Ugei possa essere percepita dai giovani ebrei  italiani un luogo sicuro, aperto, dove essere ascoltati. Ricordo che da tempo abbiamo aperto una task force contro l’antisemitismo, che ha fatto un lavoro eccellente, e che riceve costantemente richieste di aiuto. C’è inoltre la necessità, che ho evidenziato prima, di favorire l’aggregazione interna al nostro mondo, ossia facilitare la partecipazione a una vita comunitaria attiva. Oggi è urgente che ciascun giovane ebreo si senta parte di una comunità.

E per quanto riguarda l’ebraismo italiano in generale?

L’antisemitismo ovviamente non colpisce soltanto i giovani ebrei italiani, anche se ricordo che le università sono i luoghi in cui esso si è manifestato nel modo più aspro. Tutta la popolazione ebraica italiana percepisce questo sentimento di ostilità. Un altro tema è l’allontanamento di molti ebrei dalle loro comunità; anche qua credo che occorra un impegno, soprattutto verso le piccole comunità.

Il tema della partecipazione dell’inclusione mi sembra sia una costante delle tue parole. Tuttavia, in passato sono sorte polemiche circa la possibilità che giovani nati da un matrimonio misto, ancora non avendo ancora completato il percorso di conversione, potessero partecipare ad eventi sociali organizzati dall’Ugei. Attualmente la situazione qual è?

Il tema , che in effetti in passato è stato a lungo dibattuto, oggi è risolto in base al nostro statuto: possono iscriversi all’Ugei tutti coloro che sono iscritti o possono iscriversi ad una comunità ebraica italiana. Ciò non preclude, tuttavia, la possibilità di coltivare un dialogo costante e rapporti di collaborazione con altre realtà giovanili ebraiche o associazioni affini.

Vorrei tornare infine ancora sul tema dell’antisemitismo, per affrontarlo su un piano diverso. Oggi nell’ebraismo italiano c’è chi ritiene che, ancor più che nel passato, l’unica soluzione sia trasferirsi in Israele. Tu cosa ne pensi? E hai mai avvertito per te questa necessità?

La mia sensazione è che oggi Israele venga percepito come un posto sicuro per un ebreo, quello dove davvero sentirsi a casa. È una realtà che oggi moltissimi giovani ebrei italiani si trasferiscono ogni anno in Israele per continuare i loro studi universitari, o comunque per vivere un periodo più o meno lungo. Dopo il 7 ottobre, inoltre, ci sono stati anche casi di ebrei italiani che hanno deciso, avendo la doppia cittadinanza, di andare in Israele e servire l’esercito. Dal mio punto di vista, in passato ho accarezzato l’idea di poter trascorrere un periodo di studi in Israele, ma oggi, anche per l’impegno preso come presidente Ugei, è per me necessario restare in Italia. D’altra parte, uno dei motivi per cui credo che vivere in Italia sia altrettanto importante, coincide con il fatto che per me è sempre stato fondamentale valorizzare le occasioni di incontro e dialogo tra identità diverse: è proprio attraverso la conoscenza reciproca che si riduce quell’ignoranza che spesso alimenta l’odio. Al contrario, nella maggior parte delle occasioni in cui mi sono presentata con la mia identità ebraica, ho quasi sempre riscontrato un interesse genuino ed apertura mentale. Naturalmente, so che questa purtroppo non è la realtà per tutti, anzi, molti giovani ebrei italiani, soprattutto se isolati, soffrono un clima ostile. Per questo credo sia importante far sentire la voce Ugei.

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