MILANO - 26 APRILE 1945

Menorah e Riflessi augurano ai lettori un buon 25 aprile, festa della Liberazione dal nazifascismo, omaggio alla Resistenza e al contributo della Brigata ebraica per la nostra libertà. Auguri!

In Italia, dopo la Seconda Guerra mondiale, più d’uno fra i giovani che avevano partecipato alla Resistenza entrò a far parte dei gruppi dirigenti del rinato movimento sindacale, inizialmente unitario.

La Cgil, è utile ricordarlo, fu infatti rifondata a Roma, dopo trattative svolte in clandestinità dai partiti antifascisti, nella primavera del 1944 e visse una breve fase unitaria che si concluse con le due scissioni del 1948.

1945 Luciano Lama Forlì
9 agosto 1945: la prima manifestazione sindacale a Forlì. Luciano Lama parla dal balcone del palazzo comunale.

Ma torniamo alla fase unitaria e al ruolo dirigente assunto dai giovani partigiani. Alcuni furono chiamati a fare tale scelta, nell’immediatezza della vittoria, dallo stesso ClnAI, il Comitato di Liberazione nazionale dell’Alta Italia. Accadde così a Luciano Lama che, dopo la liberazione di Forlì, fu chiamato ad assumere la guida della rinata Camera del lavoro. Altri, come Vittorio Foa e Bruno Trentin, furono coinvolti nell’attività sindacale da quel grande talent scout che rispondeva al nome di Giuseppe Di Vittorio. Il quale, da leader della Cgil, intuì che era possibile fare, di quei due intellettuali borghesi, due ottimi dirigenti sindacali. Altri ancora, come Pio Galli, dopo la Resistenza avevano cominciato una normale vita di lavoro – come operaio metalmeccanico, nel suo caso -, ma approdarono al sindacato solo in seguito, e cioè dopo essere caduti vittime di quell’ondata di licenziamenti discriminatori che, negli anni ‘50 del secolo scorso, colpì molti militanti della Cgil.

Accadde così che quando, fra gli anni ‘70 e gli anni ‘80 del secolo scorso, cominciai la mia vita di lavoro – prima alla casa editrice della Cgil e poi all’Ufficio stampa della Fiom – di ex partigiani ne ho incontrati parecchi. Con alcuni, come Luciano Lama e Piero Boni, ho avuto solo poche occasioni di scambiare qualche parola. Con altri, come Bruno Trentin e Vittorio Foa, ho avuto rapporti più ravvicinati. Con altri ancora, come Pio Galli e Claudio Pontacolone, ho avuto invece il privilegio di lavorare.

Ho ricordato tutto questo perché è stato pensando a loro che ho seguito, con crescente sofferenza, il dibattito nato attorno all’interrogativo se l’Anpi – l’organizzazione che si fregia, a tutt’oggi, del nome glorioso di Associazione nazionale Partigiani d’Italia -, avesse fatto bene a giudicare negativamente l’invio di armamenti, da parte del Governo italiano, a sostegno della resistenza opposta dal Governo e dal popolo dell’Ucraina all’invasione militare scatenata contro di loro dalla Russia di Putin.

Personalmente, faccio presto a dirlo, condivido ciò che ha detto e fatto, e sta ancora facendo, il Governo italiano. Ma non è questo il punto.

Gli aspetti della discussione su cui mi interessa ragionare, in questo intervento, sono altri. Fra cui mi pare venga in primo piano quello che ruota attorno alla domanda: “Cosa direbbero oggi, sulla guerra lanciata da Putin contro l’Ucraina, quei giovani che, fra il 1943 e il 1945, imbracciarono le armi per combattere i nazisti veri e i loro servi repubblichini?”

A questa domanda mi sono dato una risposta articolata su tre punti.

Primo: i valori della Resistenza non appartengono solo agli ex-partigiani. Sono un lascito che appartiene a tutti quelli che decidono di trarre ispirazione da tali valori.

Secondo: l’Anpi è un’organizzazione composta ormai, in larga misura, da persone che, come me, sono nate dopo la fine della Resistenza. A fortiori, non ha quindi nessun particolare titolo per pretendere di avere il monopolio di tali valori.

Terzo: non è possibile offrire una risposta certa all’interrogativo sopra formulato.

A sostegno di questa affermazione vorrei portare alcuni argomenti. Secondo me, bisogna innanzitutto tenere conto del fatto che la Resistenza fu sì un fatto unitario, nel senso che l’obiettivo comune dei combattenti era quello di sconfiggere nazisti e fascisti e di riconquistare la libertà. Ma all’interno della Resistenza si muovevano essere umani dotati di idee anche significativamente diverse. Si andava infatti dai militari monarchici, come l’eroico colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, ai militanti di Bandiera rossa, che si collocavano a sinistra dei comunisti. Dopo la guerra, poi, i partiti antifascisti coprirono uno spettro molto ampio di opzioni politiche. E anche gli ex-partigiani, che ho citato sopra, hanno avuto certamente idee diverse sia in materia di politica estera, che di politica interna e di politica sindacale.

In secondo luogo, sempre secondo me, bisogna tenere presente che dalla Liberazione – ovvero dall’insurrezione nazionale proclamata dal ClnAI il 25 aprile del 1945 – a oggi, sono passati 77 anni. E che dal 1945 a oggi il mondo è cambiato totalmente almeno due o  tre volte.

Concludendo questa prima parte del mio ragionamento, vorrei quindi dire che, a mio avviso, il primo errore dell’Anpi non consiste nell’aver assunto una posizione politica che a me appare sbagliata, ma nel fatto stesso di aver assunto, in quanto Anpi, una posizione su una questione politica di attualità. Su una questione, aggiungo, estremamente complessa, rispetto alla quale, grazie anche alla vittoria degli Alleati nella Seconda Guerra mondiale e al concorso che i partigiani diedero a tale vittoria, siamo oggi liberi di dire ciò che crediamo giusto. Ma se vogliamo esprimerci su tale argomento, dobbiamo farlo con i nostri nomi e i nostri cognomi di cittadini singoli, e non rifugiarci dietro la qualifica di partigiani. Una qualifica che va lasciata a chi, più di tre quarti di secolo fa, se la conquistò con le armi.

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