Il Medio Oriente tra il piano Trump e la guerra

Janiki Cingoli esamina i possibili sviluppi del piano Trump per Gaza

Come possiamo valutare il piano presentato il 29 settembre da Donald Trump alla Casa Bianca?

Janiki Cingoli, già Presidente CIPMO (Centro Italiano Pace in Medio Oriente), è analista Huffington Post, esperto Medio Oriente.

È un piano che ovviamente mostra i suoi limiti, tuttavia credo sia la proposta più ampia e articolata presentata finora. È indicativo infatti il suo accoglimento sia da parte israeliana che dai paesi arabi e musulmani, dall’Arabia Saudita al Qatar all’Egitto alla Turchia fino all’Indonesia e al Pakistan; nonché da parte di diversi paesi europei, come la Francia, che con l’Arabia Saudita aveva presentato un’altra proposta e che ora appoggia questa, appellandosi ad Hamas perché l’accetti. Certo, è un accordo che dà molto a Israele, e pone condizioni molto dure ad Hamas, ma d’altra parte Hamas deve pagare un prezzo per il 7 ottobre.

È possibile prevedere la reazione de convitato di pietra nonché maggiore interessato al “Deal”, ossia Hamas?

Hamas è la controparte a tutti gi effetti di questo accordo. Quello che colpisce infatti è che l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) non fa è coinvolta nel negoziato, ed è solo citata per un coinvolgimento futuro ed eventuale, una volta profondamente riformata. Per quanto riguarda Hamas, si è dichiarata disposta a valutare positivamente la proposta, ma le ultime notizie che filtrano sono contradditorie, è probabile che avanzi delle proposte di cambiamento, e questo potrebbe far naufragare l’accordo. Certo, per loro la scelta è ardua: si prevede la demilitarizzazione completa di Hamas e della Striscia, la distruzione delle infrastrutture militari, dei tunnel e dei centri di produzione di armi, e la si esclude dalla gestione futura di Gaza. D’altronde, nella autorità provvisoria composta da palestinesi tecnocrati che governerà Gaza non ci sarà nemmeno l’ANP. D’altra parte, l’annunciata amnistia per chi rinuncia alla lotta armata e la possibilità per i suoi vertici di andare in esilio avendo garantita l’immunità è un’opportunità importante per Hamas, duramente provata dopo due anni di guerra. Di fatto non si può escludere che, rinunciando all’ala militare, in futuro Hamas si trasformi, cambiando nome, in un soggetto politico, come ad esempio è avvenuto in Irlanda con lo Sin Feinn. Una componete islamica nel mondo palestinese sarà infatti sempre presente.

Che possibilità ha la proposta di essere accettata davvero?

Trump illustra il suo piano per Gaza alla presenza di Netanyahu

Vi sono alcuni elementi da valutare: Hamas accetterà questa sua riconversione che per le altre fazioni islamiche avrebbe il sapore del tradimento? Può fidarsi dell’offerta di Trump, che di fatto non mai frenato Israele finora? In altre parole: se consegna gli ostaggi, Hamas potrebbe trovarsi sguarnita di ogni leva di fonte a una ripesa degli attacchi israeliani: forse la garanzia dei paesi arabi e della striscia potrebbe essere d’aiuto. Inoltre è molto difficile per Hamas accettare una zona cuscinetto tutto intorno alla Striscia, che secondo il piano resterà sotto il controllo delle forze israeliane fino a una definitiva stabilizzazione, cioè a tempo indefinito. Inoltre il Qatar ha detto che alcuni elementi sono da chiarire, mentre Israele dice che il piano non è modificabile. D’altra parte, per Hamas il rilascio di circa 250 ergastolani e oltre 2000 arrestati dopo il 7 ottobre sarebbe un grande successo.

E se Hamas invece rifiuta l’accordo?

Netanyahu sarà in grado di riprenderà la guerra da una condizione assi più forte e avrà mano libera da Trump, come già da lui annunciato. Il fallimento del negoziato sarà addossato ad Hamas, mentre ora è Israele che da mesi viene indicato come il responsabile maggiore della guerra, agli occhi dell’opinione pubblica internazionale.

L’Europa può giocare un ruolo nel piano di Trump?

È importante che nei 20 punti della proposta si citi quella franco–saudita, cosa non scontata perché si erano registrate delle frizioni con la Francia. Ora invece Macron ha immediatamente appoggiato la proposta Trump: la Francia dunque potrebbe essere coinvolta, mentre Tony Blair invece parteciperebbe a titolo personale, anche se molti suoi ex consiglieri fanno oggi fanno parte dello staff del governo Starmer.

L’Italia che ha possibilità di essere coinvolta in tale operazione?

Credo nessuna.

Quanto a Israele, il piano Trump rafforza o indebolisce il governo Netanyahu?

La proposta apre un’altra faglia critica nel governo, dato che i due partiti più a destra, guidati da Smotrich e Ben Gvir, hanno preso una posizione duramente contraria e voteranno contro il piano, anche perché tra le dichiarazioni di Trump di questi giorni ve ne è una, rilasciata dallo Studio Ovale, in cui si esprimeva opposizione alla annessione della Cisgiordania, cavallo di battaglia della destra al governo. Dunque non è da escludere che questi partiti escano dal governo, anche se è molto difficile che riescano a farlo cadere. Se si andasse la voto infatti, in base a tutti i sondaggi, Smotrich non riuscirebbe a superare la soglia di sbarramento del 3, 25% e non rientrerebbe nella Knesset. Aryeh Deri, leader del partito ultraortodosso sefardita Shas, si è espresso invece a favore del piano, e questo è importante. Occorre poi considerare che, ora che è stato approvato il bilancio, per rimuovere il premier non basta l’approvazione di una mozione di sfiducia, occorre presentare una maggioranza alternativa, che oggi non c’è, neanche considerando i partiti arabi.

Smotrich, uno dei ministri estremisti nel governo di Netanyahu

Come hanno reagito le opposizioni al piano?

I maggiori partiti ebraici dell’opposizione e i loro leader, da Yair Lapid di Yesh Atid, a Benny Gantz di National Unity, a Yair Golan di The Democrats, hanno appoggiato il piano e si sono detti disposti a fornire una rete di protezione a Netanyahu per garantirne l’attuazione; è dubbio però che egli accetti un accordo organico con loro, credo che nel caso preferirà un governo di minoranza che si appoggi su maggioranze variabili. Oggi per lui Lapid non è un alleato appetibile.

E l’opinione pubblica israeliana?

C’è stato un sondaggio nettamente favorevole all’accordo, anche da larga parte degli elettori del Likud e ancora di più sono i favorevoli ad un accordo che comunque porti al rilascio degli ostaggi. Certo la sfiducia in Hamas è alta.

A questo punto, che effetti potrà avere sulle prossime elezioni israeliane dell’ottobre 2026?

Se gli ostaggi tornassero a casa e la guerra finisse con una sostanziale emarginazione di Hamas, Netanyahu si presenterebbe all’elettorato nettamente rafforzato. Già oggi nei sondaggi, anche se la maggioranza si aggira intorno a 50 seggi su 120, rispetto agli attuali 64, le opposizioni ebraiche si attestano sui 59-61, mentre i 2 partiti arabi sono intorno ai 10, quindi con un margine di governabilità precario. La situazione è ancora moto incerta e in un anno può davvero succedere di tutto. Se, ad esempio, in seguito allo sviluppo positivo del piano di pace si arrivasse ad allargare alla Arabia Saudita gli accordi di Abramo, questo cambierebbe la faccia del Medio Oriente. Nulla al momento può essere escluso, dopo anni di paralisi ora la situazione è in forte movimento, pur senza farci illusioni.

 

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