Pagine scelte

“Il ghetto interiore”, di Santiago H.Amigorena

“Non ho scritto un libro sulla Shoà. Ho voluto scrivere la storia di mio nonno e del suo silenzio che è anche all’origine del mio.” Questo è l’assunto dell’Autore. Eppure la Shoà è il leit-motiv del libro, ambientato a Buenos Aires tra il 1940 e il 1945.

Wincent Rosenberg, fervente ammiratore del Maresciallo Pilsudski, a 18 anni si arruola nell’esercito polacco partecipando anche alla guerra polacco-sovietica (1920) ma, tornato civile e cominciata Giurisprudenza a Varsavia, mal sopporta l’antisemitismo dei suoi giovani colleghi: “Come tollerare che studenti spensierati, solo perché polacchi di nascita, lo deridessero, dopo che aveva combattuto per liberare la loro patria”. Lascia così l’Europa per l’Argentina nel 1928; “forse perché si era sentito tradito da Pilsudski”, forse erano stati gli insulti antisemiti forse voleva fuggire dalla miseria che minacciava l’intero continente, “forse pensando che avrebbe fatto fortuna all’estero e sarebbe tornato”. Un allontanamento geografico che presto si trasforma in un esilio che lo allontanerà anche emotivamente da quanto lasciato in Europa. Ormai tutti lo chiamano Vicente, “è diventato un giovanotto non ricco ma fascinoso, e galante. Aveva imparato a ballare il tango,  e gli avevano presentato Rosita, la sua futura moglie”, figlia di ebrei emigrati dalla Russia più di vent’anni prima. E con il tempo, dopo essersi allontanato da ciò che era il suo “destino ebraico”, si chiarisce la sua consapevolezza delle infinite compresenze e l’assoluta libertà di vivere senza essere definiti in base a una nazionalità, professione, religione… Come mai a volte parliamo di noi stessi con la certezza di essere un’unica cosa, semplice, fissa, immutabile, una cosa che possiamo conoscere e definire con un’unica parola. Una nuova mutazione avviene però quando arrivano, attraverso una lettera materna (9 dicembre 1940), le prime notizie sull’occupazione nazista e la costruzione del muro per segregare a Varsavia gli ebrei polacchi. Per reazione, smette di leggere i giornali e di parlare con gli amici degli eventi europei e, a poco a poco, si isola sempre di più in un silenzio tanto interiore quanto reale che lo estrania da qualunque rapporto affettivo e sociale. A dramma in corso, vergogna e sofferenza s’impadroniscono di Vicente, perle scelte passate e il vivere presente.

Carico d’impotenza, si rinchiude in un “ghetto interiore” in cui il suo senso dell’appartenenza ebraica torna a farsi sentire prepotente e ineluttabile riformulandosi come reazione al nazismo e alle sue pretese di incasellare l’ebreo in un unicum intollerabile. Queste pagine rappresentano l’origine del progetto letterario di Amigorena pensato per “combattere il silenzio che mi avvolge”, ma arrivano come decimo libro da lui pubblicato.

L’autore, argentino di nascita, come il nonno, uomo dalle molteplici identità. Come il nonno che da Chelm si era trasferito a Varsavia e poi a Buenos Aires passando a parlare prima dall’yiddish al polacco e poi facendo dell’argentino (castellano) la sua lingua, Santiago non scrive nella sua lingua madre, ma in francese, lingua del paese in cui emigra con la famiglia a 16 anni, con un viaggio uguale e contrario rispetto a quello del nonno: “l’antisemitismo ha fatto fuggire dall’Europa i miei nonni. Le dittature latinoamericane mi hanno fatto fuggire con i miei genitori come mio nonno, ho tradito: non mi sono trovato dove avrei dovuto trovarmi”.

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