Karen, con “Maria per Roma”, selezionato per il Festival del Cinema di Roma nel 2016, hai ottenuto grande successo di critica e di pubblico. Quando e come nasce la tua passione per il cinema?

È stato un percorso articolato. Amavo il cinema fin da piccola, ma non avrei mai creduto che sarebbe diventato la mia vita. Dopo essermi laureata in Giurisprudenza ero assetata di vita e, curiosa del mondo esterno alla comunità ebraica nella quale ero cresciuta, per cui mi sono iscritta ad un corso di recitazione. Studiando i personaggi ho sentito l’esigenza di scrivere e, immaginando di veder vivere i personaggi che scrivevo, ho girato il mio primo cortometraggio. Da lì’ l’amore.

Tu sei regista, attrice, sceneggiatrice: quale ruolo preferisci, e perché?

Della realizzazione di un progetto amo tutte le fasi, dalla scrittura alle riprese, fino al montaggio. Il tipo di progetti che ho realizzato fino ad ora, e che sicuramente sono congeniali al mio carattere, mi hanno permesso di seguire sempre tutte le fasi del lavoro. La mia vera passione in fondo è immaginare una storia a partire da una suggestione creativa e fare tutto il possibile per vederla realizzata. Amo anche recitare, ma il mestiere di attore richiede delle caratteristiche che non credo di avere.

Quanto è difficile farsi strada in questo mondo e quali ostacoli hai dovuto superare?

È molto difficile e ci vuole talento e determinazione. Al Pacino dice che la determinazione è il talento. Quando ho deciso che non sarei diventata un avvocato dicevo a me stessa che tutti i mestieri in realtà sono difficili. La difficoltà più grande nel mio lavoro è la precarietà che è diventata tristemente una caratteristica del mondo del lavoro in generale. Gli ostacoli per la realizzazione di un film sono tantissimi e chiaramente fino a quando un autore non è affermato sono maggiori, ma credo fortemente che se l’obiettivo è chiaro e valido, lottando si possano superare.

E per una donna ci sono difficoltà aggiuntive?

Dalla mia esperienza posso dire che come in molti altri mestieri le donne sono chiamate a lottare di più per ottenere considerazione. Però ho incontrato persone che hanno creduto in me e alla fine è sempre la validità del lavoro che può fare la differenza.

Ritieni che essere una giovane ebrea possa influenzare il tuo modo di fare cinema?

A questo punto sì, e lo sta facendo. Per anni ho cercato di fare esperienza del mondo proprio perché sentivo di non conoscerlo, di aver vissuto in una realtà particolare e circoscritta. Dalla morte di mio padre Roberto Di Porto (Pucci), sono tornata con una nuova curiosità a raccontare il mondo dal quale provengo e che amo; credo che la distanza che ho preso negli anni passati e la mia ricerca personale possano permettermi ora di coglierne tutta la ricchezza. Spero, diciamo, di essere all’altezza del materiale meraviglioso che ho a disposizione.

Puoi farci qualche anticipazione sui progetti sui quali stai lavorando?

Sto ultimando il documentario “Piazza”, coprodotto con la Sacher film di Nanni Moretti, che parla proprio della nostra ‘Piazza’. Un progetto al quale tengo tantissimo e che spero di poter condividere presto alla riapertura delle sale cinematografiche. Dovrei poi girare un film con il produttore Galliano Juso su Tanio Boccia, regista di peplum degli anni Sessanta, considerato il peggior regista di sempre. Una commedia per certi versi amara ma molto divertente, secondo me attuale per l’arte di arrabattarsi tipica del dopoguerra e di nuovo in auge per le difficoltà economiche che questa pandemia sta creando. Spero di incontrare meno difficoltà produttive di quelle che lo stesso Boccia trovava all’epoca!

Grazie Karen ed ‘in bocca al lupo’ per il tuo documentario ‘Piazza’ che aspettiamo tutti con ansia e curiosità perché con esso sappiamo che racconterai una pagina importante e poco conosciuta della storia nostra Comunità.

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