Il ritorno di Tosca

Tosca Di Segni, con il suo diario di recente edito, racconta i viaggi di una famiglia ebraica romana, costretta a subire la deportazione, il ritorno alla vita, la ricerca di un posto saldo dove tornare a vivere

Giordana Tagliacozzo, nipote dell’autrice, è la curatrice del volume

“Il Ritorno di Tosca. Auschwitz-Roma-eretz Israel-Roma” (a cura di G. Tagliacozzo, Silvio Zamorani Editore, 295 pp., 24 euro) è la vicenda storica tracciata dalla lunga strada verso casa, ma anche l’emozione e il trasporto di una storia personale.

Tragica, come tutte le vicende dei deportati, ma anche emozionante come una saga familiare e specchio di un paese colpevole che rappresenta ciononostante le radici e l’appartenenza per le vittime.

Condizione contrapposta ad un paese che sta per nascere, Israele, con tutti gli entusiasmi ma anche le contraddizioni, con la inevitabile necessità di guardare avanti senza tentennamenti, senza esitazioni, senza quella comprensione di cui forse i sopravvissuti avrebbero bisogno. Un luogo dove Tosca ritrova la sua identità, e abbraccia i suoi figli, porta a compimento il suo percorso di fede mai venuto meno.

Tosca Tagliacozzo con i figli

Ma sorretta dal desiderio di riavere la vita com’era, questa donna provata dalla barbarie della storia fatica a trovare quella pace e quella serenità che voleva e desiderava ricostruire sopra ogni cosa.
Il libro è prezioso per questi motivi ma anche e soprattutto per il racconto doloroso ed esemplare di questa donna innamorata della vita e dei figli, capace di resistere in nome di questa volontà ferrea che le consente di andare avanti, di guardare ancora la bellezza dei luoghi, di soffermarsi sui particolari delle città che visita, di sobbarcarsi – in un mondo ancora arcaico e patriarcale – la ricostruzione della sua famiglia, ovvero della propria essenza, del proprio modo di intendere la vita.

Inoltre, sebbene solo accennato, di contorno come è giusto che sia, viene trattato con delicatezza e quasi di nascosto anche il danno collaterale che la Shoah ha creato in tutti i parenti e gli affini dei deportati e quindi anche alla famiglia di Tosca, nei suoi figli soprattutto. Ragazzi che si abituano all’idea di essere orfani, che vivono nascosti assumendo nuove identità, spesso dovendo rispondere a nomi cattolici a costumi finora considerati ‘altro’.

Ebrei sopravvissuti ai lager. Tra loro, anche Tosca

Portati dagli zii in Israele imparano una nuova lingua, iniziano a sentirsi parte della nuova Patria per poi rimettere ancora tutto in discussione per seguire la madre che torna. Un ritorno che sa di miracolo rappresentando il dono più prezioso ricevuto e per questo fa nascere un senso di gratitudine che tuttavia non può non alimentare parallelamente un senso di colpa: nei confronti di chi è sopravvissuto e a cui non si può negare l’accettazione del ritorno a casa ma nello stesso tempo verso un sogno che sta per sorgere dopo duemila anni e a cui si vorrebbe prendere fisicamente parte.

Tosca con il marito Gino

Ma la storia di Tosca è infine l’esempio di una donna che non soccombe, che sfidata dal Male resiste e vince. Un esempio e un simbolo anche per le generazioni successive, soprattutto adesso che la sicurezza dell’uomo del XXI secolo, la sua sensazione di invincibilità e di poter fare a meno di D-o è messa in discussione da un nemico invisibile, in una eterna lotta per far vincere la vita.

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Una risposta

  1. Massimo con poche parole ha saputo cogliere la complessità del dramma famigliare e trasmettere forti emozioni. Proprio un articolo coinvolgente.

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