Auguri Capitano Calò!

A 92 anni, Giovanni Calò racconta a Riflessi una vita da protagonista “in Piazza”

92 anni appena compiuti, complimenti Capitano! Sei figlio del Cavalier Calò da cui hai ereditato il mestiere di “sfasciacarrozze” e lo hai trasformato in industria per lo smaltimento di rifiuti speciali…Come sono stati per te i primi anni del dopoguerra?

Quant’è vero Iddio, me so’ morto de fame. Me ricordo che una volta, con mia moglie andammo a dormire senza cena, con solo un cappuccino e due cornetti al Bar Totò. Però non mi posso lamentare, sono stato un uomo fortunato che ha avuto tutto dalla vita, con l’aiuto del Signore. Ho iniziato a raccogliere ferro e alluminio da rivendere a peso. C’era molto da raccogliere perché c’era molto materiale bellico in giro, mezzi militari abbandonati ovunque, ed abbiamo cominciato a guadagnare.

Nel 1946 mio padre comprò un terreno sulla Via Aurelia facendo debiti e pagandolo a rate, per metterci dei cavalli che avrebbero figliato e noi avremmo potuto vendere i cavallini. Poi però cominciammo ad appoggiarci i materiali ferrosi e, piano piano è diventato quello che è oggi. In quel periodo compravamo i vecchi taxi, gli smontavamo i portapacchi e con le ruote delle Vespe costruivamo dei carrelli che vendevano agli ambulanti che andavano nei mercati. Però eravamo sempre senza una lira in saccoccia.

Gli anni ’50 sono invece ricordati per le incursioni dei fascisti in Piazza. Tu eri sempre lì. Che cosa ricordi di quei tempi?

Furono anni belli. Ricordo che una volta ci fu un comizio di Michelini al Colosseo ed alla fine molti fascisti passarono in piazza per provocarci. Noi ce lo aspettavamo e li abbiamo aspettati. Ricordo che venne il Professor Toaff e ci disse: “Ragazzi andatevene a casa ma mi raccomando, NON FATE RESCIUDDE”. Quando vennero i fascisti presero un sacco di botte, ma non dai giovani, ma dagli uomini che avevano una cinquantina d’anni che erano imbufaliti. Pensa che gli abitanti di Via della Reginella gli tiravano gli oggetti dalle finestre. Eravamo senza organizzazione ma con un gran core.

Noi tutte le sere ci incontravamo in piazza e li aspettavamo perché sapevamo che sarebbero tornati. Vicino a Corso Vittorio c’era un posto dove loro si incontravano ed un giorno Gianni Di Segni, il pugile che era tornato dalle Olimpiadi di Oslo chiamò me, Gilberto Terracina e Sergio “Gonzales”, che avrà avuto 15/16 anni ed insieme andammo da loro e Gianni entrò strillando che lui era italiano ed ebreo e che aveva difeso i colori dell’Italia alle Olimpiadi. Anche quel giorno volarono schiaffi e pugni. Ricordo che una volta, assieme a mio fratello Angelo portammo dal magazzino e distribuimmo tra i ragazzi in piazza i semiassi delle macchine per prepararci alla difesa, altri presero le sbarre del tempietto che sta di fronte al fornaio. Ricordo con amore quel periodo….

Nel giugno del 1967 Israele vinse la Guerra dei 6 giorni. Che cosa cambiò tra gli ebrei romani? Che cosa rappresentava per loro Israele?

Rappresentava tutto: vita, progresso, casa, religione, tutti avevamo il core lì! Dopo la guerra ci sentimmo tutti generali, nessuno ci poteva sfiorare, non avevamo paura di nessuno. Finalmente l’ebreo maltrattato che aveva sempre subito era diventato forte agli occhi di tutti. Quando finì la guerra andammo tutti al tempio perché il Professor Toaff lo aveva aperto in segno di ringraziamento. I giovani si prepararono con le bandiere di Israele e volevano andare in giro per la città a manifestare la loro gioia.  Ma io, assieme ad altri compresi che era un azzardo e li fermai.

Io ero già stato in Israele nel febbraio 1967 ed ero tornato entusiasta, per questo partecipai alla campagna del Keren Hayesod con cui poi tornai sui luoghi della guerra nell’estate del ’67

Com’è oggi la Piazza rispetto a quegli anni?

La Piazza di una volta non esiste più. Sono cambiati gli uomini quelli di oggi non hanno il core di una volta.

Ti piacerebbe se venisse aperto un centro per gli anziani in Piazza?

Certo, moltissimo! Manca un punto di ritrovo in Piazza per noi anziani.

È utile la Casa di Riposo? Ci andresti a vivere?

Sì, è molto utile, ma non ci andrei perché ancora sono giovane mentalmente.

Ti manca Shalom?

Veramente no, non riesco più a leggere.

Come hai passato questo anno di pandemia?

A me è cambiato poco perché io sono sempre uscito anche quando era rosso. Il sabato sono sempre andato al Tempio e gli altri giorni, se il tempo era buono, andavo in Piazza a passeggiare ed incontravo sempre qualcuno con cui parlare. Ho un autista che mi porta dove voglio ed una governante che sistema la casa e prepara i pasti. Devo dire che sono proprio fortunato, dalla vita ho avuto tutto, tre figli, nipoti e pronipoti, che mi stanno sempre vicino e le preghiere che dico ogni giorno sono state sempre ascoltate.

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Una risposta

  1. Gilberto Terracina era il fratello di mia madre
    Insieme a Giovanni Calò ha affrontato i fascisti tantissime.volte. Purtroppo è morto da molti anni, ma ricordo con affetto i suoi racconti inerenti questi episodi

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