A testa alta  

Domenica 14 dicembre si rinnova il consiglio Ucei: vademecum per la presidente che verrà

Mancano ormai tre giorni al voto del 14 dicembre, con cui anche la comunità ebraica di Roma individuerà i propri rappresentanti (20 su 52) presso il nuovo consiglio dell’Ucei.

Se ogni elezione di un organo con una funzione politica – come il consiglio Ucei, che rappresenta gli ebrei italiani presso le istituzioni della Repubblica – ha una sua solennità, certamente il voto di domenica è, per l’ebraismo italiano, particolarmente significativo.

Lo è per due ragioni.

La prima è che ufficialmente si chiuderà la lunga presidenza di Noemi Di Segni. Se ai 9 anni trascorsi a capo dell’Ucei si aggiungono anche i precedenti quattro, in cui ha occupato il ruolo di assessore al bilancio, si può comprendere come la figura di Noemi Di Segni è da considerare come una delle più rilevanti nella storia dell’ebraismo italiano degli ultimi decenni, nel segno dei suoi predecessori.

Dopo le figure storiche di Tullia Zevi, firmataria del Concordato con lo Stato italiano, Amos Luzzatto, osservatore severo e inflessibile del percorso che portò la destra missina a cambiare nome (chissà cosa direbbe oggi), e Renzo Gattegna, che guidò l’Ucei negli anni in cui in Italia si passava alla “terza Repubblica”, con Noemi Di Segni l’Ucei ha consolidato il proprio ruolo, nei rapporti istituzionali e con Israele, che ha sempre cercato di mantenere pur nelle enormi difficoltà scoppiate dopo il 7 ottobre 2023.

E tuttavia, è sopratutto guardando al futuro che si può  comprendere l’importanza della partita che si giocherà il 14 dicembre, ma che non si chiuderà quel giorno.

Gli ebrei italiani rinnovano il consiglio Ucei in un clima profondamente cambiato rispetto al voto del 2021. Allora si era appena fuori dall’emergenza sanitaria dovuta al Covid, che aveva profondamento messo alla prova le 21 comunità, rendendo a lungo impossibile lo svolgimento del normale vita ebraica.

Quattro anni dopo, occorre fare i conti con qualcosa di peggiore: il clima di profondo pregiudizio che gli ultimi due anni hanno alimentato, nei confronti di Israele e, di riflesso, anche degli ebrei italiani.

È una percezione a volte netta. Nelle tante, troppe dichiarazioni, ma anche nei cortei, nelle vignette, negli appelli, nelle frasi rivolte per la strada o in locali pubblici, questi due anni mostrano come si è fatto sempre più sottile il confine tra la legittima critica al governo di Israele e la generale condanna, inaccettabile, dell’intero Paese. Il dibattito politico, che proprio in questi giorni si perde nella spicciola polemica tra e dentro i partiti, sull’opportunità e il merito di una legge contro l’antisemitismo (a partire dalla dichiarazione IHRA), evidenzia comunque tale clima.

Il doppio standard, che molti ritengono sottragga Israele dal giudizio severo della comunità internazionale, sembra invece operare in senso opposto, dal momento che la guerra troppo lunga, durissima e drammatica combattuta a Gaza è stata definita già nelle sue prime settimane con un termine – genocidio – che non ci si è mai preoccupati di utilizzare per conflitti molto più lunghi e sanguinosi sparsi per il mondo, mentre un silenzio distratto o ipocrita è sceso sulle modalità spietate e terroristiche con cui Hamas è tornata immediatamente a controllare Gaza appena siglata la tregua.

Non si vuole aprire qui la questione – tantomeno sottovalutarla – di come il diritto internazionale giudicherà la guerra combattuta a Gaza, né sottacere le responsabilità politiche e militari che Israele dovrà accertare (accertamento già avviato per i responsabili militari), innanzitutto per non avere messo in sicurezza i propri confini. Il punto però è che come ebrei italiani riteniamo che il compito delle istituzioni ebraiche non sia quello di aderire a una condanna generalizzata, e neppure adoperarsi per una difesa d’ufficio incondizionata. Il legame solidissimo dell’ebraismo italiano con Israele non azzera la differenza: la Diaspora e Israele, per quanto siano due realtà unite e legate, non coincidono.

Dunque, il prossimo consiglio dell’Ucei dovrà mettere in agenda soprattutto un tema: come ripulire il linguaggio pubblico e privato dai tanti pregiudizi e stereotipi che in questi due anni hanno ingrossato una deriva in cui l’antisemitismo è tornato a crescere in modo evidente.

Non sarà facile, eppure non potremo sottrarci da questo compito. Dovremo far riscoprire i valori della cultura ebraica, sottolineare il profondo legame tra gli ebrei italiani e questo Paese, anche grazie al contributo dato durante la lotta partigiana contro il nazifascismo. E ripulire il linguaggio dell’opinione pubblica da quelle parole malate che troppo spesso sono utilizzate contro gli ebrei.

La responsabilità maggiore di questo compito cadrà sulla prossima presidente dell’Ucei. Appare infatti chiaro ormai che a guidare l’ebraismo italiano sarà ancora una volta una donna, visto che le principali candidature provengono da Roma e che le tre liste in lizza esprimono una donna come candidata presidente.

Si tratta certamente di una buona notizia, anche se è evidente che il profilo biografico, professionale e istituzionale di Ruth Dureghello, Livia Ottolenghi e Monique Sasson è profondamente diverso.

Riflessi fin dal primo momento ha dichiarato di sostenere la candidatura di Livia Ottolenghi. Si tratta di una scelta che si è rafforzata in queste settimane, in cui Ha Bait ha mostrato di essere una squadra unita, preparata, attenta alle priorità dell’ebraismo italiano, portatrice di un pluralismo e di una libertà di opinione che si oppone a qualsiasi forma di esclusione o delegittimazione delle opinioni altrui.

Per questo confermiamo il nostro invito a votare la lista Ha Bait e per Livia Ottolenghi presidente dell’Ucei.

Sarà a tal fine importante il risultato del voto di Roma. Tuttavia, va ricordato che i 20 consiglieri che la più grande comunità ebraica italiana esprimerà saranno comunque meno della metà di quelli provenienti da tutta Italia, e soprattutto meno dei 25 voti, sui 48 totali, necessari per arrivare ad eleggere la nuova presidente.

È nel primo consiglio, che si riunirà a metà gennaio, dunque, che si giocherà il secondo tempo di questa partita, in cui occorrerà trovare almeno 25 voti (ricordiamo che, oltre i 20 di Roma e i 10 di Milano, ci sono altri 19 consiglieri scelti dalle altre comunità ebraiche, i quali esprimono 15 voti, e 3 rabbini).

La campagna elettorale svolta a Roma ha dimostrato, a tratti in maniera evidente, come non basti fare promesse generiche o peggio alludere a errori commessi da altri, sulla base di accuse del tutto infondate, per potersi presentare davanti alle altre comunità ebraiche con le carte in regola. Così come non basta criticare la gestione passata, se poi in consiglio si sono disertati i lavori o non si è mai dato un contributo effettivo. L’esperienza e la rispettabilità necessari per poter aspirare a guidare l’Ucei non si improvvisano.

Anche sotto questo aspetto Livia Ottolenghi ha dimostrato che l’impegno negli ultimi 9 anni, in cui ha esercitato il ruolo di assessore per la scuola e per le politiche giovanili, è il miglior viatico per poter costruire un percorso in cui l’ebraismo italiano torni a occupare il posto che merita nel nostro Paese.

Per farlo, abbiamo bisogno di essere uniti e solidali, per avviare a testa alta quell’opera di ricucitura, ascolto, riflessione e rispetto, condanna dell’odio e della violenza, anche verbale, che sono condizioni indispensabili perché una democrazia possa dirsi sana.

 

Leggi tutto il numero speciale: Riflessi numero 10.12.25

3 risposte

  1. Considerazioni perfette, un articolo lucido, chiaro ed onesto. Penso sia cosa buona, oltre alla candidata presidente, votare chi lo ha scritto: Massimiliano Boni che, in prima persona, si è molto impegnato nel precedente mandato per sostenere tutto ciò di cui ha parlato.
    Leggete tutto il numero di Riflessi e troverete altre persone belle da votare.

  2. Come sempre presentazione pulita e lineare, una lettura saggia della situazione attuale andando dritto al punto delle problematiche di oggi, complimenti a riflessi e ai suoi redattori e giornalisti.

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