Continuare il dialogo nel solco di quell’incontro

Ambrogio Spreafico, biblista e insegnante di ebraico, dal 1º luglio 2025 è vescovo emerito di Frosinone-Veroli-Ferentino e di Anagni-Alatri. In occasione del suo ultimo libro, riflessi lo ha intervistato sullo stato del dialogo ebraico-cristiano

Monsignor Spreafico, nel suo ultimo libro, “Figli dello stesso Padre” (Claudiana), lei scrive di avvertire “l’urgenza” di continuare il dialogo ebraico cristiano. Le chiedo: a che punto è oggi questo dialogo? Molti sono i segnali che, dal 7 ottobre 2023, sembrano registrare un rallentamento, se non addirittura l’arresto, del dialogo.

Ho sentito il bisogno di concludere un libro che avevo in animo da diverso tempo, sebbene il momento storico che stiamo attraversando vada in un’altra direzione. Pertanto, ho voluto riaffermare l’urgenza di continuare il dialogo.  Dal 7 ottobre alcuni si sono arresi, altri pensano che il dialogo sia impossibile o inutile. Negli ultimi mesi ci sono stati due anniversari significativi, forse sovrastati dal fragore delle armi e delle dichiarazioni bellicose: si tratta dei sessanta anni dalla Nostra Aetate, (la dichiarazione elaborata nel Concilio Vaticano II, promulgata da Paolo VI il 28 ottobre 1965, n.d.r.), pietra miliare del dialogo tra fedi diverse, e della visita di Giovanni Paolo II al Tempio Maggiore di Roma. Guardando alla storia, credo che non possiamo dare ragione al pessimismo chiudendoci nei nostri mondi. La via del Dialogo ebraico cristiano è tracciata e va continuata in ogni stagione, favorevole o meno.

Il libro è uscito poche settimane prima dell’anniversario dei quaranta anni della storica visita di Giovanni Paolo II al Tempio Maggiore di Roma, “ospite” di Rav Toaff. Lei ha un ricordo personale legato a quella giornata? Che effetto ebbe quella giornata sul Dialogo ebraico cristiano?

Non ero presente a quell’incontro, ma ho un vivo ricordo che riguarda due aspetti. Il primo è l’impatto che ha avuto tra i cattolici, a cominciare dalla gente comune. Per molti, sentir dire da un pontefice che gli ebrei erano i “nostri fratelli maggiori”, ha suscitato un nuovo atteggiamento di “simpatia” nei loro confronti; uno sguardo nuovo, che disponeva ad abbandonare tanti pregiudizi e insegnamenti, magari appresi dal catechismo. In secondo luogo, l’affermazione ribadiva che gli insegnamenti del Concilio Vaticano II hanno aperto una nuova prospettiva di comprensione della propria fede. Il gesto e le parole di quel giorno furono un evento memorabile! Ho dovuto faticare, a volte, a spiegare ai miei amici ebrei che quell’espressione non aveva nulla a che fare con i racconti biblici, in cui i fratelli maggiori, fin da Caino e Abele, non erano i prediletti di Dio. Quelle parole, che poi furono rimodulate dai successori di Giovanni Paolo II, rappresentavano, per noi, la riscoperta delle radici ebraiche nella fede cristiana, ciò che in seguito sarà esplicitato in molti documenti della Chiesa cattolica.

Il libro è diviso in due parti. Nella seconda, intitolata “Riflessioni bibliche”, sono ricompresi alcuni suoi interventi, molti dei quali pronunciati nel corso delle giornate per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei, che si tengono a gennaio. È nota al riguardo la sua conoscenza delle fonti del pensiero ebraico: la Torah, innanzitutto, ma anche di molti maestri, compresi i contemporanei. È risaputo, invece, che gli ebrei normalmente non studiano né conoscono le fonti del cattolicesimo, in primis dei Vangeli. Questa “asimmetria” a suo avviso  è un ostacolo al dialogo?

Più che di asimmetria parlerei di una possibilità che, a volte, il mondo ebraico ha tralasciato, a parte alcuni grandi pensatori noti, da Rosenzweig o Elia Benamozegh fino alle analisi recenti di Fritz Rotschild o Eugene Korn.  È chiaro che, nel dialogo, la conoscenza dell’altro è fondamentale, affinché il dialogo possa progredire e arricchirsi, senza rinunciare, ovviamente, alla innegabile differenza che ci caratterizza. Anche da parte cristiana, alcuni studi recenti, ad esempio sulla collocazione dell’insegnamento e delle controversie di Gesù, nell’interpretazione delle Sacre Scritture nell’ebraismo contemporaneo, hanno contribuito a comprendere meglio i testi del Nuovo Testamento, superando letture superficiali o sostituzioniste, che hanno segnato l’antigiudaismo cristiano.

Tra poche settimane la Chiesa festeggerà il primo anno del pontificato di Leone XIV. Che contributo sta dando il nuovo pontefice al dialogo ebraico cristiano?

Basta citare alcune frasi della Catechesi del 29 ottobre scorso di papa Leone, che marcava proprio i sessanta anni dalla Nostra Aetate, per renderci conto dell’importanza che il pontefice dà al dialogo con il mondo ebraico: “Non va dimenticato che il primo orientamento di Nostra Aetate fu verso il mondo ebraico, con cui San Giovanni XXIII intese rifondare il rapporto originario. Per la prima volta nella storia della Chiesa doveva così prendere forma un trattato dottrinale sulle radici ebraiche del cristianesimo, che sul piano biblico e teologico rappresentasse un punto di non ritorno. […] Così, la Chiesa, «memore del patrimonio che essa ha in comune con gli Ebrei, e spinta non da motivi politici, ma da religiosa carità evangelica, deplora gli odi, le persecuzioni e tutte le manifestazioni dell’antisemitismo dirette contro gli Ebrei in ogni tempo e da chiunque» (ibid.). Da allora, tutti i miei predecessori hanno condannato l’antisemitismo con parole chiare. E così anch’io confermo che la Chiesa non tollera l’antisemitismo e lo combatte, a motivo del Vangelo stesso. […] Anche oggi non dobbiamo permettere che le circostanze politiche e le ingiustizie di alcuni ci distolgano dall’amicizia, soprattutto perché finora abbiamo realizzato molto”.  Sono parole chiarissime, che segnano una volontà precisa: un dialogo basato sull’amicizia profonda e sincera. A noi cattolici, laici o ministri ordinati, non rimane che metterle in pratica ogni giorno.

Un’ultima domanda. È nota la sua vicinanza alla Comunità di S. Egidio, da sempre in prima fila per il dialogo con il mondo ebraico, ma anche molto impegnata nel portare la pace in zone di guerra nel mondo. Qual è il suo giudizio  sul disordine mondiale che sembra oggi così forte, e che colpisce soprattutto il Medio Oriente?

È vero, anche il dialogo con il mondo ebraico è strettamente connesso al mio impegno con la Comunità di Sant’Egidio. Sono un vescovo e non voglio entrare nel merito di questioni geopolitiche che riguardano purtroppo tante situazioni di conflitto, che hanno messo in discussione le relazioni internazionali e il multilateralismo. Da cristiano penso che non possiamo accettare e rassegnarci alla guerra e che il nostro compito è quello di tenere aperta ogni possibilità di relazioni e di dialogo, solo così si potrà raggiungere la pace e la convivenza. La Comunità di Sant’Egidio si è impegnata in diverse situazioni,  come nel processo di pace in Mozambico negli anni ’90 o continuando gli incontri interreligiosi di preghiera per la pace in quello Spirito di Assisi, a cui Giovanni Paolo II aveva dato vita nell’ottobre 1986 con la presenza tra gli altri del Rabbino Toaff, perché con l’amicizia e la pazienza del dialogo si costruissero vie per la riconciliazione e la pace. A questo si aggiunge per i credenti l’impegno della preghiera che, come dice Jonathan Sacks: “è quel momento in cui l’inflessibile prima persona singolare, l’ “io”, fa silenzio per un po’, quel tanto che basta per consentirci di acquisire la consapevolezza che non siamo il centro dell’universo. C’è un’intera realtà fuori. Si tratta di un momento di trasformazione… Più di quanto la preghiera cambi Dio, cambia noi… Nel silenzio dell’io incontriamo il tu di Dio” (J. Sacks, Alleanza e conversazione. Genesi, il libro dei fondamenti, p. 249-250).

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