Due donne alla guida de “La Rassegna Mensile di Israel”
Liliana Picciotto e Myriam Silvera da poche settimane hanno raccolto il testimone da rav Gianfranco di Segni alla guida della «Rassegna Mensile di Israel» (RMI) il più antico periodico ebraico ancora edito
Qual è la responsabilità che avvertite nel raccogliere il testimone da rav G. Di Segni e dai direttori che vi hanno precedute?

(risposta congiunta) Il senso di responsabilità nei confronti di figure di riferimento del passato, remoto e recente, è certamente intenso. Al tempo stesso, è opportuno ricordare che ciascuna direzione ha interpretato e trasmesso una propria idea di cultura ebraica, contribuendo a orientare la crescita della RMI. I direttori del passato (tutti maschi) sono stati, insieme, espressione della loro epoca e attori capaci di promuoverne le tendenze intellettuali. Basti pensare, per esempio, al ruolo che il sionismo ebbe per Dante Lattes: un impulso culturale che nasceva da un contesto storico specifico e da un progetto condiviso. Pensiamo di continuare in quella direzione. Alla consapevolezza di dover essere adeguate al compito si affianca la coscienza della complessità del presente. L’ebraismo contemporaneo, nei diversi contesti geografici, si trova a fronteggiare dinamiche inattese e spesso preoccupanti. Nelle varie fasi delle nostre vite abbiamo conosciuto «ebraismi» differenti e partecipato stabilmente alla vita comunitaria, apprendendo a ragionare e a valutare le situazioni in una prospettiva di interesse collettivo. In questa formazione hanno avuto un ruolo essenziale la frequenza delle scuole ebraiche, l’esperienza nei movimenti giovanili, il confronto nei dibattiti e la partecipazione alle attività culturali maturate in quell’ambiente.
La vostra è la prima direzione femminile della Rassegna. È lecito attendersi una sensibilità diversa rispetto alle direzioni maschili?
LP. Oggi non ritengo vi sia una differenza sostanziale tra uomini e donne, soprattutto sul piano intellettuale e in un ruolo apicale quale la direzione di una rivista. Non mi sembra di riscontrare criticità sul versante organizzativo, né in quello delle scelte editoriali, né nella programmazione dei fascicoli. Quanto alla «sensibilità», non credo che essa vari in funzione del genere: dipende piuttosto da cultura, esperienza, capacità di riflessione ed esercizio del senso critico.

MS. Ritengo, invece, che una direzione femminile incida in qualche misura sull’orientamento della Rassegna, anche se non è semplice tradurre questa percezione in categorie concettuali nette. Forse si tratta di una maggiore attenzione alle voci più sommesse e al desiderio di farle emergere. È un tema su cui potremo tornare, con maggiore precisione, a posteriori.
Dirigere una rivista storica come la Rassegna significa anche osservare la società italiana. Negli ultimi due anni si sono addensate tensioni nei rapporti con Israele e con gli ebrei (anche italiani) dopo la guerra a Gaza seguita all’attacco di Hamas. Quale quadro vi sembra emergere?
(risposta congiunta) Il contesto è difficile. Una parte ampia dell’opinione pubblica si è schierata in modo unilaterale contro Israele e, in non pochi casi, questa postura ha offerto il pretesto per esternazioni antisemite che non avremmo immaginato di dover ascoltare e con tale frequenza. Oggi, tra gli ebrei, tanto sul piano individuale quanto su quello collettivo, prevale un sentimento di isolamento. Se pensiamo agli anni della presidenza UCEI di Tullia Zevi, di fronte a episodi di antisemitismo, come scritture sui muri, profanazioni, insulti pubblici, si attendeva spesso che la prima condanna provenisse dal contesto politico e civile circostante; e tale condanna, in effetti, giungeva quasi sempre. Zevi riteneva che fosse la società, per prima, a dover reagire, perché la ferita prima ancora che gli ebrei colpiva la collettività nel suo insieme. Oggi è diffusa la sensazione di doversi difendere in solitudine: dall’antisemitismo e da un manicheismo che investe il discorso pubblico su Israele. Esistono ancora, per fortuna, voci isolate di sostegno e amicizia, sebbene minoritarie. Per esempio le iniziative legate al 60° anniversario di Nostra Aetate [la storica dichiarazione del Concilio Vaticano II, promulgata da Papa Paolo VI nel 1965, che ha rivoluzionato i rapporti della Chiesa Cattolica con le religioni non cristiane, condannando l’antisemitismo e riconoscendo i valori spirituali in ebraismo, islam, induismo e buddismo, n.d.r.], indicano che più settori della Chiesa sono impegnati a riconoscere e difendere le radici ebraiche del cristianesimo, promuovendo conoscenza e rispetto della cultura ebraica. Ma, soprattutto, dobbiamo sottolineare che le iniziative culturali ebraiche non si arrestano; in alcune giornate arrivano persino a sovrapporsi più eventi, tutti stimolanti. Inoltre, diversi ebrei – in particolare tra i più giovani – avvertono l’esigenza di consolidare le proprie radici e si riavvicinano alla tradizione. Le iscrizioni alle scuole ebraiche a Roma e Milano risultano in crescita e i centri di studi ebraici continuano ad attrarre pubblico.
Vi sono temi o ambiti che intendete approfondire in modo particolare durante la vostra direzione?

(risposta congiunta) Condividiamo numerose ipotesi di lavoro con il Comitato di Direzione (Laura Quercioli Mincer, Claudia Rosenzweig, Alberto Cavaglion, Angelo Piattelli) e con la redazione, che comprende gli studiosi che affiancano la rivista da anni e alcuni nuovi ingressi, di cui siamo particolarmente liete. È stata inoltre ampliata la redazione israeliana, con la presenza di Michael Ascoli e Ariel Viterbo. Tra i temi proposti figurano l’odio antiebraico contemporaneo; la musica ebraica del Novecento; il cinema ebraico; l’umorismo; l’intelligenza artificiale; la bioetica; la storia del sionismo, e altri ancora. Valuteremo se dedicare a uno o più di questi argomenti numeri monografici oppure se avviarne la trattazione in fascicoli miscellanei.
Sono già usciti due numeri a vostra firma. Che cosa desiderate segnalare, in particolare, dell’ultimo?
MS. Tra i contributi di taglio storico segnalo, a cura di Liliana, l’importante ricostruzione del processo decisionale nazista per la retata del 16 ottobre a Roma. È basata su documenti dei servizi segreti inglesi che captarono direttamente le conversazioni tra il capo della polizia a Roma Kappler e i suoi superiori a Berlino. I documenti, desecretati, sono a disposizione del pubblico presso gli archivi di stato americani e l’articolo ne rende ampiamente conto. È inoltre di rilievo il contributo della giovane storica Sara Buda, dedicato al ritorno degli ebrei deportati da Rodi, “un ritorno non ritorno” ma una specie di rinascita in luoghi lontani dalla loro patria. Un obiettivo dichiarato è l’ampliamento del pubblico: per questa ragione intendiamo proporre temi differenziati e livelli di approfondimento diversi. Nell’ultima miscellanea abbiamo, quindi, articolato la rivista in più sezioni: «Studi e ricerche», «Contributi», «Discussioni», «Memorie di famiglia» e recensioni. Ciò incoraggerà meglio i singoli studiosi e cultori di temi ebraici a partecipare alla costruzione della Rassegna con nuovi contributi e a raggiungere un pubblico sempre più ampio.
In conclusione, vi sono altri aspetti che ritenete importante segnalare?
LP. La Rassegna – com’è noto – ha compiuto cento anni e ha conosciuto difficoltà tipiche di ogni rivista di alto profilo culturale, tra cui, in primo luogo, la distribuzione. Confidiamo che l’edizione online possa contribuire a superare questo ostacolo. Sinora in direzione e redazione ci siamo concentrati soprattutto sulla produzione; l’aspetto della diffusione, invece, è rimasto relativamente debole. Oggi dobbiamo riconoscere che invece richiede un lavoro specifico, che intendiamo affrontare quanto prima. Aggiungo un profilo più propriamente editoriale: dopo aver lavorato, nei primi due numeri, al recupero del ritardo accumulato dalla rivista, siamo impegnate a fare in modo che la data di copertina (la cosiddetta «data facciale») di ciascun fascicolo corrisponda alla reale data di pubblicazione. Ciò consentirà di affrontare con maggiore tempestività i temi che interrogano le nostre comunità, a partire dalla guerra israelo-palestinese e dalle sue ricadute nelle diaspore.
MS. Siamo consapevoli della pluralità di direzioni culturali da sviluppare, sia interne sia esterne al mondo ebraico. Restando nell’orizzonte scientifico che caratterizza la rivista, non intendiamo rinunciare a offrire una risposta – culturale, ma non soltanto – alle sfide del presente. Quanto alla preoccupante uniformità di pensiero che sembra diffondersi, soprattutto tra le giovani generazioni, riteniamo che la tradizione ebraica offra molteplici strumenti per contrastarla: sul piano della riflessione, cioè dell’esercizio del pensiero, e su quello dell’etica.
(l’intervista è stata realizzata prima della guerra all’Iran)
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