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Da Casale il mio impegno per il futuro dell’ebraismo italiano

Daria Carmi è la nuova presidente della storica comunità di Casale Monferrato. A Riflessi racconta che significa avere preso il testimone da suo padre Elio z.l.

Daria, da poche settimane sei la nuova presidente della storica comunità di Casale Monferrato. La gioia per la tua carica è forte anche perché prendi il testimone di tuo padre, Elio z.l. Che emozione ti ha dato la nomina?

la sinagoga di Casale

Le emozioni sono tante e contrastanti. La carica è recente quindi ancora oggetto di elaborazione. La partecipazione al voto è stata alta e le preferenze quasi all’unanimità, questo non me lo aspettavo e mi trasmette la grande fiducia ricevuta, a cui rispondo con il massimo impegno e senso di responsabilità. Vivere da ebrea a Casale Monferrato per me ha significato “scegliere di essere”, come fattomi notare da Rav Laras durante la mia preparazione per il Bat Mitzvà. La comunità è piccola e avevo messo in conto che questa carica, prima o poi, sarebbe diventata un destino possibile. Avrei voluto con tutta me stessa che fosse molto più “poi”, e la accolgo nel solco del lavoro di mio padre. E’ un eredità grande e pesante e non sarà facile portarla avanti, ma i messaggi di stima e vicinanza ricevuti da amici, parenti, correligionari, cariche istituzionali religiose e laiche, territoriali e non, mi danno forza e coraggio. C’è tanto lavoro da fare, il mondo e la società sono più complessi che mai: serve imparare da tutti, per similitudine e per contrasto, ma da tutti.

Daria Carmi con Adriana Torre Ottolenghi e Giorgio Ottolenghi nel museo delle luci di Casale

Per i nostri lettori che ancora non ti conoscono, raccontaci un po’ di te: di cosa ti occupi, e qual è stato il tuo impegno finora nel mondo ebraico?

Sono nata a Casale Monferrato nel 1984 e nonostante la mia formazione sia avvenuta in molti e lontani luoghi questa piccola città di provincia è sempre stata il mio centro. Attualmente sono Project Manager nell’agenzia di branding e comunicazione fondata da mio padre, la Carmi & Ubertis di Milano. Mi occupo da sempre di arte e cultura, che considero elementi fondanti e trasformativi della società. Questa mia competenza l’ho portata a servizio della comunità ebraica di Casale dove mi occupo di produzione, tutela e promozione del patrimonio ebraico: sono curatrice del Museo dei Lumi, la collezione di arte contemporanea dedicata alle chanukkiot, contribuisco alla progettazione del public program culturale e all’occorrenza dedico tempo alle visite guidate e all’accoglienza dei visitatori. Recentemente ho partecipato al gruppo di lavoro che ha reso il complesso ebraico completamente accessibile, progetto di inclusione rivolto anche alle persone con disabilità cognitive. In generale mi interessa la “cosa pubblica” e ho avuto alcune esperienze e confronti anche a livello nazionale nelle attività di Ugei e Ucei. Sono diventata mamma da sei mesi e questo è decisamente il lavoro più difficile che io abbia fatto fino ad ora!

i Carmi-Ottolenghi a Casale

Casale è una delle comunità più piccole dell’ebraismo italiano. Ci aiuti a capire quali sono i problemi di una comunità con un grande passato e che oggi vive in modo periferico?

In sintesi la più grande difficoltà è l’esistenza, il “continuare a esistere”, non solo essere, ma contare, il che ha due facce. La prima è soddisfare i bisogni degli iscritti. In una comunità piccola ognuno è essenziale, non ci possiamo permettere antipatie o di essere permalosi. Anche quando la propria posizione personale sarebbe diversa facciamo uno sforzo perché l’esigenza comune viene prima di quella individuale.

Casale dall’alto

Ovviamente non sempre ci si riesce e qualcuno potrebbe dubitare dell’esaustività dei nostri servizi ma anche grazie alla vicinanza con le altre comunità del nord ovest non è mai mancato minian a un funerale, offriamo servizio di mensa kosher al bisogno e ci è capitato anche di organizzare una foresteria al nostro interno. Questa capacità di agire secondo esigenza mantenendo coerenza con l’halachà è per me un grande valore. Ci servirebbero nuovi iscritti ma credo ci rendiamo conto tutti di come questo sia un problema più grande della singola comunità. La seconda faccia è il mantenere una relazione produttiva con il territorio. Non sempre ci ricordiamo l’apporto fondamentale che l’ebraismo ha dato all’Italia. A Casale questo avviene da cinque secoli. Non è questa la sede e non sono io la persona più indicata per fare una lezione di storia, ma in ogni passaggio cruciale della storia d’Italia noi ebrei abbiamo avuto un ruolo fattivo e positivo. Questa è una storia che dobbiamo mettere a valore nel presente e nel futuro.

Quali sono le priorità di Casale?

il museo delle luci di Casale Monferrato

Credo le stesse di tutte le piccole comunità, forse anche a livello europeo. L’attività religiosa è prioritaria. Come già detto quindi serve trovare nuovi iscritti, ma anche nuove risorse, umane, progettuali, economiche. Io mi impegnerò per mantenere quanto ottenuto e costruito in questi anni: garantire i servizi di base; alimentare la relazione fra comunità e fra le persone che ne fanno parte; rappresentare le istanze ebraiche a livello territoriale e oltre; produrre idee e visioni per il futuro. L’intesa siglata fra Stato e Ucei nel 1986 vede firmatarie tutte le 21 comunità ebraiche italiane. Le piccole, ma anche le medie, resistono grazie a innovazioni, idee creative, alleanze. Ognuna ha trovato un suo proprio modo di essere attrattiva, nella frequentazione ancor più che nell’iscrizione perché tutte registriamo un dato di percentuale attiva sul totale degli iscritti. Noi a Casale Monferrato abbiamo creato un ente strumentale, prima ONLUS ora ETS, che ci consente di partecipare ai bandi pubblici, svolgere attività culturali ad accesso aperto e libero, divulgare e promuovere il patrimonio ebraico. Continuare il suo funzionamento virtuoso è certamente fondamentale per noi.

È cambiato qualcosa nella collaborazione con il territorio (enti, istituzioni) dopo il 7 ottobre?

il senato accademico dell’università di Torino di fatto occupato da manifestanti propal

Qualcosa è cambiato, sicuramente, e sta ancora cambiando. Tragedie come il 7 ottobre ci cambiano come individui e come istituzioni, in profondità. Le trasformazioni più violente avvengono probabilmente nei grandi centri, quelli più esposti. Nei posti piccoli ci si conosce personalmente, l’integrazione – attenzione non l’assimilazione – con il territorio è molto alta, e questo è un anticorpo all’incomprensione, all’odio e in sostanza all’antisemitismo, anticorpo che come avrete già capito personalmente reputo fondamentale. Il valore della comprensione reciproca è per me fondante. Anche in relazione al contributo nello sviluppo del territorio a Casale e nel Monferrato, già citato, la relazione con enti ed istituzioni è ottima. Lo era già e lo è tutt’ora. Gli organismi preposti al governo del territorio, soprattutto Prefettura e forze dell’ordine, hanno alzato la soglia di attenzione ed il dialogo si è fatto più serrato. Siamo comunità ebraiche, portiamo la nostra identità all’interno di una società che condividiamo con altre comunità, la nostra stessa esistenza dipende dalla capacità della società di essere aperta, inclusiva, coraggiosa, lungimirante.

uno dei consigli dell’Ucei

A luglio farai il tuo ingresso ufficiale anche nel consiglio Ucei. Dal tuo punto di vista, come appare l’ebraismo italiano? Di cosa avrebbe bisogno?

Io sono stata Assessore alla Cultura di Casale Monferrato per cinque anni e, consentimi una battuta, ho capito perché solitamente per i neo consiglieri comunali è opportuno tacere in Consiglio Comunale per tutto il primo anno di carica. Ho grande rispetto per l’ebraismo italiano, che reputo importante per noi ebrei ma che a mio avviso è ancora più importante per l’Italia stessa. Paradigma valido su ogni scala, europea come mondiale, ma anche regionale e cittadina. Per noi ebrei è l’essenza vitale. Per il mondo è un presidio di Democrazia, di un pensiero plurale, di società educante. Questo non vuol dire che l’ebraismo italiano non abbia problematiche. Ma è troppo presto per esprimermi su questo tema.

Qui e sotto: Elio Carmi la scorsa Channukkà e al tempio di Casale

Un’ultima domanda. Elio è rimasta una presenza indimenticabile in tutti coloro che lo hanno conosciuto. Ci puoi dire un insegnamento che tuo padre ti ha lasciato, e che può esserti oggi d’aiuto nei tuoi novi impegni istituzionali?

Mio padre mi manca tantissimo. Mia madre, mio fratello, mia sorella ed io ci siamo dedicati moltissimo a lui durante la malattia, l’abbiamo guardato, osservandolo, cercando di leggere in lui anche il non detto. Ho avuto la fortuna di lavorare tanto al suo fianco, di conoscere il suo pensiero e il suo approccio alla vita, di ricevere i suoi consigli e insegnamenti, diretti e indiretti. E’ difficile selezionarne uno solo perché è un bagaglio prezioso e immenso. Mio padre si è sempre “vantato” pubblicamente di aver fatto ogni Kippur della sua vita a Casale Monferrato. Intendeva dire che miracolosamente la vita ebraica qui è stata costante e si è rinnovata anno dopo anno, oltre ogni aspettativa e nonostante il suo essere così esigua e periferica. Qui ogni anno ci chiediamo “Riusciremo ad avere minian?”. E ogni anno più di dieci uomini ebrei sono presenti in Sinagoga. Dobbiamo moltissimo a lui. Al fatto che ha scelto di stare a Casale Monferrato ed ha generato una famiglia ebraica piena di senso di appartenenza. I figli sono il futuro, e le recenti nascite nella nostra comunità ci danno speranza. Allora ho portato alla mente la frase che amava citare di Rabbi Tarfon trasmessa nel Pirkei Avot: “Non sta a te compiere l’opera, ma non sei libero di sottrartene”. Io mi auguro e auguro alla mia Comunità di poter pronunciare questa stessa sua frase, ancora e ancora e ancora.

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