È guerra globale

Federico Fubini spiega i caratteri della fase storica e politica in cui ormai siamo entrati, che riscrive i rapporti di forza e le alleanze internazionali

In un recente tuo articolo hai scritto che quella in corso è la “prima guerra globale”. Cosa intendi?

Federico Fubini, vicedirettore ad personam del Corriere della sera

Si parla spesso di terza guerra mondiale. Tuttavia trovo questa formula poco convincente. A differenza delle guerre mondiali conosciute nel Novecento il quadro oggi si presenta diverso, anche se fortemente destabilizzato. Innanzitutto non ci sono le rigide coalizioni di Stati alleati, come quelle che determinarono la rottura dell’equilibrio internazionale nella Prima guerra mondiale o che provocarono l’avvitamento fino al secondo conflitto mondiale.

Come fai ad affermarlo con sicurezza?

Guarda il conflitto in Iran. Gli attacchi avviati dagli Stati Uniti e da Israele non hanno portato al conflitto armato dei paesi più vicini a Theran. Ma anche i Paesi del Golfo, oggetto degli attacchi iraniani, al momento mantengono lo stato di non belligeranza. La realtà è che la geopolitica di oggi ci mostra un sistema di alleanze molto più fluide del passato. Guarda ancora la Russia, che ha appena beneficiato di un allentamento delle sanzioni da parte degli Usa. Per questo preferisco parlare di guerra globale. Intendo la presenza di più teatri di guerra nel mondo, che aumentano il disordine anche senza che questo determini un vero un vero conflitto mondiale.

Quali sono questi conflitti in corso?

La Russia e l’Ucraina, il conflitto nel Golfo, quello in Sudan, ma anche la situazione in Libia, che in apparenza è una guerra civile, ma in cui in realtà c’è uno scontro tra potenze straniere per il controllo delle risorse naturali. Pensa anche alla situazione nel Mar cinese, alle tensioni fra Cina e Taiwan, o alla stessa Cina e le Filippine. E ancora: il Pakistan e l’India, il Pakistan e l’Afghanistan, il coinvolgimento dell’Azerbaigian nel conflitto con l’Iran. Se si fa il conto del numero dei Paesi coinvolti, ossia che intraprendono o subiscono azioni che possono rientrare nella definizione di stato di guerra, si arriva grossomodo a cinquanta. Ricomprendo fra queste situazioni anche attacchi ibridi violenti, i sabotaggi, come quelli che i Paesi europei hanno subìto. Un altro dato da tenere in considerazione, è che questi Paesi rappresentano più o meno circa quattro miliardi di persone. Mi sembra ci siano tutti i motivi per parlare di guerra globale.

Anche l’Italia è coinvolta?

L’Italia al momento continua a fornire armi sia all’Ucraina, sia ai Paesi del Golfo attaccati dall’Iran. Inoltre abbiamo subìto un attacco alle nostre forze militari in Iraq da parte iraniana, più volte siamo stati sottoposti ad attacchi hacker dalla Russia. Direi dunque che anche il nostro Paese è coinvolto, suo malgrado, in questa guerra globale.

Quali sono i possibili sviluppi di questo scenario?

La guerra globale si muove su piani diversi da quelli che eravamo abituati a considerare. I conflitti subiscono fasi diverse: in alcuni momenti si attenuano, poi si rinfocolano, e nessuno può dirsi davvero concluso. Se guardiamo in particolare ai traffici marittimi, i più delicati per il commercio mondiale, al momento non c’è solo la crisi dello stretto di Hormuz, ma anche quella nell’area del Mar Rosso, quella del Mar Nero per l’accesso al Mediterraneo, quella del Mar cinese intorno a Taiwan. Si tratta di quattro tra le più importanti aree del commercio internazionale, tutte sotto pressione, seppure a fasi alterne. Sono esempi della guerra globale anche le sanzioni, o meglio le misure di coercizione economica imposte per fini politici: quelle utilizzate dagli Stati Uniti, ossia i dazi, ma anche dall’Europa, contro la Russia (che io condivido). Dunque, la guerra globale si sviluppa in particolare nei punti di maggiore importanza della circolazione delle merci, senza contare il controllo strategico delle terre rare. Il quadro che se ne ricava è di una conflittualità endemica.

Gli Stati Uniti di Trump, a tuo giudizio, sono i veri Commander in Chief della guerra all’Iran, o piuttosto la guida spetta a Israele?

Generalmente non amo rispondere in assenza di dati oggettivi da valutare. La realtà è che non possiamo giudicare con esattezza quale sia il rapporto fra Trump e Netanyahu, perché non conosciamo se esista un accordo fra loro, e quale ne sia l’obiettivo. Tuttavia qualche elemento lo abbiamo. Innanzitutto, a prescindere dal giudizio morale che possiamo dare sulla figura di Benjamin Netanyahu, non c’è dubbio che il leader israeliano abbia dimostrato ancora una volta di possedere capacità di apprendimento e di reazione di grande intelligenza politica. Lo stesso non può dirsi di Trump, che ha certamente delle doti, ma non possiede capacità di approfondimento e di pianificazione. Mi pare perciò che sia Netanyahu a influenzare Trump. Quel che sta avvenendo nel Golfo, al momento, è molto razionale per Israele – sconfiggere il suo pericolo più grave –   molto meno per gli Stati Uniti e per l’economia mondiale.

Visto dall’Europa, il conflitto prevede solo rischi: per la bolletta energetica, per la produzione e l’occupazione, per l’inflazione o peggio la stagflazione.

il parlamento europeo

Tutto dipenderà dalla durata della guerra. Al momento assistiamo ad un graduale aumento del prezzo del petrolio, perché ogni settimana che passa l’offerta di materia prima si riduce rispetto alla domanda e questo allarga il gap. Però preferisco non fare previsioni, proprio perché non è dato di conoscere quanto tempo durerà ancora il conflitto; anche se ogni giorno che passa aumentano le tensioni sui prezzi e così il rischio di un impatto negativo sull’economia mondiale.

Sul piano politico l’Europa è divisa. Sanchez è l’unico leader che si è espresso nettamente contro il conflitto, Starmer, Merz e Macron hanno fatto trapelare un dissenso. L’Italia ha visto un silenzio prolungato di Giorgia Meloni, interrotto solo dalla relazione alle Camere dell’11 marzo. Hai capito qual è la posizione del governo italiano? E come la valuti?

Il governo italiano è a mio avviso in profondo imbarazzo. Giorgia Meloni aveva puntato tutto sulla sua capacità di realizzare un rapporto privilegiato con la Casa Bianca. Non dobbiamo dimenticare che è stata l’unica leader, tra i paesi fondatori dell’Unione europea, ad essere invitata a Washington per l’insediamento di Trump. In questo primo anno della Presidenza americana, Meloni ha praticamente tenuto un atteggiamento di apertura e comprensivo per ogni iniziativa del presidente americano. Non so se questo dipenda soltanto da una vicinanza culturale e politica con Trump, o ci sia anche un calcolo politico.

Di che tipo?

La firma dell’accordo che ha portato, all’inizio di ottobre, alla tregua attuale a Gaza

Nel prossimo futuro potremmo avere un ulteriore indebolimento dell’Unione europea, se le forze sovraniste dovessero prevalere in Francia, Spagna, Germania (e in Gran Bretagna, che pure non  fa più parte dell’Unione europea). Se accadesse, allora potremmo comprendere l’atteggiamento di Giorgia Meloni come quello di chi, per così dire, vuole farsi trovare pronta nel momento in cui l’Europa avrà virato a destra. Si tratta di un calcolo che ha però i propri rischi. Innanzitutto, oggi in Italia cresce sempre più l’impopolarità di Trump, anche nell’opinione pubblica di centrodestra. Tutto questo potrebbe tradursi in un handicap per Giorgia Meloni, perché se finora la sua posizione in politica estera le ha consentito di maturare molti crediti, un peggioramento della situazione internazionale che l’opinione pubblica dovesse addebitare a Donald Trump potrebbe avere effetti negativi anche sul suo consenso. Questo spiega perché di fronte alla guerra in Iran Giorgia Meloni appaia in questo momento appannata, come se avesse perso il filo della sua linea politica.

Vorrei tornare alla situazione geopolitica. La prima questione è: nella relazione tra Stati Uniti ed Europa, dobbiamo considerare la presidenza Trump solo una parentesi, o siamo davvero entrati in una fase nuova, in cui il rapporto tra noi europei e gli Stati uniti non tornerà mai più quello dopo il 1945?

È una domanda molto difficile. Proverei a guardare due fattori. È ormai chiaro che per gli Stati Uniti la prospettiva futura è quella di una competizione sempre più marcata con la Cina. Ne deriva un’insofferenza americana per l’Europa. Per loro noi siamo un peso economico e militare che li distrae dalla sfida in Asia e nel Pacifico. C’è però anche un secondo fattore da considerare. Per una serie di motivi storici ed economici, assistiamo a una progressiva influenza dominante di soggetti finanziari e commerciali sulla politica americana. Questi centri di potere possono operare, in base agli strumenti tecnologici e alla normativa vigente, in modo pressoché anonimo. Il risultato è che oggi abbiamo soggetti privati, di cui ignoriamo l’identità, che hanno la capacità di influenzare la politica del Paese più importante del mondo. Questo genera un’acuta disuguaglianza e una fortissima rabbia sociale, il che spiega il successo delle forze populiste, come quella di Trump. In altre parole, il declino delle democrazie, anche delle istituzioni americane, cui stiamo assistendo sarà un altro fattore da considerare nel rapporto fra gli Stati Uniti e l’Europa.

Infine: quale nuovo ordine mondiale si sta cercando di realizzare secondo te? E per noi europei, che spazio ci sarebbe?

I maggiori attori che oggi influenzano l’Unione europea, ossia Trump e Putin, lavorano per la disgregazione delle nostre istituzioni: entrambi tendono a indebolire il più possibile il percorso iniziato circa settant’anni fa che ha portato a un’Europa integrata di ventisette Paesi. La risposta europea a queste pressioni finora è stata poco convincente. Quel che è più grave, è che molti leader europei giustificano la debolezza europea per i vincoli normativi con cui le istituzioni europee operano. Mi riferisco per esempio al diritto di veto che ciascun Paese possiede. Parafrasando una storica battuta, direi però che i veti dei Paesi europei non si contano, ma si pesano. Intendo dire che se l’Ungheria di Orban è stata sempre contraria a imporre misure restrittive alla Russia, questo non ha comunque impedito di approvare finora diciannove pacchetti di sanzioni. Ciò dimostra che la debolezza europea dipende non tanto dalle regole di funzionamento delle istituzioni, ma dalla vera volontà, da parte dei Paesi leader – Germania, Francia e Italia – di costruire una maggiore intesa.

Che previsioni fai?

Non ne faccio. L’Unione Europea è un’istituzione creata da persone e come tale potrebbe scomparire. Così è successo per la Società delle Nazioni, o per l’Unione sovietica. Dobbiamo essere consapevoli che la sopravvivenza europea non è più garantita. Il suo futuro dipende dai Paesi più importanti. Ma non è affatto sicuro che questi oggi abbiano nelle loro agende i medesimi obiettivi. Non sappiamo, ad esempio, se Giorgia Meloni lavori per rafforzare l’Europa, o piuttosto abbia scommesso sul suo indebolimento.

 

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