Israele, Trump e noi
Come cambiano le relazioni geopolitiche dopo un anno di presidenza Trump? Ne parliamo con lo storico Daniele Fiorentino
A poco più di un anno dall’inizio del secondo mandato di Donald Trump, sembra davvero che le dinamiche della storia in cui siamo immersi abbiano subito un’accelerazione. Innanzitutto: che giudizio dai di questi primi dodici mesi sul piano delle relazioni tra Usa ed Europa?

Certamente stiamo assistendo a un cambio di passo importante nella politica americana, sia sul piano interno che su quello internazionale. Sembra cioè che l’attuale amministrazione Trump voglia cambiare le linee guida che hanno sempre caratterizzato la politica degli Stati Uniti. Negli ultimi quarant’anni, all’incirca dalla fine della guerra fredda, è possibile individuare una continuità nelle varie presidenze nonostante approcci diversi. Oggi invece assistiamo a qualcosa di nuovo. Nella storia americana ci sono precedenti in cui si accentuarono frizioni e tensioni, ma la radicalizzazione oggi in atto è arrivata a un punto di forte tensione ed esasperazione.
A cosa ti riferisci?
Storicamente, il governo degli Stati Uniti ha teso a essere preponderante e in alcuni casi aggressiva verso altri paesi. Oggi questo atteggiamento viene estremizzato. Non solo. La presidenza Trump sembra muoversi in maniera erratica, priva di una strategia ragionata e coerente. Da un lato assistiamo a uno spregiudicato realismo, dall’altro la radicalizzazione produce scosse anche all’interno del sistema americano. Gli strappi rispetto alla tradizione del passato producono effetti anche negli equilibri tra poteri dello Stato, mettendo a rischio quel check and balances che è un caposaldo delle democrazie liberali, ossia l’equilibrio tra poteri. Pensa ad esempio al riparto delle competenze in politica estera: in teoria a guidarla dovrebbe essere il segretario di Stato Marco Rubio di concerto con il presidente; in realtà, soprattutto per quel che riguarda la crisi Ucraina e quella in Medio Oriente, i titolari dell’azione americana sembrano essere altri: Witckoff e Kushner, rispettivamente socio d’affari e genero di Trump. Aggiungo che lo stesso Rubio, sulla carta, non si limita a fare il ministro degli Esteri, ma svolge un incarico ad interim per quel che riguarda la sicurezza nazionale, cosa che è avvenuta già in passato ma per brevi periodi. Ciò contribuisce a mettere a repentaglio l’equilibrio tra poteri.
La recente conferenza sulla sicurezza internazionale, tenuta a Monaco, ha visto un discorso molto netto del cancellerie Mertz, che è sembrato configurare quasi la fine dell’alleanza con gli Usa (almeno come quella che eravamo abituati a considerare dopo il 1945) e un timido tentativo riconciliatore del Segretario di Stato Rubio. Secondo te quale del due posizioni prevarrà?

In effetti Marco Rubio sembra essere stato spedito da Trump in Europa per attenuare i toni di rottura, eppure non possiamo dimenticare che lo scorso anno il vicepresidente Vance andò a Monaco utilizzando parole del tutto diverse. Nella sua politica erratica sembra dunque che Trump stia mettendo a dura prova anche gli equilibri transatlantici. Alcuni paesi europei sembrano non accorgersene, forse perché ritengono di poterne trarre un vantaggio personale. Penso ai cosiddetti Stati sovranisti. In realtà, credo che questo atteggiamento non produca alcun vantaggio per noi europei. Trump persegue esclusivamente gli interessi propri e quelli del paese secondo il principio MAGA. È dunque molto lontano dalle posizioni, espresse da alcuni suoi generali, che hanno dichiarato che la NATO sia stata in questi decenni la migliore garanzia per gli Stati Uniti, in quanto assicurava loro, proprio grazie alla partnership con i paesi europei, una totale alleanza rispetto a interventi a livello internazionale sia nei confronti dell’Unione Sovietica sia successivamente in conflitti come quelli in Afghanistan, Iraq e Libia. La situazione oggi è così deteriorata che non è da escludere lo sviluppo di scenari nuovi.
Ad esempio?
L’Europa forse sarà davvero costretta a intraprendere strade diverse da quelle praticate dalla fine del secondo conflitto mondiale. Certo, l’alleanza con gli Stati Uniti ha segnato gli ultimi ottant’anni e dunque, anche volendo, si tratta di una tradizione che non può essere modificata in poco tempo. Inoltre dovremo in ogni caso attendere le elezioni di metà mandato negli USA, per capire se Trump sarà rafforzato o indebolito. Pertanto, ritengo che nei prossimi mesi la strategia dell’Europa sarà quella di cercare il più possibile di salvaguardare un equilibrio, per quanto precario, con gli Stati Uniti. Tuttavia, nel lungo periodo si potrebbe avviare un percorso che porti l’Europa a ridefinire la propria posizione anche in politica estera.
Questo può significare cercare alleati alternativi?
In teoria non è escluso, anche se al momento faccio fatica a immaginare nuovi alleati per noi europei. Il panorama è piuttosto inquietante, certo la Russia di Putin non può essere un’alleata. Per questo dico che l’obiettivo sarà quello di cercare di mantenere gli equilibri attuali il più a lungo possibile. Tuttavia, di fronte a un’amministrazione come quella americana che si dimostra esclusivamente attenta al proprio interesse, capace di agire in maniera imprevedibile, tutto può accadere. Forse però potremmo essere anche meno pessimisti.
Cosa intendi?
Se torniamo indietro al 6 gennaio del 2021, quando Trump praticamente istigò i più violenti tra i suoi sostenitori ad occupare il Campidoglio, uno dei simboli della democrazia americana, possiamo anche vedere come subito dopo da parte sua ci fu una repentina marcia indietro. Mi sembra, dunque, che Trump sia anche un personaggio che, è messo alle strette, tende ad attenuare lo scontro.
La premier Meloni ha finora cercato di barcamenarsi tra fedeltà a Trump e ruolo europeo. A tuo avviso l’Italia è un partner privilegiato degli Usa in questa fase?

È un’ipotesi concreta?
Non credo. Temo che, se questo fosse l’obiettivo di Giorgia Meloni, si tratterebbe di una illusione. L’Italia non ha la forza per giocare un ruolo così all’avanguardia. Per questo assistiamo oggi ha un tatticismo politico esasperato, come è emerso dalle parole del ministro degli Esteri, Tajani, alla camera, nel dibattito sul ruolo italiano nel Board of Peace. Del resto c’è anche un altro rischio da valutare. Gli Stati Uniti potrebbero guardare al governo italiano come uno strumento per poter incidere sulla politica europea, spingendo perché accetti un compromesso con Trump. Dunque Giorgia Meloni forse aspira a essere una mediatrice, ma rischia che, rimanendo troppo defilata, la sua presenza si faccia impalpabile che l’Italia di fatto scompaia dai grandi dossier internazionali.
Tu sei uno studioso degli Usa. Ritieni che la struttura costituzionale degli Stati Uniti stia resistendo alle pressioni che, sul piano della divisione dei poteri, della politica estera, della politica interna (in particolare sull’immigrazione) l’amministrazione Trump sta imprimendo? Possiamo essere sicuri, ad esempio, che le prossime elezioni di Mid-term, a novembre, si svolgeranno regolarmente e che un esito negativo per Trump sarà rispettato dal Presidente?
Anche qui è difficile dare una risposta perché non sappiamo cosa accadrà nel voto di novembre e come sarà condotta la campagna elettorale da Trump. Sarebbe grave se tentasse di impedire il regolare svolgimento delle elezioni, dall’altra potrebbe invece ricorrere a strategie come quella del continuo riconteggio che potrebbe favorirlo se non ci fosse un risultato netto. Nel caso perdesse invece, direi che in teoria sono possibili due esiti: il primo è che Trump, come ho detto prima, non si spinga oltre un certo limite in caso di sconfitta; il secondo è che se perdesse davvero le elezioni di novembre, non sarebbe pronto ad accettare di venire a patti con una Congresso dove non avrà più la maggioranza. Non possiamo però escludere la seconda ipotesi, la più terribile. Ci sono infatti altri storici che mettono la situazione attuale a confronto con altre precedenti, cercando punti di contatto per esempio con quella che precedette la guerra civile americana. Al momento la situazione non è così estrema, ma è possibile che gli Stati Uniti si troveranno ad affrontare una crisi istituzionale grave, in cui non solo Trump, ma i vari attori della politica americana dovranno decidere se trovare un compromesso; in caso contrario non potremmo escludere esiti più drammatici. Se pensiamo che quest’anno gli Stati Uniti festeggiano i 250 anni di indipendenza, appare chiaro la crisi che essi vivono. Alcuni episodi, tuttavia, mi fanno essere meno pessimista di altri.
Perché?

Trump vanta un legame particolare con Netanyahu. Come giudichi questo legame?
L’alleanza tra Trump e Netanyahu è fortissima, non c’è dubbio. Trump difende Netanyahu anche inserendosi nella politica interna israeliana. Quali siano i termini di questa alleanza però non è chiaro, tant’è che la scorsa settimana, quando il premier israeliano è andato in visita a Washington, non si è saputo l’oggetto del colloquio riservato. A garantire questa alleanza sono anche interessi personali, per così dire: i maggiori consiglieri di Trump, Witckoff e Kushner, sono infatti convinti assertori di questa alleanza. D’altra parte, non è detto che a lungo andare anche qui non si manifestino crepe. Il realismo con cui Trump decide come agire lo ha portato a favorire l’intesa con l’Iran anziché l’azione militare. Se solo poche settimane fa l’attacco contro l’Iran sembrava imminente, è poi seguita una fase del tutto opposta, quella in cui oggi ci troviamo, nella quale gli Stati Uniti sembrano spingere per un accordo sul nucleare. È evidente che una soluzione del genere è poco gradita da Netanyahu. Dunque, anche le amicizie più salde sono messe in discussione da Trump laddove ritiene che vadano contro i suoi interessi.
Il Board of Peace può essere davvero la soluzione per il Medio Oriente? Che modello di relazioni internazionali prefigura secondo te?
Ritengo che questo organismo sia una evidente violazione del diritto internazionale e del ruolo giocato dall’ONU, e contribuisca a spingere gli Stati Uniti fuori dai canoni seguiti fino adesso. D’altra parte, temo che questo nuovo organismo non sia una soluzione momentanea, ma prefiguri un nuovo assetto dell’ordine internazionale. Le cancellerie europee non lo avallano, salvo l’Italia e pochi altri, però non dovremmo dimenticare che questo organismo ha ricevuto il via libera da Cina e Russia, che si sono astenute nel consiglio di sicurezza dell’Onu. Si tratta di un segnale che non va sottovalutato, perché potrebbe significare che il Board of Peace è l’esempio di un nuovo equilibrio che le grandi potenze stanno tentando di realizzare, un equilibrio che si basa su interessi e affari economici e che lascia fuori dalla porta gran parte del resto delle Nazioni.
Anche qui l’Italia di Giorgia Meloni sembra volersi districare fra linea europea e partecipazione a questo nuovo organismo.
Giorgia Meloni tiene una posizione poco chiara, e temo alla fine poco significativa, che non ci consente di comprendere quale possa essere davvero il ruolo che il nostro paese potrebbe svolgere sul piano internazionale.
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