L’ebraismo italiano in mezzo a un guado pericoloso
Avevamo lasciato i nostri lettori con l’ipotesi che, dopo il voto per l’Ucei del 14 dicembre, la vera partita per decidere le sorti dell’ebraismo italiano si sarebbe giocata nel “secondo tempo”, ossia nella prima riunione del consiglio Ucei, svolta lo scorso 11 gennaio.
Così non è stato. I 49 consiglieri in rappresentanza delle 21 comunità ebraiche italiane e i 3 rabbini eletti dal consiglio si sono ritrovati, dopo 4 votazioni, in uno stallo che ha mostrato una chiara politicizzazione dell’istituzione e dunque la sua fragilità.
È successo, infatti, che nonostante la candidata di Ha Bait, Livia Ottolenghi, abbia confermato di godere della fiducia di un blocco ampio e diffuso su tutto il territorio nazionale (oltre i 4 eletti della sua lista, i 15 voti delle 19 piccole e medie comunità e circa metà della comunità milanese), per 4 volte ha subito un veto che le ha impedito di raggiungere quota 25, quella sufficiente per essere eletta.
A nostro avviso, con 23 voti sui 48 che esprime il consiglio, Ottolenghi avrebbe dovuto essere messa in condizione di avviare la consiliatura da presidente; ciò per due motivi. Il primo è che nessuna delle altre due candidate, Monique Sasson e Ruth Dureghello, ha mai mostrato di poter avvicinare il quorum di 25 voti, quindi di poter essere una concreta aspirante a quel ruolo. Il secondo è che il voto di dicembre e la riunione di gennaio scorsi giungono al termine del biennio più difficile che l’ebraismo italiano abbia vissuto dal 1945. In un clima di forte ostilità verso Israele e gli ebrei, che dal 7 ottobre 2023 anche noi ebrei italiani viviamo quotidianamente, sarebbe stato necessario mostrare che le tante parole utilizzate negli ultimi mesi a sostegno delle nostre comunità erano sincere. Sarebbe stato necessario, cioè, consentire all’unica persona che ha mostrato di poter ottenere i voti necessari per diventare la nuova presidente Ucei di assumere l’incarico. Sarebbe stata una scelta che avrebbe investito Livia Ottolenghi di un onere e una responsabilità gravosi, ma proprio per questo andava sostenuta: perché chi si è offerta di rappresentare gli ebrei italiani in tempi tanto difficili senza aspirare alla visibilità mediatica o a coltivare rapporti con la politica meritava, e merita, di avere una chance.
Adesso tutto è rinviato al 1° febbraio, e chissà se i veti, le ripicche o le ambizioni personali cederanno il passo a un maggiore senso di responsabilità. Forse la presenza dei tre rabbanim, dall’alto della loro saggezza, stavolta potrà consentire di arrivare a una soluzione che, numeri alla mano, è la più naturale e la più giusta.
Per intanto, il danno è fatto. Il 27 gennaio l’Ucei si presenterà all’opinione pubblica italiana senza più avere un presidente effettivo, perché tutte le cariche della passata consiliatura sono da considerare irrimediabilmente decadute. C’è quindi bisogno di indicare al più presto alle istituzioni il rappresentante degli ebrei italiani con cui interloquire, soprattutto nella fase parlamentare attuale, in cui le Camere devono decidere se e come fronteggiare il pericoloso aumento dell’antisemitismo in Italia.
È dunque una situazione imbarazzante, fragile e pericolosa quella in cui si trova l’ebraismo italiano. Aspettiamo la prossima riunione del 1° febbraio, augurandoci che gli ebrei italiani possano finalmente avere una nuova presidente e una nuova giunta che sappia esprimere un fronte ampio e solidale.
Riteniamo ancora che Livia Ottolenghi, con l’aiuto di chiunque voglia contribuire al bene dell’ebraismo italiano, sia la migliore figura per far sentire di nuovo una voce unica e forte, che ci rappresenti tutti.
Non viviamo tempi che consentono di dividerci.
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