UCEI – Antisemitismo e Identità: le sfide dell’ebraismo italiano dopo il voto

David Bernabucci, il più giovane candidato di Ha Bait alle ultime elezioni Ucei, realizza un’analisi del voto e propone le sue priorità per rafforzare la partecipazione al voto delle istituzioni ebraiche

  1. Elezioni UCEI: il voto del 14 dicembre 2025
David Bernabucci

Le elezioni per il rinnovo del Consiglio dell’UCEI (Unione delle Comunità Ebraiche Italiane) non sono mai un passaggio neutro. L’UCEI rappresenta infatti il principale spazio politico nel quale si definisce, in modo implicito o esplicito, che cosa significhi oggi essere ebrei in Italia e come questa identità venga comunicata alle Istituzioni, ai media e a chiunque desideri dialogare con l’ebraismo italiano

  1. UCEI ed ebraismo italiano: tra antisemitismo e segni di crisi identitaria

Il prossimo mandato dell’UCEI si giocherà su due terreni decisivi, distinti ma profondamente intrecciati. Da un lato, la capacità di affrontare in modo efficace e credibile la recrudescenza dell’antisemitismo, evitando semplificazioni e reazioni emotive. Dall’altro, la tenuta identitaria dell’ebraismo italiano, messa sotto pressione da un contesto politico e sociale nazionale che tende a favorire la chiusura. Il contrasto all’antisemitismo è un tema urgente, ma delicato. Oggi Il rischio è affrontarlo con categorie emotive anziché analitiche, confondendo percezione e realtà e indebolendo la battaglia invece che rafforzarla. Esiste, infatti, una differenza sostanziale tra antisemitismo percepito e antisemitismo reale. Il primo è un indicatore importante del clima sociale, ma se non viene adeguatamente filtrato può generare reazioni sproporzionate e strategie inefficaci. Il secondo, quello reale, richiede, invece, un approccio rigoroso, quasi scientifico: identificazione puntuale degli episodi, contestualizzazione, valutazione dell’impatto e solo successivamente l’attivazione di strumenti adeguati di prevenzione e contrasto. Denunciare l’antisemitismo senza distinzioni indebolisce nel tempo la capacità di riconoscerlo e combatterlo. Un’azione efficace richiede rigore nell’analisi e sobrietà nella denuncia, per mantenere autorevolezza verso istituzioni, media e comunità.

una riunione del consiglio Ucei

La seconda sfida riguarda l’identità dell’ebraismo italiano. È una dimensione meno immediata, ma forse ancora più insidiosa. In un contesto politico fortemente polarizzato, la tentazione di rispondere alle pressioni esterne con una chiusura interna è forte. Ed è proprio in questo spazio che le forze politiche identitarie trovano terreno fertile, alimentando una narrazione di assedio permanente. Il rischio concreto è quello di una vera e propria auto-ghettizzazione: un isolamento volontario che porta all’imposizione dall’alto di un modello unico di ebraismo, religioso, politico, civile e culturale, estraneo alla tradizione italiana. Un ebraismo normativo e verticale, che riduce la pluralità invece di governarla. Storicamente, invece, l’ebraismo italiano è plurale e stratificato, capace di tenere insieme sensibilità diverse. Occorre ricordare che, prima di essere una religione, l’ebraismo è cultura, modo di vivere e di relazionarsi con il tempo. Difendere questa pluralità non è un esercizio teorico, ma politico: un ebraismo che rinuncia alla complessità perde legittimità interna e capacità di interlocuzione esterna, diventando fragile proprio quando dovrebbe essere forte e riconoscibile.

  • Le responsabilità dell’UCEI
Al voto del 14 dicembre Ha Bait ha ottenuto il 20% dei voti ed eletto 4 consiglieri

Le elezioni del 14 dicembre non consegnano soltanto un nuovo Consiglio, ma una responsabilità politica chiara. L’UCEI deve scegliere se restare un soggetto difensivo declinato su sé stesso o tornare a essere uno spazio di visione, capace di coniugare sicurezza, identità e pluralismo. La lotta all’antisemitismo non può prescindere dalla riflessione sul tipo di ebraismo da rappresentare: chiuso e omologato o aperto, plurale e radicato nella storia italiana. In un contesto politico complesso, la chiusura è comprensibile, ma miope. L’autorevolezza nasce dalla credibilità, costruita riconoscendo la complessità delle comunità, dando spazio alle differenze e assumendo decisioni fondate sull’analisi, non sull’emotività. Se l’UCEI seguirà questa strada, resterà un punto di riferimento per gli ebrei italiani e per il Paese. Altrimenti rischia di diventare un’istituzione formalmente rappresentativa, ma politicamente inefficace e distante dal contesto civile interno ed esterno in cui vive e opera.

  1. Ha Bait: forza nazionale e debolezza romana

Le elezioni UCEI del 14 dicembre 2025 e il primo Consiglio per l’elezione del nuovo presidente, tenutosi il 9 gennaio 2026, hanno fatto emergere una dinamica che merita un’analisi onesta, priva di autoassoluzioni e narrazioni consolatorie. Da un lato, Ha Bait ha dimostrato una significativa capacità di costruire relazioni a livello nazionale, in particolare con le comunità più piccole. Il risultato del primo Consiglio è emblematico: 23 voti su 48. Ne sarebbero bastati due in più per portare la propria candidata alla presidenza dell’UCEI. Un dato che certifica l’esistenza di un radicamento reale e di una credibilità politica costruita nel tempo. Dall’altro lato, però, il risultato romano appare oggettivamente debole. A Roma, Ha Bait si è fermata intorno al 20%. Un dato che, se letto insieme al forte astensionismo, assume un peso ancora più problematico.

Alle elezioni UCEI ha votato soltanto il 25% degli ebrei romani e, tra questi, appena un quinto ha scelto Ha Bait. Tradotto in termini semplici, sull’intera popolazione ebraica romana, votanti e non votanti, solo il 6% ha espresso una preferenza per Ha Bait. I numeri non spiegano tutto, ma non possono essere ignorati, vanno letti, interpretati e assunti come base per una riflessione seria. La domanda, preceduta da un’affermazione a questo punto, è inevitabile: esiste un Ha Bait nazionale, ma esiste davvero un Ha Bait romano?

la “Piazza”, il cuore storico della comunità ebraica di Roma

Oggi la risposta, per quanto scomoda, sembra essere negativa. La competitività sulla presidenza UCEI è stata possibile grazie al consenso costruito nelle comunità medio-piccole, non certo grazie alla forza nella più grande comunità ebraica d’Italia. Questo squilibrio non è sostenibile nel lungo periodo, soprattutto se l’obiettivo è essere protagonisti nella vita comunitaria romana e nazionale. Per colmare questo divario è necessario un cambiamento radicale e pragmatico. Il primo nodo riguarda la comunicazione: troppo spesso autoreferenziale, poco comprensibile all’esterno e incapace di parlare a chi non è già inserito nei meccanismi interni. Il secondo nodo è ancora più politico: Ha Bait deve uscire dai propri salotti, abbandonare le comfort zone e tornare nei luoghi reali della comunità. Sporcarsi le mani, accettare il conflitto e il dissenso, provando a confrontarsi davvero con essi senza farsi intimorire. C’è poi un ulteriore dato che merita attenzione. Alle elezioni CER (comunità ebraica di Roma) di giugno ha votato circa il 50% degli aventi diritto, mentre alle elezioni UCEI solo il 25%. Non si tratta di elettori “smarriti” da recuperare con operazioni di marketing, ma di persone che hanno compiuto una scelta consapevole di distacco dalla vita comunitaria, perché non si sentono rappresentate. Persone che percepiscono una comunità sempre più orientata a imporre un unico modello di appartenenza e che, di fronte a questo, scelgono l’allontanamento.

Qui si apre una responsabilità precisa per Ha Bait. Se vuole avere un futuro politico a Roma, deve saper parlare anche a queste persone. Deve dimostrare che la comunità non è un recinto, ma uno spazio vivo, plurale e attraversabile, e che l’ebraismo romano ha bisogno proprio di loro, non di uniformità, ma di vitalità e di più voci.

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