“Prendete con voi parole”
Nei “giorni temibili” che portano a Kippur, rav Michael Ascoli ci invita a riflettere sulle parole da usare, soprattutto oggi, in tempo di guerra

Il brano che abbiamo letto lo scorso “Shabbat Teshuvà” (o “Shabbat Shùva”, dalla parola con cui inizia l‘haftarà) ci lancia il seguente invito “prendete con voi parole, e fate ritorno al Signore”.
Dunque, a noi spetta il compito non facile di scegliere le parole, e il profeta ci invita a farlo. I giorni da Rosh haShanà a Kippur sono “terribili” e sono anche quelli in cui la teshuvà è possibile più che nel resto dell’anno. La teshuvà è un processo, per lo più interiore, di riflessione e introspezione, che alla fine si esprime mediante parole: parole di supplica, di richiesta di perdono, da cui appunto “selichot”.
Se prendiamo a modello le parole contenute nei formulari di preghiera, troviamo espressioni estremamente modeste, in cui la persona dichiara tutta la sua bassezza, la sua inadeguatezza. Fra i mille esempi possibili: “Per la Tua grande misericordia siamo venuti a Te, come poveri e miseri abbiamo bussato alla Tua porta…”. A volte le formulazioni ci sembrano addirittura esagerate, come quando l’uomo si descrive così: “Che cosa sono io…vanità e vacuità, io sono un verme e un lombrico…”. Si cerca conforto in Dio perfino nel riuscire a scegliere le parole giuste: “sii vicino alle bocche degli inviati del Tuo popolo…che si presentano a chiedere da Te l’esaudimento delle preghiere…insegna loro cosa dire, falli consci di quello che debbono chiedere…”. Questa attitudine, che già risulta estranea all’uomo moderno, diventa particolarmente difficile in circostanze di guerra, laddove è istintivo pensare che per sopravvivere occorra essere forti, dimostrarsi forti, anche verso sé stessi.

Eppure, i Maestri hanno un modello da proporci che rispecchia proprio questa condizione: re David. Colui il quale fu costretto a combattere praticamente la sua intera vita, e che è, ciò nonostante, l’autore dei Salmi. Dicono i Maestri: “quando David stava seduto a studiare Torà si ammorbidiva e si piegava come un verme [già, proprio il verme ripreso nella tefillà!]; invece, quando andava in guerra, diventava duro come un pezzo di legno” (TB, Mo‘èd Qatàn 16b). si tratta di una richiesta impegnativa, ma alla quale non possiamo sottrarci. Dobbiamo almeno sforzarci di emulare l’esempio di David.
Nell’Israele impegnata nella guerra ormai da quasi due anni, si riscontra coesione crescente nel recitare assieme tefillòt. Anche persone che normalmente non hanno questa abitudine, si identificano in questa esperienza comune. Succede così che la prima notte delle selichot, una folla immensa si sia ritrovata al kotel. Non possiamo che vedere tutto ciò di buon occhio. Perfino se qualcuno non fosse del tutto scevro da secondi fini, i Maestri, notoriamente, incoraggiano a mettere in pratica i precetti anche con questa intenzione imperfetta, perché “anche facendoli non in nome del Cielo, alla fine verrà a compierli in nome del Cielo”.

Occorre però prudenza: la preghiera, che vede perfino il grande guerriero ammorbidirsi come un verme, non può diventare manifestazione di forza; le parole sono e restano importanti, sono quelle che dobbiamo prendere con noi: la nostra tefillà resta ciò che sommessamente portiamo davanti al Signore, e con cui certamente non andiamo a “squarciare i cieli”.
Non esigiamo nulla, imploriamo. Le nostre espressioni debbono rimanere contenute e appropriate, e di fronte a Dio non possiamo mai parlare di “assoluto” (se non rivolto a Lui). E anche quando siamo consapevoli della nostra forza, riconosciamo che “è Lui che ti concede la forza per fare prodigi” (Deut. 8:18).
Ghemàr chatimà tovà!