L’editoriale

Un anno di speranze e timori

Al termine di questa settimana, venerdì sera, gli ebrei di tutto il mondo festeggeranno Rosh Ha shanà, il Capo d’anno, che apre il ciclo autunnale, che continuerà poi a Yom Kippur e a Sukkot, di cui ci occupiamo a parte in questo numero, grazie al contributo di rabbini e studiosi.

Come ogni nuovo anno, sono molti i desideri che ci vengono in mente e che vorremmo vedere realizzati. Tuttavia la cronaca quotidiana ci richiama a resistere alla tentazione di fuggire dalla realtà e immaginare un mondo ideale che non esiste; così come i maestri del pensiero ebraico ci ricordano che non possiamo mai sottrarci dal compito di fare la nostra parte.

Anche se non è facile. Gli indizi che viviamo in tempi incerti e oscuri si sommano uno dopo l’altro. Domenica, per esempio, in Sassonia-Anhalt l’AFD, il partito di estrema destra che sostiene una politica razzista verso immigrati e disabili (e domani verso chi altro?), ha ottenuto uno storico exploit elettorale, sfiorando la maggioranza assoluta e ormai punta a entrare in una coalizione che guidi tutta la Germania. A Dover, in Inghilterra, sabato centinaia di manifestanti a volto coperto hanno occupato il porto per richiedere l’espulsione indiscriminata dei  migranti. In Serbia, il governo ha riservato funerali di Stato a Ratko Mladic, il generale condannato dal Tribunale penale internazionale (pena confermata in appello: dunque al termine di un regolare processo e non “per acclamazione”, come sembra in uso oggi) per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra, soprattutto per il massacro di Srebrenica , dove tra l’11 e il 25 luglio 1995 durante la Guerra dei Balcani oltre ottomila tra uomini e ragazzi musulmani bosniaci furono trucidati dalle milizie serbo-croate guidate da Mladic.

Anche l’Italia non è al riparo da questa ondata profonda di intolleranza e appena simulato razzismo. A sfruttare la corrente è un ex generale, che gira il paese evocando la X Mas, che dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 scelse di aderire alle Repubblica Sociale Italiana di Salò i, divenendo una delle formazioni fasciste più sanguinarie di Mussolini, soprattutto contro partigiani ed ebrei. Questo nuovo parto dell’ideologia populista va accumulando consensi col progetto di deportazione degli immigrati, e sostiene un patriarcato mediterraneo che promette di essere molto maschilista. L’ex generale, inoltre, diffonde video artificiali in cui si fa mandante di esecuzioni sommarie dei propri avversari politici, predica (anche lui) l’utilità di separare i disabili dai loro coetanei a scuola, e ammicca alla possibile uscita dall’Unione europea, che comunque piccona regolarmente, dando fiato alle false ragioni di Putin, che ogni giorno colpisce obiettivi civili in Ucraina. Finora, con un silenzio per nulla rassicurante, non ha mai rivelato il suo vero pensiero su Israele e sugli ebrei.

Ma è soprattutto in Israele che le prossime settimane ci diranno se la notte della democrazia, del diritto internazionale e dei diritti umani è ancora fonda o se c’è la possibilità di intravedere un cambiamento.

Il 27 ottobre il Paese torna al voto. Sebbene al momento i sondaggi diano l’attuale coalizione al di sotto dei 61 seggi che servono per governare, la realtà è che domina l’incertezza. Nulla può essere escluso: che si formi un nuovo governo senza Netanyahu, che l’attuale primo ministro comunque riesca a restare in maggioranza o addirittura che possa riuscire a restare alla guida del Paese. Delle tre ipotesi, l’ultima è certamente la peggiore, non solo per Israele e per chi crede in una soluzione politica del conflitto. Lo Stato ebraico è al momento uno dei principali laboratori dove si sta sperimentando una formula politica inedita in tutto l’Occidente dopo il 1945: uno Stato formalmente democratico, perché prevede elezioni, libertà di pensiero, una magistratura indipendente, ma sostanzialmente autoritario: corrode le libertà fondamentali, le limita anche solo per alcuni gruppi sociali o etnici, restringe o sospende le garanzie dello stato di diritto, invoca un perenne nemico esterno che giustifichi tali restrizioni all’interno e nuove guerre all’esterno.

Israele non è l’unico Paese che si trovi a fronteggiare questa situazione (gli Usa guidati da Trump ne sono l’esempio più grave), ma è certo quello per cui gli ebrei italiani sono in maggiore trepidazione. Il tentativo costante di aggredirlo e colpirlo a morte, che i suoi nemici irriducibili continuano a mettere in atto, non può farci flettere dalla richiesta che il Paese fondato da Ben Gurion e che ha visto morire per la pace Yitzhak Rabin trovi il modo di respingere lo stato di guerra permanente in cui l’attuale governo lo ha condannato. Questa è oggi la nostra speranza, e di tutti coloro che continuano a credere che la politica sia superiore alla guerra, la democrazia sia superiore alle dittature, l’etica sia superiore alla violenza del più forte.

La notte potrà anche essere fonda, ma, come insegna il rav di Breslav, è vietato disperarsi.

Shanà tovà (buon anno) ai nostri lettori.

 

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Riflessi settembre-2026

 

 

 

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