Attualità di Marc Bloch

Lo scorso giugno le spoglie di Marc Bloch (1886-1944), storico francese, sono state portate al Pantheon, il massimo riconoscimento assegnato dalla Repubblica ai suoi cittadini. Sulla figura dello storico francese ne abbiamo parlato con David Bidussa, storico delle idee

Chi è stato Marc Bloch?

Marc Bloch (1886-1944)

Marc Bloch è stato uno storico. Ha iniziato le sue ricerche occupandosi del medioevo, un tema costante della sua attività di studio. In particolare, si è occupato del rapporto fra servitori e re, e più in generale di come si creano i rapporti di sudditanza, e da quali elementi siano caratterizzati. Allo stesso tempo, è stato qualcos’altro che uno storico. Ha innovato il metodo di fare storia, in un modo che ancora oggi può insegnarci molto, anche sul tempo presente. Nato nel 1886 in Alsazia, nel 1908 inizia la carriera di dottorando. Contemporaneamente, fa anche l’insegnante di liceo, lasciandoci una traccia importante di questa esperienza, una lezione su cosa sia una prova storica, uno dei temi essenziali della sua ricerca. Bloch si domanda come interpretare fatti, gesta, opinioni e documenti del passato, e in particolare perché, in certe fasi storiche, l’opinione pubblica arriva a considerare vere notizie che sono in realtà false. Ma Marc Bloch è stato anche un patriota, in un senso che va spiegato. Allo scoppio della Prima guerra mondiale va in guerra, viene decorato per il valor militare, al termine del conflitto torna a fare lo storico. Dopo il 1918 va a insegnare proprio nell’Alsazia, lì dove era nato, e ha come maestro uno studioso belga, Henri Pierenne. Insegna storia medievale a Strasburgo, territorio tedescofono, per cui al tempo stesso è in patria, ossia in Francia, ma anche all’estero. Lì, nel 1924, scrive il primo dei suoi grandi capolavori: “I re taumaturghi”, con cui analizza la credenza secolare che si aveva in Francia, per la quale i re avevano la capacità di guarire dalle malattie infettive, a quel tempo molto diffuse, in particolare dalla scrofola. Successivamente, nel 1940, ecco un altro grande capolavoro: “La società feudale”, un grande libro sul medioevo. Quando la Francia torna in guerra, ancora una volta contro la Germania, Bloch, che ha già 53 anni, si arruola nuovamente, combatte a Dunkerque, trova rifugio in Gran Bretagna ma dopo pochi mesi rientra in Francia, ormai occupata in parte dalla Germania nazista e in parte sotto il controllo del dall’insegnamento perché ebreo, scrive un’opera magistrale, “La strana sconfitta”, che spiega come in soli tre mesi la Francia sia capitolata di fronte a Hitler. Torna ad insegnare per circa un biennio, nel 1942 decide di entrare nella resistenza francese, fino a passare definitivamente in clandestinità nel 1943. Nel marzo del 1944, mentre è diventato capo della resistenza a Lione, viene catturato dalle SS di Klaus Barbie, con l’aiuto della gendarmeria francese, e dopo tre mesi di torture viene ucciso, il 16 giugno 1944, insieme ad altri 29 partigiani.

Perché studiarlo ancora oggi?

David Bidussa

Bloch ci ha insegnato alcune cose essenziali su come studiare la storia. La prima cosa che impariamo da lui è che non esistono fatti veri, che vanno descritti, come se dovessimo semplicemente descrivere un paesaggio o scattare una fotografia. Al contrario, ogni traccia del passato richiede di essere interpretato. Perché i documenti pervenuti in nostro possesso si sono formati in un certo modo? Perché se ne sono conservati alcuni e altri invece no? Perché sono stati conservati in un certo modo, o presso determinati luoghi? Lo storico, ci insegna Bloch, non è un cronista, ma un ricercatore, che studia come i documenti sono stati organizzati, senza mai essere passivo di fronte a loro, senza mai dare per scontato quello che descrivono. Occorre mettere i documenti in comparazione, fino ad arrivare ad una narrazione plausibile. E dunque occorre studiare la lingua in cui sono stati scritti, ad esempio. Lo studio di Bloch sull’età medievale ci ha permesso di arrivare a interpretazioni del tutto innovative. Non basta descrivere la società feudale come una società gerarchica, perché, applicando il suo metodo, comprendiamo come, ad esempio, se è vero che nella società feudale il re ha alle sue dipendenze dei vassalli, che a loro volta hanno ulteriori persone al proprio servizio, è anche vero che chi sta più in alto deve garantire la sicurezza, la salute, e dare da vivere a chi lo aiuta nel mantenere il proprio status, creando quindi una relazione molto più complessa di quello che potrebbe apparire a prima vista. Fondamentale è dunque lo studio della vita quotidiana, la comparazione tra mondi apparentemente diversi. In questo modo è possibile scrivere una storia nazionale, la storia dei popoli che abitano l’Europa, partendo dalla comprensione dell’immaginario collettivo di una comunità. La storia, anche la storia dei popoli, non è una successione di avvenimenti e di date da ricordare, ma è il progressivo formarsi di una coscienza collettiva, basato sulla lingua che si parla, sugli abiti che si indossano, sui cibi che si mangiano, sui rapporti che si hanno con altri. È in questo modo, ci spiega Bloch, che si formano l’opinione pubblica, gli usi e i costumi che, tutti insieme, per sedimentazioni, arrivano a formare la coscienza di una comunità, e a creare un popolo.

“Le Monde” ne ha parlato come il simbolo di una cittadinanza patriottica, ma non nazionalista. Oggi mi sembra un tema di forte attualità. Che differenza c’è tra l’essere patrioti e nazionalisti?

una delle opere più famose di Bloch, ora pubblicato a cura di Bidussa

Quando utilizziamo la parola patria, dobbiamo essere consapevoli che, nell’uso che ne fa Marc Bloch, sono presenti alcune sfumature che, se non valutate, rischiano di farci travisare il suo pensiero. Quando Bloch parla di patria, non si riferisce a degli elementi simbolici, propri di un pensiero nazionalista e aggressivo. Al contrario, per Marc Bloch la patria è il risultato di una storia comune, è il frutto delle esperienze che generazioni fanno sui banchi di scuola, è l’utilizzo di un linguaggio pubblico comune, che crei una memoria condivisa, ma è anche l’insieme di conflitti interni a quella comunità, e la progressiva coscienza dei propri diritti. La storia nazionale dei popoli, per Marc Bloch, descrive la lenta conquista dei diritti da parte di chi non li aveva. È una storia certamente costellata di errori e passi indietro, ma che non necessariamente prevede la contrapposizione con un popolo nemico, né presume il pensare a chi è diverso da noi in termini di pericolo, di terra di conquista. Al contrario, Bloch ci insegna che la coscienza di un paese nasce anche dallo scambio benefico con altre culture, con altre lingue, con altri popoli. Occuparsi della propria storia nazionale significa rendere conto di questi intrecci, il che ci porta anche a condividere i nostri studi con altri colleghi, che magari parlano lingue diverse dalla nostra, ma che si sono occupati degli stessi temi. Ad esempio, Bloch sviluppò una sincera amicizia con Gino Luzzatto, ebreo italiano che in quegli stessi anni insegnava storia economica a Venezia. Insieme condivideranno gli studi sui piccoli commercianti e i loro scambi nell’età di passaggio fra feudalesimo e Rinascimento. Per questo, la patria di Marc Bloch assolutamente non coincide con l’idea di nazione in guerra che ha funestato la storia del 900 in Europa.

un’altra opera celebre di Bloch

March Bloch era ebreo, ma totalmente laico. Oppositore di ogni forma di antisemitismo, chiese per sé un funerale senza simboli religiosi. Possiamo cercare nella sua biografia una traccia del percorso di generazioni di ebrei nella diaspora? Penso a Yerushalmi, (“Storia della speranza ebraica”), che descrive la speranza, ma anche il tradimento subìto da molti ebrei da parte dei paesi in cui vivevano.

Se studiamo la vita di Marc Bloch possiamo comprendere come molte amarezze lo abbiano colpito, fino a ritrovarsi solo negli ultimi anni della sua vita. Questo gli ha consentito di riflettere sulla pavidità, o codardia, anche di molti intellettuali, senza però ricavarne mai un senso di amarezza verso il tempo presente. Per comprendere questo suo atteggiamento è utile affrontare il suo rapporto con le Lucien Febvre, che dopo la Seconda guerra mondiale sarà uno degli storici europei più importanti. Febvre e Bloch si incontrano a Strasburgo e insieme fondano la rivista storica che cambierà il modo di studiare la storia, Les Annales. Quando però Febvre entrerà nel College de France, nel 1933, dissuaderà Bloch dal tentare la stessa strada. E quando, nel 1940, con la Francia già occupata dai nazisti, le autorità tedesche autorizzeranno la pubblicazione degli Annales alla condizione che la rivista sia stampata a Parigi, sotto il controllo diretto tedesco, e che l’unico direttore sia Febvre, lui accetta, di fatto voltando le spalle a Bloch, che continuerà a lavorarci, seppure sotto falso nome. Ce ne sarebbe a sufficienza per giudicare Febvre un traditore, o comunque un’opportunista. Invece Bloch, quando già clandestino andrà a Parigi, chiederà protezione proprio a lui. Cosa ci dice questa relazione? Che occorre comprendere come nei momenti più bui della storia, le persone non si comportano come dovrebbero, o come tu vorresti che facessero. E tuttavia questo non è sufficiente per recidere completamente i legami. Occorre discutere con le persone, anche con quelle che ci deludono, anche quelle che sono venute meno al patto di fiducia. Albert Camus, dopo la guerra, utilizzerà la metafora della pietra che cade in un pozzo: possiamo decidere di piangere l’aver perso la pietra, oppure possiamo non dichiararci sconfitti e provare a risollevarla. Bloch questo ha fatto: sapendo che la perfezione non è di questo mondo, ha provato sempre a raccogliere quella pietra.

La figura di Bloch ci dice qualcosa anche dei tempi che viviamo, con la menomazione della memoria quotidiana, della non verità spacciata per verità?

Leone Ginzburg (1909-1944), ebreo russo naturalizzato italiano, arrestato a Torino dalla polizia fascista

Oggi dal suo insegnamento possiamo apprendere che le idee false e manipolatorie che circolano nell’opinione pubblica non sono formate da un’unica mente, o da un complotto contro di noi. Al contrario la società in cui quelle idee si diffondono in qualche modo contribuisce al loro successo. Le notizie false sono anche il risultato della nostra credibilità, della nostra disponibilità a credere a quel tipo di narrazione. Le dicerie, in fondo, camminano e si diffondono sempre grazie a chi, ascoltandole, dà loro credito e anzi le rafforza, contribuendo a diffonderle.

Bloch ricorda per certi versi la figura di Leone Ginzburg, che dalla Russia arriva in Italia e poi diventa partigiano, ucciso dai nazifascisti. Questo ci porta a parlare del figlio, Carlo Ginzburg. Bloch può essere considerato uno dei maestri di Carlo Ginzburg? Cosa li avvicina sul piano storiografico?

Che Marc Bloch sia uno dei maestri di Carlo Ginzburg è cosa nota, come lo stesso Ginzburg ha più volte dichiarato. Direi che uno dei temi che più ha influenzato lo storico italiano è stato lo studio del falso, di come si formino certe credenze popolari, un tema che lui ha affrontato raccontando la storia di un singolo mugnaio accusato di eresia o descrivendo i processi contro donne accusate di stregoneria. Il legame con Marc Bloch è testimoniato dal fatto che, quando nel 1973 Einaudi pubblica il saggio sui re taumaturghi, Ginzburg scrive la prefazione. Credo che il lavoro di Bloch abbia influenzato Ginzburg anche nel riflettere su come si formi la coscienza di una generazione. È un tema che Bloch affronta nello scritto rimasto incompiuto sul mestiere di storico, quando riflette su cosa caratterizzi l’identità di un gruppo umano. Quella riflessione credo abbia accompagnato anche Ginzburg, arrivando alla conclusione che le generazioni non si caratterizzano solo da un dato anagrafico, ma dall’accomunare persone che, anche con età differente, si sentono accomunate da un fatto che è accaduto e di cui sono stati testimoni. Per Ginzburg, questo fatto è stata l’esperienza degli anni della contestazione, anni molto duri in Italia, che hanno impresso un effetto indelebile su molti. Anni dopo, Ginzburg scriverà di questo nella sua opera “Il giudice e lo storico”, un titolo che richiama apertamente il lavoro di Marc Bloch, in cui analizza le carte processuali sul processo Calabresi, che portò alla condanna di Adriano Sofri e di altre tre persone del gruppo dirigente di Lotta continua per l’omicidio del commissario di polizia. Infine, credo che Marc Bloch ritorni nel pensiero di Ginzburg anche nell’opera scritta a quattro mani con Vittorio Foa. Foa e Carlo Ginzburg, separati da trent’anni di età, si riconoscono in un percorso identitario comune; credo non sia di poco conto il fatto che Vittorio Foa sia stato in gioventù amico di Leone Ginzburg. Forse quel libro è stato anche un modo con cui Carlo Ginzburg ha cercato di riavvicinarsi alla memoria di suo padre.

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