La destra di Netanyahu, Ben Gvir e Smotrich soffoca Israele e il popolo palestinese

Elena Testi è inviata per La7 in Medio Oriente. Da poche settimane il suo libro “Genesi” ricostruisce le origini della destra che oggi governa Israele

Mentre parliamo Donald Trump ha annunciato oltre quaranta volte il raggiungimento di un accordo con l’Iran, stavolta con la firma fissata a Ginevra. A tuo avviso stavolta ci siamo?

Elena Testi

Il conflitto scoppiato a febbraio ha dimostrato che bisogna essere molto cauti. In ogni caso, è chiaro che a Ginevra non si va a siglare un accordo definitivo, ma un’intesa che dovrebbe aprire un’ulteriore fase di negoziati. Al momento quel che possiamo dire è che c’è la volontà di sedersi al tavolo, ma la situazione rimane molto complessa e fragile.

L’accordo certifica la vittoria degli Stati Uniti?

Se torniamo indietro a febbraio ed esaminiamo i risultati ottenuti, direi di no. L’attacco congiunto degli Stati Uniti e di Israele non è riuscito a ottenere il cambio del regime, anzi, ha rafforzato l’ala più dura, quella dei pasdaran. Il piano presentato dall’intelligence israeliana di David Barnea, secondo cui l’attacco avrebbe prodotto una sollevazione popolare, si è dimostrato sbagliato. Considera che anche in passato, sotto la direzione di Yossi Cohen, Israele pensava che una sollevazione popolare sarebbe stata possibile, e forse le proteste del gennaio di quest’anno avevano convinto molti che stavolta ciò sarebbe accaduto. Il risultato invece è che oggi chi ha protestato lo scorso inverno non è più disposto a scendere per le strade, perché teme la repressione durissima degli regime dei pasdaran. Inoltre, la reazione dell’Iran e stata molto efficace: il blocco dello stretto di Hormuz ha messo in crisi l’intera economia mondiale; questo senza neanche bisogno di attivare uno dei suoi proxy, ossia gli Houti, che avrebbero potuto bloccare anche l’altro stretto, quello dello Yemen. Non solo. In questi mesi di guerra l’Iran ha dimostrato che  è capace di colpire i Paesi del Golfo, intaccando la fiducia verso gli Usa loro alleati. Infine, dobbiamo anche considerare che la Turchia sta emergendo come attore importante nell’area, e che Hamas non è stata disarmata, controllando quella parte di Gaza non ancora occupata da Israele. Per non parlare di Hezbollah. Se mettiamo insieme tutti questi tasselli, mi sembra evidente che gli Stati Uniti e anche Israele escono più deboli dal conflitto.

Nel tuo libro, Genesi (SEM editore), descrivi la nascita e lo sviluppo della destra israeliana radicale, oggi al governo. Come è nata l’idea?

Genesi (SEM editore)

Il trauma prodotto dall’attacco di Hamas del 7 ottobre contro Israele ha fatto sì che in tutto il Paese sia prevalso un sentimento di vendetta che è stato ampiamente alimentato da questo governo. Oltre a Gaza, non dobbiamo dimenticare la situazione in Cisgiordania. Oggi anche un giornale moderato come Times of Israel definisce pulizia etnica l’azione in Cisgiordania. Ho notato inoltre che in Italia il dibattito scaturito dal 7 ottobre si è concentrato su stereotipi, riguardanti Israele, gli israeliani, l’antisemitismo. Per esempio, non c’è stata sufficientemente attenzione a distinguere fra il governo e i suoi sostenitori dal resto della società israeliana che invece si oppone all’azione di Netanyahu fin dal 2022. Da qui è nata la volontà di ripercorrere la storia politica dell’estrema destra israeliana che era molto poco conosciuta in Italia.

Dopo quasi tre anni gli italiani hanno imparato a conoscere non soltanto Netanyahu ma anche Ben Gvir e Smotrich, tre nomi che rappresentano tre identità e tre storie molto diverse, e che tuttavia oggi appaiono strettamente vincolati l’uno all’altro. Cos’è che li unisce?

La prima cosa che li ha uniti appena arrivati al governo è stata la volontà di mettere le mani sulla giustizia, controllando o comunque depotenziando la Corte Suprema. Questo si comprende se si riflette che in Israele, senza una Costituzione formale, è stata sempre la Corte Suprema a porre un limite alle derive autoritarie dei governi israeliani. È la Corte Suprema, ad esempio, che in passato ha bloccato l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania. Smotrich e Ben Gvir  vogliono quindi controllarla per avere mani libere in quella terra. Netanyahu invece ha i suoi affari privati, per così dire, ossia la necessità di influenzare i processi che lo vedono imputato. È per questo che, prima del 7 ottobre, una parte importante della società civile israeliana è scesa in piazza, arrivando a unire fino a 600 mila persone, a gridare che il governo Netanyahu è un governo di fascisti. Dopo il 7 ottobre, il trauma provocato da Hamas ha fatto sì che il governo abbia individuato la strada per realizzare un progetto che a Smotrich e Ben Gvir sta molto a cuore, perché corrisponde in pieno alla loro ideologia: realizzare la grande Israele, occupando per intero la Cisgiordania e Gaza, spingendosi fino al Libano. Su questo credo che Netanyahu sia meno deciso, perché si rende conto degli sforzi militari che richiederebbe il mantenimento dell’occupazione, eppure sta perseguendo questo obiettivo, anche per un altro motivo.

Quale?

I morti israeliani del 7 ottobre hanno superato le 1200 vittime, di cui circa 160 militari.

Netanyahu deve coprire la più grande vergogna come ebreo e come uomo di governo. Finora ha sempre impedito la costituzione di una commissione d’inchiesta indipendente che facesse luce sulle cause che hanno consentito il 7 ottobre ad Hamas di perforare la difesa israeliana e uccidere oltre 1.200 persone. In questo modo, Netanyahu continua a mettere in pericolo la sicurezza del Paese perché, fino a quando non saranno accertate le mancanze della difesa, Israele continuerà a essere esposta in futuro ad attacchi simili.

Il tuo libro intitolato “Genesi”, cioè principio. Eppure, lo Stato di Israele è nato da un sionismo completamente opposto a quello che oggi è il governo: laico, laburista, europeo come è stato possibile che a un certo punto tutto sia cambiato?

Io credo che l’inizio di tutto sia nella Guerra dei sei giorni, nell’entusiasmo che portò quella vittoria eccezionale, e nel disegno messianico che in quegli anni si sviluppò in una parte del sionismo, e che si fuse con un altro sionismo, di marca razzista, per cui gli arabi sarebbero stati espulsi da quelle terre. Tutto ciò sostenuto da figure carismatiche come i rabbini Kook jr. e Kahane. Aggiungerei anche un ulteriore elemento. Nel 1961 si svolge il processo ad Adolf Eichmann, il gerarca nazista scoperto in Argentina, portato in Israele, processato e giustiziato. Quel processo, trasmesso in tv, ebbe un effetto emotivo molto forte in Israele, dove fino a quel momento la Shoah era vista quasi con distacco, come una colpa degli ebrei europei che non erano stati capaci di reagire al nazismo. Il processo a Eichmann spalancò davanti a Israele l’orrore della Shoah e sviluppò quindi il timore che quanto era caduto poteva ripetersi anche contro Israele. Queste premesse hanno fatto sì che si sia sviluppato progressivamente un pensiero radicale e di destra, frutto di varie ideologie che oggi vediamo al governo.

Ben Gvir

In questa profonda involuzione dello Stato di Israele, individui anche delle responsabilità o complicità da parte della dirigenza palestinese e più in generale del mondo arabo?

È evidente che c’è una responsabilità storica da parte della dirigenza palestinese. Se vogliamo partire dalle origini, mentre già dagli anni ’20,’30 e ’40 dello scorso secolo gli immigrati ebrei che provengono dall’Europa e arrivano nella Palestina britannica si organizzano con l’obiettivo, un giorno, di creare uno Stato, i palestinesi non sanno comprendere che presto potrà aprirsi anche un’opportunità per loro. Il risultato è che quando le Nazioni Unite, nel novembre del 1947, votano per la nascita di due Stati, Israele è pronto, i palestinesi no. Se arriviamo alla cronaca degli ultimi decenni, l’errore si ripete. Prendi gli accordi di Oslo. Probabilmente non erano i migliori possibili per i palestinesi, eppure Arafat li firma pensando che comunque avrebbe potuto poi contrattare condizioni diverse. Anche in questo caso mi sembra che la dirigenza palestinese non sia stata capace di costruire il proprio futuro. Infine, oggi dobbiamo constatare che l’Autorità nazionale palestinese è guidata da un uomo malato di quasi novant’anni, Abu Mazen, che ha individuato come suo successore il figlio, un uomo di sessant’anni che non conosce la realtà mediorientale, del tutto inadeguato a guidare i palestinesi. Se poi allarghiamo ulteriormente il campo, dobbiamo constatare che i palestinesi non sono un popolo amato dagli altri popoli arabi. L’Egitto non li ammette nel proprio territorio e così anche altri Paesi. A volte è evidente l’impressione che la questione palestinese sia stato uno strumento per i Paesi arabi per fare pressioni su Israele, senza davvero una reale volontà di far nascere uno Stato palestinese.

Come giudichi la reazione che, soprattutto tra i più giovani, suscita la guerra a Gaza?

manifestazione ProPal a La Sapienza.

La tentazione di semplificare l’analisi della realtà è spesso prevalente. Molti di quei giovani non conoscono né la storia, né la realtà, molto articolata, della società israeliana e di quella palestinese. Il risultato è una polarizzazione delle posizioni, fino al punto che oggi ci sono docenti universitari che considerano Hamas simbolo di resistenza, equiparandoli ai partigiani della Resistenza italiana, un paragone del tutto impossibile. Hamas è certo una realtà complessa, ma è indubitabile che operi per mezzo della violenza. Oggi a Gaza i palestinesi sono sia sotto le bombe israeliane che sotto la violenza di Hamas, che reprime ogni forma di opposizione. Certo, le immagini che provengono da Gaza hanno un effetto dirompente nell’orientare l’opinione pubblica, e nel creare un sentimento di indignazione che è comprensibile. Se devo giudicare le proteste che da oltre due anni si susseguono in tutto l’occidente vedo che esse hanno però un elemento positivo. Sono state capaci di esercitare una pressione sui governi di molti Paesi, non ultimo gli Stati Uniti, che hanno portato alla firma degli accordi di Sharm El Sheikh, anche se questi, occorre dirlo, sono al momento un fallimento, perché non è pensabile raggiungere un accordo a Gaza senza la partecipazione del popolo palestinese. E sicuramente non è in corso quello che si può definire un cessate il fuoco. Innocenti continuano a morire, gli aiuti umanitari entrano con il contagocce, le evacuazioni sanitarie non esistono. Le bombe continuano a cadere. Il tutto, avviene, nella palese violazione del diritto internazionale e mette in discussione non solo il sistema democratico e la visione d’Israele, ma anche la sua moralità. Quest’ultimo fattore non è secondario per i principi dell’ebraismo stesso.

Cosa pensi della Flottilla, che pure ha occupato l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica italiana?

membri della Flottilla arrestati da soldati israeliani

Ti ricordi la vicenda dell’Exodus? Dopo la Seconda guerra mondiale gli ebrei sapevano che gli inglesi non avrebbero consentito loro di approdare In Palestina, tuttavia organizzarono una partenza di una nave piena di profughi. Mi sembra che la Flottilla voglia testimoniare l’ingiustizia che si sta consumando a Gaza. Le immagini di centinaia di attivisti pacifisti, trattati come terroristi nelle carceri israeliane, certificano il radicalismo del governo israeliano. Per questo la Flottilla mi sembra un ulteriore strumento utile a denunciare le sofferenze del popolo palestinese.

Per finire: per scrivere il tuo libro hai scelto una forma ibrida. Non si tratta, di un saggio, almeno nel senso classico del termine, né di un reportage, né di un romanzo, anche se ha uno stile narrativo che lo ricorda. Come mai questa scelta?

Lo stile del libro è nato da due motivazioni. La prima è che mi piaceva molto il genere utilizzato nel mondo anglosassone della non fiction novel, qualcosa a metà fra il romanzo e il saggio di storia. La seconda ragione è che i saggi, per quanto interessanti, di solito non rimangono impressi nei ricordi dei lettori, a differenza dei romanzi. Il tentativo che ho fatto è stato dunque quello di provare a raccontare una storia che proviene da lontano, e che ogni giorno abbiamo sotto gli occhi, cercando uno stile che facesse comprendere la complessità del reale, e che rimanesse nella memoria dei lettori. Spero di esserci riuscita.

Leggi tutto il numero:

Riflessi giugno-2026

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Condividi:

L'ultimo numero di Riflessi

In primo piano

Iscriviti alla newsletter