Vi spiego l’arte di Mark Rothko

È in corso a Palazzo Strozzi a Firenze una mostra su Mark Rothko (1903-1970) uno dei più affermati artisti contemporanei. Della sua arte abbiamo parlato con Annie Cohen-Solal, che è in libreria con una biografia dell’artista

Da molto tempo Mark Rothko si è affermato come uno dei pittori contemporanei più apprezzati, come mostrano le mostre che si allestiscono in giro per il mondo e le quotazioni delle sue opere. Eppure, non è un artista figurativo ed è possibile che molti, davanti alla sua opera, rimangano incerti sul senso da darle. Perché allora tanto successo?

Annie Cohen-Solal
(Photo: Sijmen Hendriks)

Prima di tutto non sono d’accordo sul fatto che non sia un artista figurativo. Lo è stato forse,  all’inizio, poi negli anni Quaranta la sua estetica cambia progressivamente. Per quanto riguarda la sua carriera professionale, la sua è una traiettoria totalmente inaspettata. All’inizio non ha l’obiettivo di diventare un artista. Al rovescio di Tintoretto, oppure soprattutto di Picasso, per esempio che è nato in una famiglia privilegiata dove il padre era già pittore, professore d’arte, e dove si sapeva da sempre che lui, il figlio, sarebbe diventato un artista di genio. Invece, Rothko non aveva il minimo interesse nel campo dell’arte, non era bravo a disegnare, non andava al museo come da  ragazzo, non frequentava questo mondo, non era nato “con un cucchiaio d’oro nella bocca”, si dice in francese… Era un immigrato che aveva perso tutti i suoi punti di riferimento nel campo spaziale, linguistico, culturale, sociale, eppure è diventato un’artista universale… e io trovo questo paradosso affascinante.

Che artista è Rothko?

il libro di Annie Cohen Sola (Mark Rothko. riparare il mondo) (Einaudi, 2026)

Prima di tutto, si deve ricordare che Rothko è un immigrato. Per attraversare gli Stati Uniti il ragazzo di 10 anni è vestito con l’abito del Talmud Torah della Russia – un capotto nero, austero, triste, diversissimo delle cose che indossava un ragazzo americano—, e porta al collo un cartello dove è scritto I dont speak english . Più tardi, racconterà a un amico: «Non hai idea che cosa voglia dire essere un bambino ebreo con addosso questo abito nero, e attraversare l’America senza sapere una parola di inglese. Non ho mai accettato di esser stato trapiantato in un Paese in cui non mi sono mai sentito davvero a casa». Questo è il mio filo rosso… Alcuni decenni più tardi, sempre alle prese con la propria coscienza in esilio, Mark Rothko sarebbe diventato l’autore di un’opera tra le più significative del Novecento. La realtà dello sradicamento, la stigmatizzazione con cui ha dovuto misurarsi per conquistarsi un posto, tramite l’arte, nel Paese di accoglienza, costituiscono la fonte della sovversione estetica che Rothko ha conficcato nel nucleo delle società moderne.

Immaginiamo di dover introdurre un giovane davanti alle tele di Rothko per la prima volta. Cosa potremmo suggerirgli per avvicinarsi alle sue opere?

Bisogna innanzitutto dire che esistono musei, nel mondo, dove è possibile fare esperienza immersiva nell’arte di Mark Rothko esattamente come lui l’ha voluto. Si può andare alla Phillips Collection (Washington D.C), oppure alla Tate Modern (Londra), o ancora all’Harvard Art Museum, e naturalmente alla Rothko Chapel a Houston (Texas). La Rothko Chapel, che Rothko considerava il suo capolavoro, è infatti un monumento poco trattato dagli storici dell’arte. Nella traiettoria di Rothko, tuttavia, è essenziale. Fa parte della sua lotta per il riconoscimento dell’artista negli Stati Uniti. Questa lotta per la Rothko Chapel è anche legata alla sua missione, alla sua mitzvah di pittore filosofo ed educatore. Rifiuta l’atteggiamento di contemplazione estetica dell’arte nell’America capitalista, rifiuta il consumo rapido dell’opera, vuole proporre non una semplice visita davanti a un quadro, ma un vero e proprio ambiente, una rivelazione, un’esperienza. Per lui, l’arte è un’esperienza a cui ognuno di noi ha diritto.

Nel suo libro lei evidenzia molto le origini ebraiche di Rothko, che abbandona la Russia zarista (oggi corrispondente alla Lettonia) per gli Stati Uniti quando è solo un bambino. A suo avviso in che modo l’identità ebraica di Rothko si riflette nelle sue opere?

Mark Rothko (1903-1970)

Per tutta la vita Rothko ha combattuto contro la mentalità filistea degli USA, e in questa lotta la Rothko Chapel è un punto culminante. Rappresenta il punto di incontro delle sue diverse posizioni contro le istituzioni americane, contro il Metropolitan Museum, contro il Whitney Museum che considerava «irrimediabilmente tradizionale». Conduce questa battaglia insieme ad altri artisti immigrati come Barnett Newman e Adolph Gottlieb, che avranno un ruolo importante nell’emergere della generazione successiva, Jasper Johns, Rauschenberg, Warhol etc., fungendo da collegamento tra gli artisti locali americani e i modernisti europei in esilio. Si potrebbe quindi condividere l’analisi del critico Harold Rosenberg, che diceva: «Barnett Newman ha chiuso la porta, Mark Rothko ha tirato il sipario e Adolph Gottlieb ha spento la luce».

Qual era il rapporto fra Rothko e l’Italia?

Era affascinato dall’Italia, che visitò tre o quattro volte. A Pompei, fu affascinato dal rosso pompeiano che si ritrova negli affreschi e dalla possibilità di creare profondità giocando con i colori giustapposti, ad esempio utilizzando una colonna orizzontale scura. A Firenze, scoprì il Convento di San Marco con un affrescò di Fra Angelico in ogni cella, riconobbe la stessa sua esigenza di creare uno spazio in cui le sue opere potessero esprimere tutta la loro potenza. Nella mostra ancora in corso a Firenze, oltre a palazzo Strozzi merita di essere visitato il Museo di San Marco (con opere in dialogo con gli affreschi di Beato Angelico, n.d.r.).

Le sue opere della maturità si contraddistinguono per le dimensioni, l’assenza di forme, e i loro titoli anonimi. In effetti, la visita a una sua mostra è molto “immersiva”, perché l’autore stesso intendeva realizzare un pieno coinvolgimento del visitatore davanti alle sue tele. È possibile definire cosa rende così attrattiva l’opera di Rothko per chi si trova di fronte ad essa?

una delle opere per cui Rothko è diventato un artista di fama mondiale

Nel mondo d’oggi, più caotico e tormentato che mai, l’opera di Mark Rothko continua a sollecitare la nostra attenzione. Nei musei, i colori che fluttuano l’uno sull’altro senza confini definiti coinvolgono ognuno. Non bisogna essere esperto, o aver studiato l’arte, non c’è niente da capire, solo da sentire, da sperimentare. Durante un anno intero,  nel 1940, Rothko smette di dipingere e scrive un libro La realtà dell’artista. Questo è un vero e proprio esercizio di decentramento spazio-temporale attraverso il quale si distacca dalla New York degli anni ’40, e si unisce alle lotte dei pittori di ogni tempo, riallacciandosi, ad esempio, all’aspirazione fondamentale dell’ut pictura poesis (il principio che stabilisce un’analogia e un’affinità elettiva tra le arti visive e quelle letterarie, n.d.r.),  che sta alla base dell’ambizione della grande pittura: un testo che può essere definito come «l’ultimo libro dei maestri antichi». Rothko orienta le sue letture verso la storia, la filosofia, la storia dell’arte, vi descrive la pittura come «una forma di azione e una forma di azione sociale» e sogna un’età dell’oro come «la Grecia di Pericle, la Firenze di Giotto o la Francia delle cattedrali. »

Jan Brokken, nella sua opera “Anime baltiche” (Iperborea) dedicando un capitolo a Rothko lo descrive come un rivoluzionario. Mi sembra che lei sottolinei invece il tentativo di restaurazione dell’autore, intesa in un’accezione prettamente ebraica (tikkun Olam). Può spiegare cosa intende?

la Rothko Chapel, a Houston (Texas)

L’espressione restauratore, applicata a Rothko, non è valida. Direi anzi che dobbiamo studiare tutto il suo percorso sociale, politico e artistico per comprendere in cosa consista questo spirito di “riparazione”. Direi per esempio che, nella Rothko Chapel, l’intelligenza di Rothko è stata quella di imporre l’oscurità. Ci si trova di fronte al buio assoluto. Ma si è costretti a interagire con ogni pannello. È un’esperienza accessibile a tutti, sia agli intellettuali che a chi non sa leggere, perché sulle pareti non c’è una sola didascalia. Inoltre, è una testimonianza del grande pedagogo che era Rothko, attento a rispettare l’individualità di ogni studente, a dialogare con tutti. Quindi è un luogo totalmente democratico. Quando se ne esce, è un’esperienza di empowerment che potremmo definire emancipazione. Si può immaginare un’esperienza più fondamentale in questo nostro mondo contemporaneo così caotico?

 

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