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Autore Rav Gianfranco Di Segni

Vi racconto un po’ della mia vita: Strasburgo (1972-73)

Rav Gianfranco Di Segni prosegue su Riflessi il racconto delle sue tante esperienze, fuori e dentro l’Italia: oggi ci parla del periodo trascorso nella Yeshivà francese

Gianfranco, continuiamo la nostra chiacchierata sulla tua formazione ebraica. Eravamo rimasti, nella prima parte, alla fine del liceo, quando ci avevi anticipato che dopo la maturità saresti andato in Yeshivà e poi all’Università. Ci puoi dare qualche dettaglio? Dove andasti e per quanto tempo?

la città di Strasburgo

Andai alla Yeshivà di Strasburgo, in Francia, per un anno “accademico”, il 1972-73. Togliendo feste, vacanze invernali ed estive, alla fine rimasero solo alcuni mesi, ma per me furono essenziali. Come ho accennato nella puntata precedente, fu rav Menachem (Michel) Monheit di Strasburgo, di famiglia polacca, a convincere me ed Enzo Neppi di Bologna, anche lui del Benè Akivà, ad andare a studiare alla Yechiva des Étudiants, che era stata fondata a Strasburgo alcuni anni prima. Come indica il nome, questa era una yeshivà dove gli allievi – almeno alcuni di loro, me compreso, seppur fuori sede – svolgevano anche studi universitari, oltre che dedicarsi agli studi ebraici classici, per lo più talmudici. Non è un fatto scontato. In America è così, per esempio a New York, con la Yeshiva University, ma in Israele i due mondi, quello universitario e quello delle yeshivot, viaggiano su binari paralleli se non divergenti e raramente si incontrano (almeno a quell’epoca, ora forse è diverso).

la Yeshivà di Strasburgo

La Yechiva des Étudiants di Strasburgo fu una novità in Francia e credo anche in Europa. Fondata da rav Eliyahou Abitbol nel 1970, pochi anni dopo la Guerra dei Sei giorni e gli eventi del maggio del ’68, divenne poi l’archetipo per la Yechiva des Étudiants di Marsiglia e per quella di Parigi. Rav Abitbol era nato da famiglia marocchina nel 1937, e fu allievo di rav Leon Aschkenazi (noto come Manitou, nome scout), una delle figure più influenti dell’ebraismo francese della seconda metà del Novecento. Rav Abitbol aveva studiato in Yeshivà in Israele, fra gli altri con rav Shlomo Wolbe, un maestro del Musar (l’Etica ebraica) e con allievi del Chazon Ish, su cui poi vi dirò qualcosa. Fu rav Yaaqov Yisrael Kanievsky, cognato e allievo del Chazon Ish, noto come lo Steipler (dal nome di una cittadina dell’Ucraina in cui era vissuto prima di fare la aliyà) a incoraggiare rav Abitbol e altri giovani talmudisti francofoni a tornare in Francia per aprire yeshivot destinate ai tanti giovani che arrivarono dai paesi del Nord-Africa dopo l’indipendenza dell’Algeria e dopo la Guerra dei Sei giorni. Il figlio dello Steipler, rav Chayim Kanievsky, è scomparso lo scorso marzo all’età di 94 anni e il suo funerale a Benè Beraq ha visto la partecipazione di 850,000 persone, un record in Israele. Giusto per far capire di chi stiamo parlando, rav Chayim Kanievski è stato il massimo esponente del mondo charedì ashkenazita, e non solo, degli ultimi anni (ho visto una sua foto su Riflessi nell’intervista che avete dedicato al Kollel di Roma). Certamente rav Eliyhaou Abitbol e rav Chayim Kanievski si erano conosciuti.

Rav Kanievsky

Insieme a rav Abitbol, che era il Rosh Yeshiva, la Yechiva des Étudiants fu co-fondata anche da rav Efraim (Fernand) Klapisch, ashkenazita, che negli anni successivi è stato rabbino a Marsiglia. I due rabbini Abitbol e Klapisch, sefardita l’uno e ashkenazita l’altro, riuscirono ad attirare attorno a loro giovani ebrei di tutte le correnti, per lo più dalla Francia ma anche dal resto d’Europa, Italia inclusa (diversi italiani hanno studiato nella Yeshivà di Strasburgo). Questa provenienza multipla fu salutare per me, dopo l’influenza monolitica ricevuta al Benè Akivà, dove imperava l’uso ashkenazita-israeliano a cui anche io mi ero adeguato. Il rito del bet hakeneset della Yeshiva era ashkenazita (Strasburgo è vicina al confine con la Germania), ma avevo notato che rav Abitbol pregava personalmente (ossia, quando non fungeva da chazan) con un siddur di rito sefardita. Un giorno, quando avevo preso un po’ di confidenza con lui, gli chiesi se io dovessi tornare a pregare secondo il rito italiano, e gli spiegai quali erano le differenze principali (per esempio, le berakhot dello Shemà del venerdì sera): “Certamente – mi rispose –, si deve seguire il minhag dei propri antenati”. E così ci diedi un taglio al minhag ashkenazita e ripresi a dire, il venerdì sera, “Asher killà ma’asaw…” e tutto il resto.

Il Maestro maggiormente citato in Yeshivà, soprattutto riguardo a questioni halakhiche, era il Chazon Ish. Con questo nome, tratto dal titolo della sua opera principale, è noto rav Avraham Yeshayahu Karelitz (morto in Israele nel 1953). Praticamente in Yeshivà non si faceva niente se non era in linea con la normativa halakhica stabilita dal Chazon Ish. Negli anni ’70 al Collegio rabbinico italiano, prima che andassi a Strasburgo, non avevo mai sentito nominare il Chazon Ish. Eppure era stato il più influente rabbino charedì di Eretz Israel della sua epoca. Lo andò a trovare, per consultarsi con lui su alcuni problemi politico-religiosi, perfino il primo ministro David Ben Gurion.

Rav Chazon Ish

Quando una ventina d’anni fa importanti rabbini charedìm iniziarono a venire di passaggio a Roma e nei loro discorsi e lezioni nominavano il Chazon Ish, io ero uno dei pochi che sapevano chi fosse e questo fatto mi fece guadagnare dei punti, seppur immeritatamente. A Strasburgo imparai anche a conoscere le opere dei Rishonìm (i “primi Maestri” del Talmud e della Halakhà, di epoca medioevale) come il Ritvà, il Rashbà, il Meirì e altri e ovviamente il Rambam (Maimonide), su cui vertevano la maggior parte delle lezioni talmudiche settimanali del Rosh Yeshivà. A proposito del Meirì, vissuto nel sud della Francia nei secoli XIII-XIV, mi piace ricordare che il suo commento al Talmud, di dimensioni enciclopediche, è stato pubblicato in buona parte solo nella prima metà del Novecento grazie a un manoscritto presente nella Biblioteca Palatina di Parma, a cura soprattutto di rav Avraham Sofer (Schreiber), che fu rabbino di Gorizia e poi di Fiume e Abbazia. Per dire che in Italia c’era (e c’è) ancora molto da cercare, studiare e pubblicare.

L’Aron di Mantova nella Yeshivà Ponevitch

Alla Yechiva des Étudiants la yeshivà di riferimento in Israele era la Yeshivat Ponevitch (Ponevezh). Questa yeshivà prende il nome dalla cittadina della Lituania da dove originalmente proveniva, ed è una delle yeshivòt più importanti e famose di Israele. La ricordo perché questa yeshivà ha un particolare legame con l’Italia: infatti, nella grande sala del Bet haMidrash (Sala di studio), dove quotidianamente studiano diverse decine di allievi, si innalza un imponente Aròn haQòdesh (Arca Santa) proveniente da Mantova, risalente alla prima metà del ’600, in legno scolpito tutto dorato, alto più di sei metri, riccamente adornato con raffigurazioni del Tempio di Gerusalemme e dei suoi oggetti, e con iscrizioni ebraiche. È certamente il più bello fra gli Aronòt italiani. Fu portato in Israele, con il benevole permesso delle Autorità, da Umberto Nahon negli anni ’50 del secolo scorso, insieme a molti altri arredi sinagogali italiani come quelli provenienti da Conegliano Veneto, ora collocati nel Tempio italiano di Gerusalemme. Recentemente, dovendomi incontrare con rav Michele Ajò a Benè Beraq per il Progetto Talmud, sono andato con lui alla Yeshivat Ponevitch per ammirare il famoso Aron. Rav Ajò mi ha detto che è cosa comune che turisti e curiosi entrino nella yeshivà per contemplarlo e fare foto e che gli allievi non si scompongono più di tanto per queste visite.

Particolare dell’Aron di Mantova

Ci descrivi una giornata-tipo alla Yeshivà di Strasburgo?

La mattina studiavamo con un giovane docente (trentenne, come quasi tutti i docenti) per prepararci alle lezioni settimanali del Rosh Yeshivà, rivolte a tutte le classi della yeshivà insieme. Si trattava di lezioni tematiche, su argomenti specifici, be-iyùn (“con approfondimento”): si partiva dal Talmud, studiando diversi passi di vari trattati con i principali commenti, e poi si passava ai Rishonim, in particolare il Rambam, l’autore più studiato nelle yeshivot di tutto il mondo. Rammento un argomento più di altri, la sughyà (“brano”) sulla priorità nel salvare una vita: si tratta del caso di due viandanti nel deserto e uno di loro ha una scorta d’acqua sufficiente per una persona sola. Il Talmud riporta una discussione fra Ben Petora e Rabbi Aqivà. Il primo dice che è meglio dividere l’acqua in due, piuttosto che uno veda la morte del suo compagno. L’altro sostiene che non c’è questo obbligo e, piuttosto che entrambi muoiano, è meglio far sì che uno sopravviva. È un’importante questione che molti anni dopo mi sarebbe tornata utile nei dibattiti di bioetica in cui mi è capitato di partecipare.

(continua a pag. 2)

2 risposte

  1. Con rav Disegni abbiano una lunga consuetudini di rapporti. È cugino primo di una mia cugina fiorentina. L’ho sempre stimato per la sua duplice cultura cosa checko accomuna a rav Riccardo Di Degni

  2. Ripeto quanto ho detto in una precedente mail anche lei è un maestro
    Ho letto questa seconda parte avidamente:la lettura apre un orizzonte a perdita d’occhio di storia e cultura il dialogo con i maestri l’attenzione rispettosa sia per i maestri che per i libri
    l’intreccio tra vita privata e le vicende recenti e lontane di Israele
    la sua passione per la Haláka e lo inedito metodo del Talmud…

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