Un nuovo inizio
Livia Ottolenghi eletta nuova Presidente Ucei
E così, a tre mesi esatti dal voto del 14 dicembre, finalmente l’ebraismo italiano ha un suo nuovo rappresentante. Con il voto quasi plebiscitario di domenica scorsa (42 sì e 4 astensioni) Livia Ottolenghi è la nuova presidente dell’ Ucei.

Sessantatré anni, romana, una carriera accademica prestigiosa – ordinaria di Odontoiatra presso il Dipartimento di Scienze odontostomatologiche e maxillo facciali, vice preside della Facoltà di Medicina e odontoiatria a La Sapienza, presidente della Conferenza dei presidenti dei corsi di laurea in Odontoiatria – e un’attività di volontariato nelle istituzioni ebraiche romane e nazionali di lungo corso, il suo compito non sarà facile.
Il voto quasi unanime che l’ha portata con merito alla guida dell’Ucei – quasi un miracolo politico, cui va dato merito innanzitutto alla neo presidente e alla sua autorevolezza costruita negli anni – non può infatti far dimenticare il travaglio di queste settimane, espressione evidente delle divisioni che la minoranza più antica del Pase vive in tempi di grande incertezza, non solo per gli ebrei italiani.
Nel suo quadriennio alla guida dell’ebraismo italiano, Livia Ottolenghi e la sua giunta saranno interlocutori, come prevede lo Statuto Ucei, dei prossimi protagonisti della vita istituzionale italiana: nel 2027 ci saranno le elezioni politiche e si rinnoverà la guida di alcune grandi città, tra cui su tutte Roma; nel 2029 il nuovo Parlamento dovrà eleggere il successore del Presidente Mattarella. Quanto a Israele, già nel 2026 l’elettorato sarà chiamato a rinnovare la Knesset, per la prima volta dopo il 7 ottobre, la guerra a Gaza, l’isolamento che Israele subisce da parte di una fetta importante dell’Occidente, tra cui l’Europa quasi per intera.
Sono grandi temi che l’ebraismo italiano è chiamato a decifrare e interpetrare, per comprendere come cambierà, di riflesso, la società italiana, nella quale ogni giorno i circa trentamila ebrei italiani (per non parlare degli ebrei stranieri residenti, tra cui molti israeliani) vivono e affrontano una realtà quotidiana che, sia nelle grandi città che nelle piccole, dove l’ebraismo resiste con piccoli e storici avamposti, si mostra da due anni a questa parte generalmente ostile a Israele e agli ebrei.
Per risolvere l’impasse che aveva di fatto bloccato la sua elezione tre settimane fa, Livia Ottolenghi ha dovuto mostrare di possedere raffinate doti di equilibrio e mediazione. Il risultato è da considerare dunque innanzitutto un suo successo personale, anche se forse insufficiente, da solo, a sciogliere tutti i dubbi che ne avevano rallentato la nomina.
La sua lista, Ha Bait, espressione storicamente dell’ala più progressista dell’ebraismo italiano, aveva dimostrato di coagulare attorno a sé 23 voti, ma di non scalfire gli altri ventinove elettori del consiglio. Tre settimane dopo, la giunta che aiuterà la neopresidente vede confermata una vicepresidenza, quella di Milo Hasbani (Milano), cui si affianca una novità di peso. Monique Sasson, entrata nel piccolo mondo ebraico come un oggetto quasi misterioso, lei che ha sempre frequentato più i salotti milanesi e londinesi che la piazza romana, da capolista della lista romana Dor Va dor segna, con la vicepresidenza, l’ingresso in giunta degli uomini e delle donne di Victor Fadlun, che a Roma governa un monocolore sostanzialmente tradizionalista e conservatore. Così come in maggioranza sono entrati anche i voti di Walker Meghnagi, presidente della comunità milanese, le cui amicizie familiari con il presidente del Senato La Russa e le sue simpatie per il partito di Giorgia Meloni sono manifeste.
Dunque, che giunta è quella che governerà l’ebraismo italiano per i prossimi quattro anni? A leggere i nomi, si comprende come l’equilibrio sia stato limato fino al massimo possibile. Oltre a Roma e Milano, entrano le comunità di Venezia, Padova e Bologna (e Parma, fuori giunta), mentre anche l’Assemblea rabbinica rinnova anagraficamente il suo rappresentante, sostituendo il rabbino di Genova, Momigliano, con il più giovane Ariel Di Porto, romano anche se a lungo rabbino capo a Torino. Semmai, va segnalato il dato di genere. Il governo dell’Ucei vede la presenza di sole due donne, sebbene nelle caselle più importanti: presidente e vicepresidente. Sui nove componenti in giunta, e sui tredici assessori complessivi, fa un misero 15%. Il dato sembra colorarsi di un significato politico. Sul treno del governo dell’Ucei, infatti, alla fine non è salita la terza candidata a presidente: Ruth Dureghello. Che la sua sia stata una scelta, o che le dinamiche febbrili delle ultime ore abbiano portato alla sua esclusione, in ogni caso il risultato ha al momento per lei un sapore amaro, tanto più che Dureghello era, delle tre candidate, quella con il curriculum più prestigioso (e chissà che questo abbia avuto il suo peso, al contrario).
In ogni caso, ora si tratta di cominciare a guidare l’Unione. L’ebraismo italiano non naviga in acque tranquille, scontando un ritorno grave dell’antisemitismo e un clima in cui gli ebrei sono tornati a essere strumento di lotta politica, come dimostrano le polemiche sui ddl sull’antisemitismo.
Anche qui si misurerà lo spessore della nuova presidente, cui Riflessi rinnova i migliori auguri di successo. A lei spetterà il compito di evitare che l’Ucei diventi sostenitore di uno schieramento contro l’altro, dovendo invece riuscire a far sentire la voce di una minoranza che chiede a tutte le istituzioni, per mezzo della difesa dei propri diritti, qualcosa di più importante: la difesa della democrazia, la difesa delle libertà individuali e religiose di ogni cittadino della Repubblica. In altre parole, agli ebrei italiani spetta ancora una volta il compito di ricordare al resto del Paese l’importanza di difendere la Costituzione.
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