L’editoriale
Rompere l’isolamento
Le immagini dell’Assemblea generale dell’Onu che lentamente si svuota in gran parte per protestare contro l’intervento di Benyamin Netanyahu lo scorso 27 settembre, sono simbolicamente tra le più rappresentative dell’isolamento in cui si trova Israele, ma esprimono anche l’incapacità della comunità internazionale di trovare una soluzione politica al conflitto che dal 7 ottobre 2023 affligge il Medio Oriente.
Sono trascorsi tre anni da quando Hamas attaccò in modo brutale, violento e inimmaginabile i kibbutzim al confine con Gaza, uccidendo, torturando, violentando oltre mille persone e sequestrandone alcune centinaia. Da quel giorno si è assistito a un costante uso della violenza. Hamas ha trattenuto per oltre due anni quei rapiti che sono riusciti a sopravvivere alle torture e alla violenza nonché ai pesanti bombardamenti israeliani.
Hezbollah, dal Libano, è entrato nel conflitto, rimanendone duramente colpito dalla risposta israeliana, che però si è spinta fino ad occupare il sud del Paese dei cedri e a intavolare un negoziato con il governo libanese ancora molto difficile e incerto. L’Iran, dopo aver mandato in sortita gli Houti, ha infine aperto direttamente un terzo fronte con Israele, che ha risposto una prima volta, nell’estate del 2025, e poi una seconda, insieme agli Stati Uniti, lo scorso febbraio, aprendo una guerra che fino ad allora si era svolta da parte di Tehran per procura, e i cui esiti dopo nove mesi sono del tutto incerti, tranne che sotto un aspetto: la vittoria definitiva e totale vantata dal presidente Trump è un’ulteriore sua bugia.
In questo contesto, Israele paga un prezzo altissimo. È alto il numero delle vittime, quelle del 7 ottobre e quelle dei tre anni successivi di combattimenti a Gaza e nel sud del Libano. È alto il prezzo dell’isolamento internazionale, che di fatto ha congelato le sue relazioni con i Paesi arabi, che invece promettevano sviluppi storici prima del 7 ottobre con la più che possibile adesione dell’Arabia Saudita agli accordi di Abramo, in cambio di una soluzione della questione palestinese che Netanyahu ha sempre rifiutato. È alto il prezzo dell’ostilità, quando non dell’odio, che la guerra scatenata a Gaza ha prodotto nell’opinione pubblica occidentale, specialmente quella dei più giovani. È alto, infine, il pegno pagato all’antisemitismo, che mimetizzandosi nella protesta dei tantissimi che chiedono la fine del conflitto, veicola messaggi di odio contro Israele e contro gli ebrei.
Quando il disordine è così esteso, appare difficile trovare la strada per provare a ridurlo, e abbassare lo scontro. Quello in corso in Medio Oriente, senza considerare gli altri conflitti internazionali, è un tentativo radicale, che non si vedeva dal 1948, di ridisegnare i rapporti di forza nella regione. L’esito è incerto, perché, a chi non volesse limitarsi a condannare Israele, non può sfuggire come la guerra sia alimentata non solo dall’Iran, ma anche da players di media e grande potenza – la Turchia, la Russia, la Cina – che leggono quello che accade a Gaza e nell’area come una partita di uno scacchiere più ampio.
È indubbio che, in questa partita, Israele giochi un ruolo fondamentale e in prima persona. Sta al governo decidere se continuare a colpire Hamas con una tecnica che finora ha prodotto migliaia di morti civili, evidenziati da ultimo dal documentario “Naza”, il cui impatto emotivo – a prescindere dalla piena veridicità della ricostruzione dei fatti, oggetto di decisa contestazione da parte dell’IDF, l’esercito israeliano – è stato fortissimo in Italia, accresciuto dalla scriteriata minaccia del governo israeliano di togliere la cittadinanza ai due registi. Soprattutto, sta a Israele decidere se uscire da questa crisi e da questo isolamento cambiando governo, o se invece continuare ad affidarsi all’uomo che è responsabile, sul piano politico, della totale impreparazione che tre anni fa costò a Israele le perdite civili più gravi dalla sua fondazione.
Le elezioni del prossimo 27 ottobre saranno dunque innanzitutto un referendum sull’operato di Benjamin Netanyahu. Come abbiamo scritto altre volte, consideriamo necessario un cambio di governo per più motivi, il principale dei quali è che nessuna democrazia, alla lunga, resta tale se viene governata per circa trenta anni dalla stessa persona. Ma, fino a prova contraria, Israele è ancora un paese democratico. Certo ferito, sotto il trauma del 7 ottobre, invischiato in una guerra aperta con il regime terroristico iraniano, che lo ha portato, almeno all’inizio del conflitto, a giustificare una condotta di guerra durissima contro Hamas, in evidente violazione delle regole d’ingaggio consentite dal diritto internazionale. Ma è pur sempre una democrazia. Occorre ora chiedersi fino a quando una democrazia sfibrata da odi, guerre e una profonda frattura interna possa conservare le sue fondamenta intatte. Per questo, dopo tre anni, il Paese può e deve cambiare guida. Se questo avverrà, il cambiamento sul campo non sarà immediato, non foss’altro perché un vero cambiamento si potrà avere solo quando tra i palestinesi si troverà un interlocutore con cui provare a parlarsi, e il mondo arabo non si nasconderà dietro a Israele per continuare a negare sostegno politico ai palestinesi stessi. Ma intanto sarà stato fatto il primo passo necessario.
Per questo è importante che si cambi. È importante che il Paese esca dall’isolamento internazionale. Le democrazie non sono mai in salute quando se ne stanno da sole. Anche Israele.
La maggioranza del Paese, e di noi ebrei della diaspora, attendono il cambiamento.
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