Oscar, la notte che precede l’alba

Ieri si sono assegnati gli Oscar del cinema. Ma, al di là dei singoli premi, forse siamo a un punto di non ritorno: dove sta andando il cinema dei prossimi anni?

In molti hanno sottolineato come la notte degli Oscar appena trascorsa abbia segnato un punto di non ritorno. Le analisi si sono concentrate su un deludente palmarès così come sull’increscioso episodio dello schiaffo sferrato da Will Smith a Chris Rock.

Io provo a distanziarmi da entrambi gli epifenomeni. Il cinema ha subito negli ultimi anni una profonda rivoluzione, la crescente importanza acquisita dalle piattaforme ha in qualche modo “indicizzato” il cinema, rendendolo identificabile più attraverso i contenuti che grazie alle intrinseche qualità dei singoli film.

L’effetto collaterale di questa trasformazione è stato quello di sgonfiare il valore dello star system, un tempo una vera e propria unità di misura per il successo commerciale di un film. Se gli attori contano meno, mentre la possibilità di raggiungere un pubblico affezionato a uno specifico argomento assume un’importanza sempre crescente, allo stesso tempo questo spaventoso reset lascia aperti degli spazi per interessanti cortocircuiti.

Jane Campion, premiata come miglior regia per “il potere del cane”

Gli Oscar di quest’anno testimoniano questa dicotomia: il premio per la miglior regia a Jane Campion è davvero il riconoscimento di un cinema straordinariamente robusto, The Power of the Dog rimette al centro dell’attenzione la forza dell’inquadratura, come la cellula da cui scaturisce la forza di un linguaggio. Un’opera assolutamente necessaria che sembra arrivata da tempi gloriosi, quelli che vedevano nel rapporto tra uomo e paesaggio la cifra di un’intera civiltà, come ne Il Gigante di George Stevens (1956).

Allo stesso tempo il premio per il miglior film straniero a Drive my Car di Ryūsuke Hamaguchi segna un’opportunità storica, quella che un film di cristallino equilibrio, affidato a una recitazione tanto misurata quanto eloquente possa ricevere un tributo popolare come quello rappresentato dagli Oscar. Difficilmente in altri tempi due film così coerenti, portatori di un’idea di cinema che è frutto dell’intelligenza e della sapienza pratica dei rispettivi autori, avrebbero potuto ambire a questo riconoscimento.

Ryusuke Hamaguchi, premiato per il miglio film straniero: “Drive My Car” (Foto: Mike Coppola/Getty Images)

I membri dell’Academy, istituzione elefantiaca per numero di giurati, probabilmente si sono trovati di fronte a un fiume carsico che ha fatto lievitare l’importanza di questi due film nel tempo, premio dopo premio, sottraendosi alla logica “indicizzante” a favore di una lucida oggettività: il grande cinema. Sulla sponda opposta c’è invece il miglior film, Coda, che della supremazia del contenuto sembra l’alfiere perfetto.

In questo premio è possibile rintracciare una logica che è insita nel meccanismo di votazione degli Oscar, quello di polarizzare l’attenzione su un’urgenza del momento, qui incarnata dall’inclusività, leitmotiv delle ultime versioni della kermesse. Niente di scandaloso considerando la storia del premio che ha sempre assecondato la temperatura del momento. Nella scia di questa vicinanza affettiva alla tematica di un film fa anche parte il premio al miglior attore protagonista a Will Smith per King Richard. Entrambi i film sono storie edificanti, che possono scaldare i cuori dei giurati e del pubblico.

“Coda” è stato premiato come miglior film

Una valenza più tecnica probabilmente hanno invece i premi per la miglior attrice protagonista a Jessica Chastain per The Eyes of Tammy Faye e quelli per la miglior attrice non protagonista e il miglior attore non protagonista rispettivamente assegnati ad Ariana DeBose per West Side Story e Troy Kotsur per Coda.

Come sempre il dibattito sull’ingiustizia di alcune mancate assegnazioni è il corollario connaturato al premio, che ne perpetua l’importanza forse più dei riconoscimenti conquistati. Eppure questa notte segnata da malumori, gesti patetici di rivalsa machista, spettri di guerre globali, potrebbe essere il prodromo di un’alba inaspettata. Due piccoli lumi ci indicano una via meno battuta, The Power of the Dog  e Drive my Car in fondo rappresentano l’anti-genere, ossia l’impossibilità di racchiudere il film in una genere senza sconfessarne le caratteristiche peculiari. In questo sono due film inafferrabili paradossalmente afferrati dal più glamour dei premi. L’alba in cui tutte le categorie svaniscono può forse cominciare.

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