L’editoriale
Alcune volte capita che la storia, o perché voglia beffarsi di noi, o, al contrario, voglia quasi indicarci una direzione, lasci sovrapporre date e ricorrenze, apparentemente opposte o comunque estranee, che però sanno mostrare, ad un esame più attento, punti di contatto.
Esattamente trent’anni fa, il 4 novembre 1995, il primo ministro d’Israele, Itzhak Rabin, un passato da generale dell’esercito e nel 1993 insignito, insieme a Shimon Peres e Yasser Arafat, del premio Nobel per la pace, veniva assassinato da un estremista ebreo al termine di una manifestazione a Tel Aviv che intendeva sostenere quel governo e quel processo di pace.
Sessant’anni fa, il 28 ottobre 1965, Il Concilio Vaticano II approvava una dichiarazione di soli 5 punti, la Nostra Aetate, il cui valore aveva però un effetto dirompente nei millenari rapporti fra cristiani ed ebrei.

Dopo la violenza terribile del 7 ottobre 2023 di Hamas e la guerra durissima che ne è scaturita negli ultimi due anni, quello che viviamo è infatti un tempo che ancora non può definirsi di pace, ma che non è più di guerra aperta e dichiarata.
A suo modo, questo tempo così precario, che Israele vive attraversata da tante emozioni – il ritorno, finalmente, dei 20 ostaggi rimasti in vita, l’attesa per la restituzione dei corpi di quelli che invece non sono sopravvissuti, il clima politico sempre più acceso in vista delle elezioni del prossimo anno – testimonia più in generale l’instabilità delle relazioni internazionali e i tanti affanni delle democrazie liberali: in Israele, in Europa, negli Stati Uniti.
Nel numero di questo mese di Riflessi abbiamo chiesto a quattro donne italo-israeliane (Manuela Dviri, Letizia Fargion, Daniela Fubini e Claudia Rosenzweig) di raccontarci i loro ricordi della stagione legata a Rabin nonché di quella attuale. A Davide Assael, Sergio Della Pergola, Claudio Vercelli, abbiamo chiesto invece di osservare lungo la linea dell’orizzonte politico quali possibili sviluppi potranno derivare per Israele dal piano Trump firmato in Egitto ad ottobre. In una prospettiva ancora più ampia, Gianni Vernetti ci offre una lettura del conflitto mediorientale in un contesto internazionale che, dalla lontana Taiwan fino all’Ucraina, evidenzia come il tempo che viviamo stia definitivamente abbandonando l’equilibrio raggiunto a Yalta nel 1945, per farci entrare in una stagione nuova.
In questa stagione crediamo che occorra entrare cercando di capire come tutelare le democrazie e le libertà. Per noi ebrei italiani, il tema è tanto più urgente, perché le forme di intolleranza aumentano, come dimostra l’aggressione della scorsa settimana a Emanuele Fiano a Venezia.
Il dialogo, in particolare quello ebraico-cristiano, rientra certamente nei valori che dovranno essere salvaguardati, come sottolinea Giovanni Maria Vian nell’intervista concessa a Riflessi.
Le date storiche, se non servono a darci strumenti per orientarci nel presente, servono a poco. Quel drammatico omicidio commesso a Tel Aviv trent’anni fa da un lato, e la Nostra Aetate dall’altro, sembrano dunque essere oggi la metafora del bivio davanti a cui si trova Israele e il nostro paese, chiamato a respingere ogni nuovo focolaio di antisemitismo.
Leggi tutto il numero: Riflessi numero 7 novembre 2025
Manuela Dviri, Trent’anni senza Rabin
Daniela Fubini, La tregua: una pausa, o una fine
Sergio Della Pergola, La morte di Rabin è stata dimenticata
Claudia Rosenzweig, Noi accademici israeliani contro la guerra e contro il boicottaggio
Letizia Fargion, Un Festival verde finalmente di gioia
Claudio Vercelli, Sul dopo Gaza si decide il futuro di Israele
Davide Assael, Israele e Netanyahu alla prova del piano Trump
Gianni Vernetti, Israele e l’Europa nel mondo
E poi, ancora:
Giovanni Maria Vian, la Nostra Aetate compie sessant’anni
Buona lettura