Israele: storia, società, cultura, politica

Da oggi, per cinque incontri, Claudio Vercelli tiene un corso gratuito sulla storia dello Stato ebraico.

Claudio, dal 23 marzo, per conto dell’Ucei terrai un corso di cinque incontri su Israele. Che temi tratterai? E a chi si rivolge?

Claudio Vercelli

Obiettivo del corso, articolato in cinque incontri della durata di un’ora e un quarto l’uno, è quello di introdurre i partecipanti alla comprensione e all’analisi della storia dello Stato d’Israele attraverso l’intreccio cronologico degli eventi di scenario con la parallela evoluzione storica delle sue istituzioni e della società nazionale. A tale riguardo verranno definiti, inquadrati e messi in relazione, sul piano politico, culturale e sociale, gli elementi salienti che hanno contribuito ad originare e a sviluppare le idealità sioniste così come il loro trasfondersi nella concreta costruzione dello Stato. Si procederà poi all’analisi del percorso che dal 1948 ad oggi ha portato il Paese ad essere protagonista dello scenario internazionale, insieme ai fattori di consolidamento interno e di evoluzione socio-demografica. Nel fare ciò, con l’aiuto di immagini e mappe video-proiettate, i partecipanti verranno accompagnati attraverso un secolo di storia, partendo dalle premesse, formulate nel XIX secolo, per arrivare alla situazione odierna. Seguendo un criterio cronologico, che dal passato giunge ai giorni nostri, si porranno quindi in rilievo gli intrecci propri al maturare di una moderna comunità nazionale ebraica, il suo evolversi all’interno delle dinamiche mediterranee ed europee, il suo trasformarsi fino ai processi e ai percorsi di cambiamento che ne accompagnano il presente. Accanto a ciò, verrà posto particolare rilievo al rapporto con l’ebraismo diasporico.

ebrei a Crown Heights

L’intenzione non è solo quella di compiere un percorso ragionato di storia ma anche di porre al vaglio dei partecipanti questioni attinenti l’identità e le identificazioni che si legano alle peculiarità attuali di Eretz Israel. L’intero corso, che si inserisce nell’insieme delle attività formative dell’Unione, si rivolge prevalentemente ad iscritti alle comunità della Penisola ed è parte della piattaforma Zeraim, promossa dall’Ucei stessa. Il programma è questo: primo incontro, Il sionismo e la costruzione di una comunità politica nazionale (1881-1947); secondo incontro, La nascita dello Stato d’Israele e la definizione di un’identità collettiva tra democrazia e demografica (1948-1967, dalla guerra d’Indipendenza alla guerra dei Sei giorni); terzo incontro, Gli anni del consolidamento e della trasformazione politica e sociale (1968-1994, il problema della pace e quello della sicurezza dal declino del nasserismo agli accordi di Oslo); quarto incontro, La modernizzazione accelerata e la trasformazione sociale ed economica (1995-2022); quinto incontro, Israele oggi: le chiavi di lettura nel presente di una nazione mosaico e delle sue culture politiche e civili (2022 ed oltre).

Di recente è uscito il tuo ultimo libro, proprio su Israele («Israele. Una storia in dieci quadri», Laterza 2022). Come ti sembra l’idea di Israele in Europa e in Italia oggi?

l’ultimo libro di Claudio Vercellli (2022, Laterza)

Non esiste una risposta univoca al riguardo. Sussiste un nocciolo duro, inscalfibile, di persone e gruppi che rigettano Israele, ritenendo che costituisca una sorta di esperienza storica abusiva, priva di qualsiasi legittimità. Non infrequentemente, tale antisionismo di principio rischia di scivolare nell’antisemitismo. Tuttavia, al netto dei pregiudizi ricorrenti, quello che si riesce a registrare è, in diversi settori della pubblica opinione italiana ed europea, una sorta di “normalizzazione” dell’immagine d’Israele, consegnata ad essere nazione nel consesso internazionale delle nazioni. In altre parole, l’eccezionalismo del Paese – qualcosa che andava a ricalco dell’idea che l’ebraismo fosse (e per certuni continui a rimanere) un’anomalia del nostro tempo – si è in parte stemperato. Molto dipende dai riflessi che ciò che resta del conflitto israelo-palestinese: quando se ne verificano ancora fiammate, allora anche le polemiche riprendono vigore. Quanto meno in alcuni settori delle nostre società. Tuttavia, ciò che si può registrare è anche un processo di lento assestamento. Faccio quattro esempi al riguardo: la percezione di Israele come paese dell’innovazione; la crisi di ciò che resta del vecchio panarabismo, come residua dottrina politica, la fragilità degli Stati arabi di contro all’immagine di solidità che invece Gerusalemme offre di sé; il ruolo di primo piano nella lotta alla pandemia, con il riscontro, oramai assai comune, nel campo dell’informazione italiana ed europea, del Paese come di un soggetto indice nelle politiche sanitarie e di gestione delle ricadute del Covid-19; la rilevante presenza, nell’attuale crisi russo-ucraina, della diplomazia israeliana rispetto a ipotesi di trattative e negoziazioni. Israele non è più visto come il paese della guerra (difensiva) ma come un luogo che può essere anche soggetto – e moltiplicatore – di pace.

Vorrei soffermarmi su alcuni dei dieci “quadri”. Comincio dal sionismo: che tipi di sionismo ha vissuto Israele dal 1948 ad oggi?

Ben Gurion proclama la nascita di Israele

Parlare del sionismo dal 1948 in poi vuole dire soffermarsi sulle culture politiche del Paese. La nascita dello Stato è un punto di non ritorno per il progetto sionista. Direi che si possono quindi sovrapporre i tempi di maturazione e affermazione delle diverse correnti politiche con due fasi ben distinte: fino al 1977 ha un ruolo egemonico la sinistra laburista; dopo le elezioni di quell’anno, il piatto della bilancia si sposta nettamente sul versante della destra nazionalista. Entrambe le famiglie politiche hanno le loro origini ben prima della nascita dello Stato. Come tali, esprimono correnti di pensiero, identità ed interessi molto radicati. Ed anche, assai spesso, divaricati, quindi tra di loro conflittuali. Il sionismo di matrice culturale e spirituale, così come la corrente liberale, e in misura diversa il sionismo religioso, infatti erano stati riassorbiti dentro questi due grandi contenitori che si sono contesi a lungo il controllo del consenso. Oggi il panorama, al pari di quanto avviene in molte democrazie occidentali, si è ulteriormente trasformato. Le culture politiche storiche sono per buona parte declinate. Ciò che vale in misura pressoché definitiva per la sinistra, interessa tuttavia anche una parte della destra che è molto diversa da come si presentava cinquant’anni fa. Il nazionalismo territorialista, infatti, è stato in parte integrato e sostituito da fenomeni di ordine populista.

Nel tuo libro di temi essenziali per l’Israele di oggi, quali il rapporto tra demografia e democrazia, o circa l’identità dello Stato come nazione ebraica. A tuo avviso oggi il futuro della relazione con i palestinesi va nel senso di un unico Stato con due identità o c’è ancora spazio per l’idea di «due popoli, due Stati»?

A Tel Aviv si festeggia la nascita dello Stato ebraico. (Foto: AFP/Getty Images)

Rispondo in maniera molto netta affermando che nessuna delle due ipotesi è destinata ad avere una qualche chance nel futuro. Non almeno in quello a breve e medio termine. I processi di autodeterminazione palestinese stanno a zero. Sono al più basso grado di evoluzione dal 1964 (anno di nascita dell’Olp) ad oggi. I fattori che incidono in tale senso sono molteplici e complessi. Più in generale si può sostenere che la componente arabo-palestinese è fortemente frammentata al suo interno. Inoltre, non ha una leadership credibile, ossia capace di confrontarsi con gli innumerevoli mutamenti che sono nel frattempo intervenuti. Il Medio Oriente, nel mentre, ha attraversato molte crisi ed è composto da paesi scarsamente interessati rispetto al destino di una comunità che continua a trovarsi ai margini dei grandi processi decisionali. Israele, per parte sua, ha conosciuto un’evoluzione ed un consolidamento che la rende molto meno fragile di quanto non fosse fino agli anni Novanta, all’atto degli accordi di Oslo. Anche se da alcuni anni si è manifestata una peculiare questione, quella del ruolo degli arabi israeliani, nella loro specificità storica e culturale, dentro la società nazionale. Non si tratta di recitare il de profundis della «questione palestinese» ma di capire che se continuerà ad essere riproposta nei termini ancora vigenti ad oggi non avrà nessun futuro. Così come si dovrebbe ragionare su chi trae vantaggio da uno status quo che si è cristallizzato nel tempo. Poiché ci sono rendite di posizione che sclerotizzano l’orizzonte. E non saranno eventuali nuove tensioni a mutare l’equilibrio generale delle diverse parti in gioco.

Un altro tuo “quadro” riguarda il populismo, male che minaccia la democrazia occidentale oggi. Israele ne soffre?

(continua a pag. 2)

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