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Bolsonaro e Da Silva Brasile

Il Brasile deve scegliere il nuovo presidente, tra l’uscente Jair Bolsonaro, di destra e l’ex- presidente Luis Inacio Lula da Silva (Lula), di sinistra.

Come è ovvio la campagna elettorale è stata molto accesa, ma le organizzazioni ebraiche brasiliane hanno tenuto un profilo basso, non rilevando le loro preferenze tra i due contendenti, entrambi controversi.

I 120.000 ebrei brasiliani sono effettivamente in mezzo a un dilemma: per molti, soprattutto della classe medio alta, è necessario un presidente che migliori le condizioni del paese, ma che sia anche pro-Israele. E a quanto pare nessuno dei due contendenti soddisfa queste aspettative.

Bolsonaro e Da Silva incarnano due differenti visioni del mondo e della politica. Non avendo nessuno dei due ottenuto la maggioranza nel primo turno, ora si fronteggiano con i sondaggi che danno leggermente in vantaggio il secondo.

Netanyahu Bolsonaro
Il presidente brasiliano Bolsonaro, con Netanyahu, in visita a una sinagoga all’interno del tunnel sotto al Kotel (2019)

Bolsonaro è un militare in pensione, fervente cristiano e populista, che, per la vicinanza ideologica e politica, l’ex-presidente degli Stati Uniti chiama affettuosamente “il Trump tropicale”. Noto non solo per la disastrosa gestione del Covid, con quasi 700.000 morti e per aver accelerato la deforestazione dell’Amazzonia, è famoso per alcune sue uscite infelici, come aver detto che preferisce un figlio morto piuttosto che gay o aver definito “animali” i discendenti degli schiavi africani.

Molti ebrei apprezzano le ottime relazioni che Bolsonaro ha instaurato sia con la comunità brasiliana che con Israele, in particolare con Benjamin Netanyahu, del quale è amico personale. Tuttavia, non mancano le ombre, per i contatti e le strizzate d’occhio a movimenti neo-nazisti nazionali e internazionali e per la retorica autoritaria.

Peres Da Silva
L’allora presidente brasiliano Da Silva accolto in Israele dal presidente Peres (2009)

Dall’altra parte Da Silva non è immune da critiche, a cominciare dal fatto che ha scontato in carcere una condanna per corruzione e riciclaggio. Vicino a posizioni di sinistra pro-palestinesi, nel 2009 ha accolto con tutti gli onori l’allora presidente iraniano Ahmadinejad, che nega la Shoah e il diritto a esistere di Israele. L’anno seguente, durante una visita ufficiale in Israele, ha reso omaggio alla tomba di Arafat a Ramallah e il mese prima della fine del suo mandato ha riconosciuto lo stato di Palestina. E così via. Ma è chiara e netta la sua opposizione alle derive di estrema destra di Bolsonaro e questo lo rende per una parte degli ebrei brasiliani il candidato da preferire.

Un dilemma per gli ebrei, la scelta tra “la conversione o la morte” come dice qualcuno, richiamando quanto hanno dovuto subire gli ebrei portoghesi durante l’Inquisizione. Molti trovarono rifugio in Brasile e i loro eredi ora, hanno il difficile compito di scegliere il miglior presidente.

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