La morte di Rabin è stata dimenticata
A trent’anni dalla uccisione, Sergio Della Pergola riflette sugli effetti che la morte di Rabin ha prodotto sulla società e sulla politica israeliana
Sergio, realizziamo questa intervista quasi alla vigilia dei trent’anni dell’assassinio di Yitzhak Rabin. La prima cosa che vorrei chiederti è se in Israele questo anniversario sarà sentito e in qualche modo celebrato.

Da tempo ormai registro con grande delusione che l’assassinio di Yitzhak Rabin è stato per Israele un’occasione mancata. La società israeliana e il Popolo ebraico non hanno imparato la lezione.
Perché?
A suo tempo sostenni che la morte di Rabin, per mano di un estremista ebreo, Ygal Amir, avrebbe dovuto indurre tutto il paese a compiere un giorno di digiuno e di espiazione, proprio come si fa per il digiuno di Ghedalyà [governatore ebreo ucciso poco dopo la distruzione del tempio di Gerusalemmme, la cui morte portò a una repressione degli ebrei da parte dei babilonesi, n.d.r.]. Invece temo che la tragedia non sia stata affatto metabolizzata dal paese. I suoi perpetratori, e i suoi sostenitori, ancora oggi affermano che la morte di Rabin sia stata giusta e che abbia evitato una grande ingiustizia, ossia la nascita di uno Stato palestinese. Il guaio è che quella morte ha rivelato una catena materiale e ideale che parte dall’esecutore materiale, passa per i sostenitori spirituali, ossia i rabbini estremisti che inneggiavano alla morte di Rabin, dietro i quali ci sono tutti coloro che hanno esultato a quella morte, fino a risalire la catena per arrivare ai politici che, alla vigilia dell’assassinio, arringavano la folla contro il primo ministro. Qui non posso che riferirmi anche a Netanyahu. Le foto un mese prima del delitto lo ritraggono a fianco a rabbini e politici estremisti, davanti a una folla che raffigura Rabin vestito da ufficiale nazista. Né posso dimenticare che in quella folla era presente un giovane Ben Gvir, che poco prima dell’assassinio di Rabin aveva strappato dalla sua automobile di Stato il fregio, mostrandolo come un trofeo, annunciando che come era arrivato fino all’auto, così sarebbe arrivato direttamente fino al primo ministro. Insomma, quell’assassinio si può spiegare con una serie di complicità dirette e indirette, materiali e morali, mai ammesse esplicitamente e estirpate dal sistema. Netanyahu non ha mai preso distanza dall’assassinio in modo del tutto convincente. Siamo così arrivati al punto che lo scorso anno la famiglia Rabin ha invitato a non commemorare la morte del primo ministro perché si è resa conto che nel paese la figura di Rabin è ancora divisiva e che ogni celebrazione era compensata da manifestazioni di gioia. Quella morte ci mostra così quanto il paese sia oggi diviso.

Questa divisione che tu descrivi si colloca in un momento storico di grande fragilità. La tregua firmata a Sharm El Sheik è imposta da Trump appare ancora incerta. Come vive Israele questa fase?
Il paese ormai non si illude più. L’accordo raggiunto in Egitto è meramente formale e realizza una tregua molto imperfetta. Basta considerare che si è firmato con l’assenza di Israele, dell’Arabia Saudita, degli Emirati Arabi e di Hamas. Insomma, è stata realizzata una coreografia in cui mancavano i protagonisti. Certo, è stato raggiunto un risultato importante, innanzitutto il ritorno dei deportati ancora in vita, un evento che ha prodotto un enorme sollievo della società israeliana. Nel momento in cui parliamo rimangono ancora 11 salme da restituire, lasciami dire che quello a cui abbiamo assistito negli ultimi giorni – addirittura la restituzione di pezzi di salme trucidate da Hamas – conferma ulteriormente la mostruosità cui ci troviamo davanti dal 7 ottobre. Hamas, anche adesso che siamo in una fase nuova, con i suoi comportamenti senza dignità rinuncia a proporsi come un interlocutore con cui avviare un dialogo, come pure dimostra i regolamenti di conti che sono subito avvenuti, con le esecuzioni pubbliche dei suoi oppositori, senza dimenticare che il 7 ottobre sono state sterminate intere famiglie. Quanto al piano Trump, al momento nulla è stato fatto per avviare effettivamente la fase successiva alla fine della guerra, e nessuna gestione pratica del futuro a Gaza sembra all’orizzonte. C’è inoltre qualche novità che appare molto preoccupante.

A cosa ti riferisci?
Pochi giorni fa abbiamo assistito ad una conferenza stampa in Israele, alla presenza del vicepresidente americano, Vance, del genero di Trump, Kushner, dell’incaricato di Trump per il Medio Oriente, Witckoff, e del più alto grado militare americano nell’area Mediterraneo-Asia, il Generale Cooper, i quali hanno annunciato l’apertura di una base militare americana a Kiryat Gat in territorio israeliano. Si tratta di un’assoluta novità per Israele, che fin dalla sua fondazione ha sempre affermato il principio che “mai gli stivali di nessun soldato straniero avrebbero calcato il suolo del paese”. Oggi invece avviene esattamente il contrario. È la dimostrazione che Netanyahu ha degradato Israele a una sorta di protettorato americano. Dopo due anni di guerra ci siamo ridotti a essere una specie di Portorico degli Stati Uniti nel Mediterraneo. Lo iato è enorme fra la realtà sul terreno, con gli americani al timone e Hamas ancora armato, e la retorica populista della “vittoria totale” di Netanyahu.
A proposito di quel che avverrà da qui in poi, in occasione della visita del vicepresidente Vance ha fatto scalpore il voto alla Knesset, poi smentito da Netanyahu, favorevole all’annessione della Cisgiordania.

Si è trattata di una cinica manovra parlamentare, sollecitata dall’opposizione per creare imbarazzo al governo. Il Likud ha votato contro ad eccezione del voto di Yuli Edelstein (subito espulso dal suo partito dalla commissione Esteri e Difesa), mentre Ben Gvir e Smotrich hanno votato a favore, così come l’opposizione, ad eccezione di Yair Golan, leader dei democratici, che con molta lucidità ha denunciato la gravità della cinica operazione. Trump ha subito proclamato il suo veto e Netanyahu gli si è immediatamente allineato. Un episodio sconcertante da leggere come una scaramuccia politica interna. Ma il fatto che si ricorra a simili tranelli dimostra come ormai siamo entrati in piena campagna elettorale.
E per quanto riguarda i palestinesi? Con questa tregua, e gli sviluppi annunciati, è possibile vedere realizzata la formula “due popoli due Stati”?

Da due anni sostengo che la formula “due Stati per due popoli” è uno slogan ucciso il 7 ottobre 2023. Attualmente non è possibile più pensare che si possa realizzare, piuttosto occorre riflettere su come gestire la situazione. È evidente che Gaza e Cisgiordania sono due realtà completamente diverse tra loro, sul piano istituzionale, politico, anche sociologico. Hamas vinse le elezioni nel 2006, ma l’anno dopo realizzò di fatto un colpo di Stato a Gaza che approfondì la cesura radicale fra le due realtà. Oggi Gaza e Cisgiordania sono come il Pakistan e il Bangladesh, ossia due realtà irriducibilmente diverse e contrapposte (con in mezzo l’India – e nella fattispecie Israele). Quanto al piano Trump, come ho detto, è molto fumoso circa il futuro. Si prevede un coinvolgimento di ANP, senza però precisare modalità e contenuti. Abu Mazen ha nominato il suo successore, perché ormai è molto anziano, e anche per prevenire l’eventuale rientro sulla scena di Barghouti ora in carcere, ma è impossibile pensare che l’autorità palestinese possa governare a Gaza. Trump ha l’obiettivo di trovare una soluzione politica ed economica per gestire Gaza, mentre è disinteressato al futuro della Cisgiordania, dimostrando così che anche per lui si tratta di due realtà completamente diverse.
Il popolo palestinese dunque è ancora condannato a non avere un proprio Stato?

Il popolo palestinese nasce come somma degli Arabi che si trovano all’interno del perimetro delimitato politicamente dalle potenze coloniali su un territorio dove uno Stato palestinese storicamente non è mai esistito. Tutta l’area a est del Mediterraneo è stata disegnata da inglesi e francesi a partire dal 1916, inventando di sana pianta interi stati: la Siria, il Libano, l’Iraq, come del resto anche la Libia è un’invenzione. L’unica entità sociale e storica regionale che può portare lo stendardo autentico dello Stato arabo è l’Arabia Saudita, ma anche lì dobbiamo ricordare che la famiglia Hascemita fu cacciata da quella Saudita e costretta a rifugiarsi in Transgiordania, un’altra entità statale posticcia e creata a tavolino. Del resto, basta vedere come l’impero ottomano divideva il territorio dove oggi sono presenti questi Stati: per quel che riguarda la Palestina la divisione era sulle linee orizzontali, dalle regioni più interne verso il mare, e non certo verticali, come siamo abituati a vedere sulle mappe geografiche, e oggi sostenute da chi è favorevole alla nascita di uno Stato palestinese – magari dal fiume al mare. La parte settentrionale faceva parte di un concetto di Grande Siria, la parte meridionale rientrava in un contesto desertico e nomadico. Per tornare alla realtà di oggi, la Giordania ha dichiarato che non è interessata a un’operazione volta a mantenere la pace a Gaza, e anche gli Emirati arabi e il Qatar sembrano defilarsi da questo scopo. Israele, a sua volta, ha dichiarato che non accetterà la presenza della Turchia, il suo avversario più pericoloso negli ultimi anni.
Insomma, a trent’anni della morte di Rabin, quanto manca a Israele a una figura e una leadership come quella del primo ministro assassinato?

Servirebbe un leader politico con una visione e un carisma adeguati per unificare, in primo luogo Israele, e in secondo luogo tutta l’opposizione. E per riuscirci non serve un pensiero politico particolarmente complesso, del resto Rabin era proprio così, aveva in mente poche idee e chiare, mentre il suo alleato, Peres, era certo una mente più sofisticata, anche se a volte contraddittorio e poi spesso perdente. Il fatto è che oggi una simile figura non esiste. Il leader dominante di questi anni è stato Netanyahu, con i risultati che oggi abbiamo davanti. Netanyahu ha costruito la sua posizione sulla divisione del Paese. L’opposizione non riesce a compattarsi, i 5 partiti che la compongono oggi, senza il sostegno dei partiti arabi, a settimane alterne secondo i sondaggi, ottengono e perdono la maggioranza in Parlamento. Di quello che un tempo era Cahol Lavan, sussistono i tronconi di Lapid e Eisenkot, mentre l’ex-capolista Ganz precipita nei sondaggi. A sinistra Golan è riuscito a ricuperare maggiore visibilità, perché oggettivamente ha svolto una funzione importante all’opposizione, e a destra Liberman guadagna seguito. La principale carta, ma anche incognita, è Naftali Bennett, il quale nei sondaggi gode di un grande consenso, dovuto anche al fatto che finora non si è quasi mai pronunciato su questioni concrete, ad eccezione dall’essere favorevole all’arruolamento degli ebrei ultraortodossi. Ma sul futuro di Gaza non ha ancora detto nulla. Quanto agli estremisti, finora hanno dimostrato maggiore scaltrezza politica dell’opposizione, ma solamente se Ben Gvir e Smotrich si uniranno potranno giocare ancora un ruolo decisivo in Parlamento. Infine i Haredim rimangono stabili nei sondaggi (nonostante il loro incremento demografico), e credo attendano i risultati del voto prima di decidere chi potrà meglio servire i loro interessi. L’ipotesi di un nulla di fatto e di nuove elezioni a catena non è del tutto implausibile.
(in primo piano: manifestazione per la pace a Tel Aviv, 1995)
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