La guerra a Gaza vista dal Vaticano: fermare le armi, ripristinare il diritto
Il cardinale Matteo Zuppi (pres. Cei) indica le linee lungo le quali si muove la diplomazia vaticana nella guerra a Gaza
Cardinale Zuppi, a due anni dalla strage di Hamas del 7 ottobre e della dura risposta militare di Israele, qual è il giudizio che la Chiesa di Leone XIV dà su questa guerra?

Per comprendere la posizione della Chiesa cattolica su questo conflitto occorre rifarsi alle dichiarazioni che in queste settimane e in questi mesi sia il Santo Padre che il Segretario di Stato vaticano, cardinale Parolin, e il patriarca dei latini di Gerusalemme, cardinale Pizzaballa, hanno più volte pronunciato. Sempre con molta chiarezza. Non sempre ascoltati! Il cardinale Parolin, ad esempio, l’11 settembre ha dichiarato di condividere “l’analisi espressa ieri sul punto dal presidente italiano, Sergio Mattarella, che ha parlato di un livello di tensione simile a quella che precedette la Prima Guerra mondiale”. Ma soprattutto Papa Leone XIV, nell’Angelus del 25 luglio e poi in tanti altri successivi, ha chiesto “nuovamente che si fermi subito la barbarie della guerra e che si raggiunga una risoluzione pacifica del conflitto”; e inoltre ha rivolto alla comunità internazionale “l’appello a osservare il diritto umanitario e a rispettare l’obbligo di tutela dei civili, nonché il divieto di punizione collettiva, di uso indiscriminato della forza e dello spostamento indiscriminato della popolazione”. Questa è la posizione della Chiesa, tanto più autorevole perché espressa dal Santo Padre. Il cardinale Pizzaballa nella recentissima lettera al Patriarcato ha anche aggiunto la preoccupazione per la Cisgordania: “Sono ormai quotidiani i problemi di ogni genere che le nostre comunità sono costrette ad affrontare, soprattutto nei piccoli villaggi, sempre più accerchiati e soffocati dagli attacchi dei coloni, senza sufficiente difesa delle autorità di sicurezza”. Certo, all’interno della Chiesa, si manifestano sensibilità diverse. Ad esempio un gruppo di preti si è recentemente riunito a Roma per pregare contro il genocidio in corso a Gaza. Per comprendere la posizione della Chiesa occorre rifarsi al pensiero della Santa Sede. Sono quelle che ho indicato le dichiarazioni a cui fare riferimento.
Per la Chiesa di Roma a Gaza in corso un genocidio?
La Santa Sede non ha mai utilizzato quel termine, non a caso. Sono consapevole del dibattito giuridico in corso, anche presso autorevoli istituzioni internazionali; così come alcune settimane fa, ad esempio, una commissione indipendente Onu si sia pronunciata in tal senso. Quello che è evidente, al di là della definizione tecnica, è una situazione inaccettabile, di distruzione diffusa e di incalcolabili morti, compreso ospedali, scuole, edifici fondamentali di pubblica utilità. non può essere più giustificata. Oggi le operazioni militari dell’esercito israeliano sono andate oltre ogni limite, come ha più volte dichiarato il cardinale Pizzaballa.

In Italia anche la scorsa settimana è stata caratterizzata da decine di manifestazioni contro la guerra a Gaza che hanno visto sfilare centinaia di migliaia di persone. All’interno di queste manifestazioni abbiamo anche assistito a scontri con le forze dell’ordine da parte di alcune frange, nonché a manifesti che inneggiavano la resistenza di Hamas e a slogan dal contenuto apertamente antisemita. Come giudica lei questo movimento di protesta?
Non possiamo attribuire alla stragrande maggioranza dei manifestanti le idee e i comportamenti di un’esigua minoranza. Naturalmente dobbiamo sempre condannare ogni forma di antisemitismo, come è scritto nel documento che ad agosto ho firmato, per la Cei, assieme a Noemi Di Segni, presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane, Yassine Lafram, presidente dell Ucoii [Unione delle comunità islamiche d’Italia, n.d.r.], Abu Bakr Moretta e Yahya Pallavicini per la Coreis [Comunità Religiosa Islamica Italiana, n.d.r.]. Naim Nasrollah per la Moschea di Roma. Nel documento, importante come metodo e come contenuto, è anche espressa la condanna per la l’islamofobia e per ogni forma di attacco ai cristiani nel mondo. Come ho detto, però, sarebbe sbagliato affermare che le manifestazioni in corso hanno un carattere antisemita, ma sulle scelte del governo. Il messaggio che dobbiamo raccogliere da queste manifestazioni, liberandolo da polarizzazioni e semplificazioni sempre pericolose per tutti, è protesta contro le operazioni militari a Gaza. Piuttosto, trarrei da queste manifestazioni un altro messaggio.
Quale?

Nel nostro paese esiste un’ampia porzione di opinioni pubblica che chiede la pace. Diverse sono invece, ripeto, espressioni di antisemitismo, che vanno fermamente condannate, come ha fatto Il Pontefice proprio nell’Angelus di ieri per la tragedia di Manchester [dove nel giorno di Kippur sono stati uccisi due ebrei in sinagoga, n.d.r.]. Non sottovalutiamo però anche manifestazioni minori ma non meno importanti, che rivelano odio o atteggiamento aggressivo nei confronti degli ebrei. La tensione generale può confondere o arrivare a una giustificazione che sarebbe comunque sbagliata. La condanna deve essere ferma e unitaria. Vorrei aggiungere anche un altro elemento.
Prego.
Deve essere chiaro che ogni forma di antisemitismo non è un problema che riguarda la comunità ebraica, ma è un problema dell’intera nostra società, perché si tratta di un attacco alla convivenza. L’antisemitismo riguarda tutti noi. Così come ogni forma di violazione dei diritti umani fondamentali.
In questo momento la comunità internazionale attende di comprendere se il piano presentato a Washington da Donald Trump permetterà davvero di fare un passo verso la cessazione delle armi. La Chiesa come giudica il piano Trump?
Proprio nella giornata di ieri Papa Leone si è espresso nel senso che si tratta di un passo importante, affermando che “In queste ultime ore, nella drammatica situazione del Medio Oriente, si stanno compiendo alcuni significativi passi in avanti nelle trattative di pace, che auspico possano al più presto raggiungere i risultati sperati. Chiedo a tutti i responsabili di impegnarsi su questa strada, di cessare il fuoco, e di liberare gli ostaggi”. Io credo sia un segnale che probabilmente richiederà ancora un intenso lavoro diplomatico da parte di tutti per essere affinato. Tuttavia, se, come sembra e speriamo, Hamas è disposta a restituire gli ostaggi vivi e, purtroppo, anche quelli deceduti, allora avremo compiuto un primo passo importante. Il piano Trump insomma è una base importante su cui finalmente si può avviare una soluzione basata sul dialogo e non sulle armi. Tutti sappiano collaborare per rafforzarlo e le parti accettino di farsi aiutare tutti.
Lei è stato artefice e protagonista di alcune importanti iniziative per il dialogo tra le tre fedi monoteistiche, che hanno coinvolto tra l’altro la comunità ebraica di Bologna, l’Ucei e l’Ucoii. Da dove ricominciare a tentare la via del dialogo quando la violenza e la guerra sembrano prevalere?

Innanzitutto dobbiamo fermare la violenza e ripristinare il diritto. Questo vale a Gaza e vale anche in Cisgiordania. Riprenderei poi il documento che insieme al presidente della comunità ebraica di Bologna, Daniele De Paz, firmammo la scorsa primavera. Lì, a mio parere, risulta in modo ancora più chiaro quali sono le basi per il ripristino di un dialogo. “Ogni bambino che muore è una promessa di futuro che viene spenta, un lutto per tutta l’umanità. Facciamo appello a tutte le persone di buona volontà, ai responsabili politici e religiosi, affinché si impegnino al massimo per porre fine immediatamente alle ostilità. È urgente che il fuoco cessi, che le armi tacciano e che il dialogo prenda il posto della violenza”. E’ la prima condizione. Per questo, il prossimo 7 ottobre, a mio parere sarebbe importante ricordare tutto il dolore che da quel giorno è scaturito e tutte le vittime che ne sono state colpite. Il dolore e la violenza cui abbiamo assistito il 7 ottobre dovrebbero essere non un motivo di divisione e di ulteriore violenza, ma di una generale condanna per la morte e per il dolore che ne è derivato. Come mi disse una grande donna, mamma di uno degli ostaggi purtroppo ucciso: “Non c’è classifica nel dolore”. Dal 7 ottobre e dobbiamo trarre un maggiore impegno perché le armi tacciano.
Molti osservatori hanno registrato il fatto che sotto il pontificato di Papa Francesco i rapporti con il mondo ebraico si siano raffreddati, al punto da attenuare anche l’importanza del dialogo ebraico cristiano che si tiene ogni anno. Con Papa Leone XIV si può sperare in una ripresa del dialogo?
Sono assolutamente convinto che il dialogo non si fermerà e anzi potrà riprendere. E’ l’unica via. Nonostante le difficoltà che abbiamo vissuto in questi mesi, d’altra parte, il dialogo ebraico-cristiano non si è mai davvero interrotto; anzi, per certi versi direi che si è rafforzato. Perché credo che misurarsi con le differenze reciproche dia la possibilità di evidenziare ancora di più tutto ciò che invece ci unisce. Certo, non mi nascondo che occorre aumentare gli sforzi affinché il dialogo possa riavviarsi e sono sicuro che Papa Leone perseguirà questa strada, a cominciare dall’anniversario così opportuno della Nostra Aetate. Se anche la guerra dovesse finire ora, questo non significa l’inizio della pace, perché , come ha scritto Pizzaballa “ci attende un lungo percorso per ricostruire la fiducia tra noi, per dare concretezza alla speranza, per disintossicarci dall’odio di questi anni. Ma ci impegneremo in questo senso, insieme ai tanti uomini e donne che qui ancora credono che sia possibile immaginare un futuro diverso”. Ecco il ruolo dei credenti.

Visto con gli occhi di chi non crede, questo conflitto potrebbe essere la prova che le religioni sono fonte di disordine e violenza nel mondo. Cosa si può rispondere a questa posizione? Oggi dalle religioni monoteistiche si possono trarre insegnamenti per la via della pace?
Le religioni sono un ostacolo alla pace quando c’è una lettura dei testi sacri integralista, che anche il mondo cristiano conobbe in passato, davvero pericolosa e che minaccia la laicità indispensabile dello Stato. Ma le religioni sono fonte di rispetto reciproco e di pace. Il documento firmato con l’Ucei e l’ Ucoii va in questa direzione. Ci auguriamo di avviare presto un confronto con i rabbini italiani.
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