Il vecchio ordine è infranto, il mondo cerca nuove regole

Gabriele Segre (pres. Segre Foundation) inserisce il 7 ottobre in una nuova pagina delle relazioni politiche internazionali, che riguardano non solo il Medio Oriente

Gabriele, come dobbiamo interpretare un evento così radicale e unico come l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, a due anni di distanza?

Gabriele Segre, direttore della “Segre Foundation”, è nipote di Vittorio Dan Segre

Il nostro mondo, intendo quello occidentale, è in una fase di stravolgimento velocissimo, che procede a tappe forzate. In questo cambiamento avvengono episodi che lo testimoniano: il 7 ottobre, nella sua drammaticità, è uno di questi momenti. Noi non saremo più quelli che eravamo prima di quel giorno, e non solo per il trauma, il lutto, la guerra ancora in corso. Non saremo più quelli di prima perché i fatti del 7 ottobre hanno svelato in modo evidente lo sgretolamento “di un ordine di senso” che abbiamo dato al mondo noi occidentali e, al tempo stesso, l’urgenza di cambiare la nostra percezione del mondo e il nostro spazio al suo interno. Questo, naturalmente, vale anche per noi ebrei, sia nella diaspora che in Israele.

Come giudichi il piano presentato a Washington da Donald Trump?

È impossibile dire oggi se quel piano potrà funzionare, tanto che, dal momento in cui stiamo parlando a quello in cui uscirà l’intervista, saranno possibili ulteriori cambiamenti. L’incapacità di comprendere ora se quel piano potrà avere un passo avanti è anch’essa la metafora di quel senso di confusione e di indeterminatezza del nostro futuro che dicevo prima. Oggi Gaza è comprensibilmente la questione sentita con più urgenza da buona parte dell’opinione pubblica occidentale, ma non è l’unica che richiede un nuovo modo di vedere le cose. Detto questo, io credo che quel piano abbia almeno un elemento meritorio.

Quale?

È stato costruito con un approccio pragmatico, perché oggi è impossibile parlare di pace e al tempo stesso chiedere cessate il fuoco non è più abbastanza. Il piano dunque ha trovato una formula intermedia, che se approvata metterebbe un argine urgente al conflitto aperto e sanguinoso cui stiamo assistendo, anche se non potrebbe garantire gli ulteriori sviluppi che pure prevede. Possiamo perciò dire che il piano Trump è insufficiente, ma forse è un passaggio necessario verso un nuovo assetto di quella parte di mondo.

Trump illustra il suo piano per Gaza alla presenza di Netanyahu

È possibile applicare quel piano senza aver ascoltato i palestinesi e in particolare la ANP?

Cominciamo col dire che l’autorità nazionale palestinese si è espressa sul piano Trump, apprezzando lo sforzo che esso ha prodotto. Mi sembra cioè che anche da parte palestinese è avvertita l’urgenza e la consapevolezza che occorra avviare comunque un percorso, che in un prossimo futuro possa anche portare alla pace. L’ANP rimane oggi l’unico interlocutore riconosciuto come rappresentante sul piano internazionale di una soggettività politica palestinese, nonostante sconti un forte deficit di autorità e autorevolezza. Del resto, mi rendo conto che anche Israele, seppure in forme diverse, sconta tale debolezza.

Cosa intendi?

L’attuale governo è stato legittimato sul piano democratico dalle elezioni vinte ormai tre anni fa, prima del 7 ottobre. Ora che il mondo è cambiato, anche la società israeliana ha la necessità di esprimere una rinnovata rappresentanza politica.

Secondo te è fondata la critica per cui questo piano, calato dall’alto, avrebbe un’impronta “neocoloniale”?

Tony Blair è stato inviato europeo per il conflitto mediorientale

Non c’è dubbio che l’essere stato presentato dagli Stati Uniti, e avendo alcune caratteristiche critiche, come ad esempio il coinvolgimento di Tony Blair, lo rende un piano con i caratteri da “vecchio impero”. Tuttavia, non dobbiamo neppure dimenticare che esso ha trovato il supporto di larga parte della comunità internazionale. Quando dunque esaminiamo la situazione attuale, dobbiamo riconoscere che la categoria del neocolonialismo, pur utile a leggere alcune dinamiche dei rapporti internazionali contemporanei, evidenzia è un problema reale ma non è da sola sufficiente a descrivere il nostro tempo, in cui gli elementi e fattori diversi sono costantemente mescolati.

Come giudichi il ruolo dell’Europa in questa situazione?

L’Europa attualmente è semplicemente assente da ogni processo diplomatico e internazionale per tentare di risolvere la crisi in Medio Oriente. I singoli paesi si sono espressi favorevolmente sul piano Trump, e più volte hanno espresso la loro condanna nei confronti di Israele; tuttavia, non sono mai stati in grado di presentare un piano concreto e innovativo. Di fatto, l’unica iniziativa da parte di alcuni paesi è stata simbolica: promuovere il riconoscimento dello Stato di Palestina. Si tratta di un gesto sicuramente condivisibile nel merito, ma che al tempo stesso tradisce un’impotenza nel metodo. Se l’Europa davvero volesse ambire ad avere un ruolo internazionale, e io credo che abbia il dovere di farlo, occorre che metta in campo un approccio diplomatico creativo e innovativo e al tempo stesso un realismo politico in grado di confrontarsi con l’attuale situazione. Altri attori oggi stanno esercitando questo sforzo: pensa al Qatar, o alla Turchia. L’Europa invece al momento non è in grado di compiere alcun passo su questo conflitto.  I nostri desideri di europei non sono seguiti da alcuna azione.

il parlamento europeo

Temi oggi l’antisemitismo in Italia?

Mi auguro che non si trasformi in un’emergenza, anche se oggi è difficile prevedere i possibili sviluppi. Ci sono certamente indicatori che richiedono estrema cautela e responsabilità. Detto questo, continuo a pensare che le piazze che vediamo colme di persone che manifestano contro la guerra a Gaza non siano mosse da un sentimento antisemita.

 

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