Il nostro eroismo quotidiano
Fiona Diwan è stata a lungo direttrice dei prodotti editoriali della comunità ebraica di Milano. A lei abbiamo chiesto un parere sui tempi che viviamo
Fiona, da poche settimane hai lasciato l’incarico di direzione di BetMagazine e “Mosaico”, il magazine cartaceo e il sito web di informazione della Comunità ebraica di Milano. Per quanto tempo l’hai diretto?

Sono stata nominata alla fine del 2008, un tempo lungo in effetti: quasi diciott’anni.
Come si fa a “resistere” così tanto?
L’inizio è stato difficile, perché si ricevono critiche di tutti i tipi e da tutte le parti; poi, col tempo, si impara anche a difendere il proprio ruolo e la propria indipendenza. Quando si arriva a quel punto, allora si ottiene maggiore rispetto e si lavora in libertà.
Qual è l’insegnamento maggiore avuto dalla tua esperienza di direttrice di “BetMagazine/Mosaico”?
Ho capito davvero qual è il significato della parola Kheillà, collettività, un termine ricco di significati. Ti faccio un esempio: anni fa, come ricorderai, uno scandalo finanziario rischiò di travolgere la Comunità di Milano, con grande imbarazzo degli iscritti e dei vertici comunitari, che si erano succeduti senza accorgersi di quel che stava avvenendo. Avrei potuto decidere di cavalcare l’onda giustizialista, o semplicemente la pruderie che, nella stampa locale non ebraica, in quel tempo si sviluppò molto. Decisi invece che non avrei seguito la strada più facile e che non avrei infangato la mia comunità. Anche perché, dietro le quinte, sono stata testimone dei tanti gesti di responsabilità, anche economica, di chi ebbe ruoli comunitari in quegli anni, compiuti per il bene della nostra Comunità.
Se dovessi indicare la linea che hai dato al giornale in questi anni, cosa diresti?

Quando ho cominciato a dirigere BetMagazine/Mosaico ho voluto aprire sia il giornale cartaceo sia il sito web della Comunità di Milano alla società italiana. Per questo, ho proceduto in due direzioni. Innanzitutto, ho cominciato, con l’aiuto di un amico e collega che sta a Roma, Giorgio Secchi, a intervistare uomini politici nazionali. Era la lunga stagione del governo Berlusconi. Poi abbiamo anche intervistato i direttori dei principali quotidiani nazionali, a cominciare da Ezio Mauro e Ferruccio de Bortoli. In questo modo, ogni mese su BetMagazine/Mosaico c’era l’intervista a un direttore, a un politico, oppure a un Ministro della Repubblica. Questo ci ha permesso di posizionare il giornale su un livello di visibilità alto, che ha fatto crescere la nostra reputazione e autorevolezza, e ci ha permesso di aprire una finestra sulla società italiana a favore dei nostri lettori e di stimolare una riflessione, dal punto di vista ebraico, intorno alle posizioni di personaggi pubblici e istituzionali.
E la seconda linea di attività?

Mi interessava molto anche riuscire a rappresentare quella che io chiamo la judeitè, che non è semplicemente l’ebraicità o giudeità o ebreitudine, quanto piuttosto la coscienza della propria identità, non solo religiosa. Intendo con questa parola un modo di stare al mondo con una sensibilità culturale, spirituale, intellettuale, tipicamente ebraica. Per far questo, per cementare l’identità ebraica della nostra Comunità, abbiamo intervistato e raccontato alcune delle più grandi figure ebraiche del XX secolo: si pensi a Edgar Morin, scomparso da poco all’età di 104 anni, o a Zygmunt Bauman. Sono pensatori che provengono dal mondo ebraico e che hanno prodotto un pensiero universalistico, seppure radicato profondamente nella propria identità, magari non dichiarata all’esterno, ma molto riconoscibile per il mondo ebraico. Inoltre, ho affidato a rav Alberto Somekh, a rav Roberto Della Rocca e a Vittorio Robiati Bendaud il compito di approfondire il profilo di importanti rabbini del passato e del XX secolo. Abbiamo realizzato così circa 25 puntate che ci hanno permesso di far emergere la gloriosa tradizione del pensiero rabbinico italiano. In tal modo spero di essere riuscita a trasmettere una forma di nobiltà, la nobiltà della condizione ebraica, non certo una superiorità, ma il carattere specifico della diversità ebraica nella società contemporanea. In sintesi, direi che, anche per via della mia formazione letterario-filosofica, ho cercato sempre di fare un giornale che ponesse l’asticella molto in alto.
Com’è cambiata la società italiana dal momento in cui hai cominciato a dirigere Mosaico fino a quando hai lasciato il giornale?
La società italiana è cambiata perché è cambiata soprattutto una cosa, per noi ebrei: si è chiuso l’ombrello sotto cui abbiamo vissuto per due generazioni, l’ombrello della Shoah.
Cosa intendi?

Per circa cinquant’anni, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, l’ebraismo italiano e direi occidentale, ha goduto di una condizione che non si era mai verificata prima nella sua storia. Usciti dalla guerra e sopravvissuti alla Shoah siamo nati e cresciuti in una società in cui la gentilezza, la simpatia (anche il senso di colpa!), e una forma di ossequio verso il mondo ebraico ci hanno accompagnato come non era mai accaduto prima. Questo ha consentito all’ebraismo italiano di raggiungere vette mai viste nella società italiana e occidentale, ad esempio nel campo artistico e letterario, ma non solo. Tuttavia, dopo il 7 ottobre, la maschera, per così dire, è caduta. Abbiamo cioè scoperto che non tutta quella simpatia era sincera (e che forse il mondo si era stancato di provare un senso di colpa nei nostri confronti).
Che giudizio dai della situazione attuale?
Viviamo un momento storico in cui tutti sono animati da una sorta di furore morale nei confronti di noi ebrei, bada bene: noi ebrei, non soltanto gli israeliani. In qualche modo siamo tornati a quella famosa frase pronunciata da Rosellina Balbi (scrittrice e giornalista, per il quotidiano La Repubblica responsabile della sezione culturale, dal 1976 al 1990, n.d.r.) nel 1982: “David discolpati”. Anche le persone che ci sono più vicine, sinceramente amiche, spesso scivolano nella tentazione di esprimere un giudizio morale su noi ebrei chiedendoci di discolparci sempre di qualche cosa.
Come si reagisce ad un clima di generale ostilità?
Dobbiamo stare attenti a non finire inchiodati su una sorta di letto di Procuste. Da un lato dobbiamo resistere a chi ci chiede il conto per qualcosa che non abbiamo fatto, che chiede appunto di discolparci; dall’altro dobbiamo evitare di arruolarci nelle fila dei piagnoni, quelli che si lamentano sempre che il mondo intero ce l’ha con loro. Rifiuto sia il vittimismo sia l’autodenuncia. Al contrario, credo che dovremmo lavorare per una nuova assertività ebraica, un nuovo modo di essere al mondo in quanto ebrei. Anche perché a me, madre di due figlie trentenni, che ha rapporti quotidiani con la generazione Z, sembra che il futuro porti seri rischi.
Di che tipo?

Che risposta si dà a questo mondo che cambia ?
Mi sembra che l’ebraismo italiano continui a giocare in difesa. Ad esempio, non basta più contestare i numeri sui morti a Gaza, numeri che provengono da Hamas. A mio avviso si tratta di provare a sparigliare il campo e proporre una narrazione diversa. Non è facile in momenti come questi, in cui un pregiudizio contro gli ebrei sembra diffondersi come una malattia, un’epidemia. Tuttavia, occorre reagire per evitare che la situazione peggiori. Ad esempio, raccontare cos’è l’essere ebrei e soprattutto far comprendere come l’ebraismo sia una componente fondamentale della cultura occidentale. Inoltre, non dovremmo mai smettere di dialogare con chi non è pregiudizialmente ostile nei nostri confronti, sia nel mondo cattolico sia in quello islamico. Non esiste, infatti, soltanto l’islam radicale.
I media italiani come hanno raccontato e raccontano questo conflitto?

Da giornalista, difendi strenuamente la libera manifestazione del pensiero. Nel caso di Israele, si pone la necessità di distinguere fra la libera critica e il limite da non oltrepassare onde non sfociare in antisemitismo. Come è possibile stare al di qua del limite?
In realtà è facile. Io ritengo che ogni critica ai governi di Israele sia legittima, ma per capire se chi la esprime è in buona fede, è necessario che ci dica anche cosa pensa ad esempio di quel che avviene in Turchia, dove centinaia di oppositori politici vengono incarcerati, o in Arabia Saudita, dove non esistono le libertà civili e politiche che invece sono possibili in Israele, e naturalmente in Iran, dove la repressione e l’impiccagione sono quotidiane. In altre parole, non è ammissibile la critica a senso unico. Non è ammissibile il doppio standard. Al giornalista che redige l’articolo basterebbe una sola semplice riga per dimostrare di essere equanimi, basterebbe una parentesi (che certo non rovina il ritmo della scrittura) per far capire che non è fazioso.
Dal tuo giudizio mi sembra che tu attribuisca soprattutto alla sinistra il pregiudizio oggi prevalente nella società italiana contro Israele.

Al contrario, mi considero da sempre una liberal democratica, che in passato ha votato anche a sinistra. Se dunque mi chiedi un giudizio sul governo, e sulla destra, ti rispondo che mi accorgo dell’atteggiamento non limpido che c’è in quella parte dello schieramento politico. E credo che se il prossimo anno Vannacci sarà l’ago della bilancia alle elezioni politiche, questa ambiguità non farà che aumentare. Insomma, non mi lascio convincere dalle tante dichiarazioni formali di vicinanza a Israele. Tuttavia, poiché sono molto pragmatica, ti dico anche che preferisco un governo che mantiene i presidi di sicurezza davanti alle scuole ebraiche e alle sinagoghe a quello che magari le vorrebbe diminuire.
Un’ultima domanda. Per diciotto anni ogni giorno ti sei affacciata sulla società italiana cercando di interpretarla. Se ti chiedessi oggi di guardare l’orizzonte, cosa vedresti?
In questo periodo sto leggendo per la seconda volta quel grande libro che è LTI, la lingua del Terzo Reich, di Viktor Klemperer. Uno dei primi capitoli è dedicato all’eroismo quotidiano di chi resistette al nazismo. Oggi la parola eroismo è fuori moda. Eppure, credo che oggi noi siamo chiamati a una forma di eroismo quotidiano. Si tratta di non essere arrendevoli, di rivendicare il nostro diritto di stare al mondo in quanto ebrei. Far capire il nostro punto di vista e combattere ogni pregiudizio. Il futuro che ci aspetta ci chiama all’esercizio di questa piccola forma di eroismo quotidiano.
