Il museo di Venezia? Dinamico, per raccontare una storia millenaria e creare cultura

Marcella Ansaldi è la direttrice del museo ebraico di Venezia. A Riflessi racconta sfide e opportuità per valorizzare la storia di una comunità secolare

Dottoressa Ansaldi, da quanto tempo dirige il museo ebraico di Venezia (MEV)?

Marcella Ansaldi, direttrice del MEV

Sono attiva a tempo pieno dal 2014, di fatto sono il primo direttore del museo ebraico nel vero senso della parola. Prima di me il museo era gestito dal membro del consiglio di comunità con il ruolo di assessore al museo. La gestione delle attività museali (fruizione turistica e attività didattica) erano invece affidate al gestore di servizi al pubblico.

Ci può raccontare, in breve, la vita di questo museo, che ha da poco festeggiato i 60 anni dalla sua inaugurazione?

Il museo nasce nel dopoguerra come testimonianza del valore di esistere come ebrei, come realtà culturale e come narrazione del glorioso passato della Comunità. Il museo nasce per scelta della comunità in due stanze tra le tre antiche sinagoghe in campo di Ghetto Novo.

Venezia è una delle comunità più antiche d’Italia: quali sono gli oggetti più antichi, e/o pregiati, della collezione?

la sede del MEV

Per noi ogni oggetto della collezione è importante per la sua provenienza. Gli oggetti non provengono dal mercato antiquario, ma sono appartenuti, da sempre, alle varie Nationi che componevano quella che oggi è la Comunità ebraica di Venezia. Abbiamo meravigliosi tessuti cinquecenteschi, abilmente ricamati dalle donne del ghetto, abbiamo una collezione di argenti veneziani databili tra il sei e il settecento, cuoi rinascimentali e una biblioteca ricchissima. Le tre sinagoghe cinquecentesche intatte e ogni luogo nel ghetto che ha storie passate ancora visibili e narrabili.

Il Covid ha inciso pesantemente sui musei, in generale, azzerando le presenze. Come sono trascorsi questi due anni per il MEV? Attualmente, i turisti sono tornati?

un interno del MEV

Il Covid ha segnato tutte le realtà produttive e culturali, azzerando presenze e incassi, e anche il Museo e di conseguenza la Comunità ha sofferto pesantemente, noi abbiamo però in pieno Covid avviato il cantiere di restauro di tutta l’area museale. Il Museo doveva rimanere chiuso e ci sembrava un gesto importante e positivo, ricco di fiducia nel futuro. Siamo soddisfatti di questo azzardo, oggi il complesso museo è in fase avanzata di restauro, abbiamo raccolto circa dieci milioni di Euro da privati e abbiamo ricevuto un interessante riconoscimento da parte del Ministero della Cultura che finanzia l’area della Sinagoga Tedesca.

Può descrivere, grosso modo, la tipologia dei vostri visitatori? Più ebrei italiani o stranieri? E da dove? La percentuale dei non ebrei, inoltre, è significativa?

Le sinagoghe di Venezia sono parte del tour offerto dal MEV (nella foto: i matronei veneziani)

Possiamo dire che ora che il turismo è ripreso siamo al 50 e 50, la maggior parte è cattolica, ma significativa è diventata la percentuale di ebrei ortodossi provenienti da Israele o dagli USA.

La mostra permanente è chiusa per restauri: quando è prevista la riapertura?

Tra due anni, ma il museo è attivo e i visitatori possono visitare le due sinagoghe sefardite e altri luoghi speciali e poco noti del ghetto.

Dal suo punto di vista, quali sono i maggiori problemi o difficoltà che il MEV, e in generale i musei ebraici, devono affrontare oggi?

Capire la realtà contemporanea e trovare un efficace linguaggio per combattere il nuovo antisemitismo.

Il ghetto di Venezia
l’area dell’antico ghetto di Venezia

Il museo partecipa anche a varie iniziative culturali, come “L’albero della cultura 2022”. Di che si tratta?

Il museo crede all’importanza di diventare centro cultura, di studio, di discussione e di confronto. L’albero della cultura è una attiività iniziata, ormai è alla sua conclusione, di presentazione di libri

Qual è il legame tra il MEV e la sua comunità? Gli ebrei veneziani partecipano alle varie iniziative?

Il legame è stretto, imprescindibile, forte e appassionato, proprio perché come detto il museo nasce nel cuore della Comunità. Le buone iniziative culturali sono seguite anche dagli ebrei veneziani.

Il MEV è naturalmente parte integrante della città. Di Venezia si parla sempre, oltre che per la sua bellezza, anche per la sua fragilità. Qual è il legame tra il museo ebraico e la città? I problemi e le opportunità della città coinvolgono anche il MEV?

Il Ghetto è diventato un luogo della città vissuto dai veneziani, i bambini giocano in campo di ghetto proprio perché non invaso dai turisti. Altre aree sono state ormai quasi abbandonati dai residenti perché troppo caotiche e rumorose. Per i turisti è un luogo per conoscere una Venezia diversa. Vicino alla Ferrovia e a Piazzale Roma, i due punti di accesso in città è meta anche per il turismo locale.

Progetti per il prossimo futuro?

Tantissimi, quanti le preoccupazioni per un incarico così gravoso ma straordinariamente interessante. Raccontare una storia che riguarda ogni ebreo in Europa e forse nel mondo, mostrare ciò che i grandi rabbanim che sono passati a Venezia hanno lasciato negli ultimi cinquecento anni, incrociare storie di famiglie la cui presenza veneziana è racchiusa nei nostri archivi, aprire un dialogo attivo con chi verrà nel nuovo museo, parlare con giovani e bambini a cui vogliamo dedicare un’esperienza adatta alle nuove generazioni e molto altro. Un museo non museo dove nulla è statico e tutto in divenire.

Leggi anche: intervista al presidente della Comunità di Venezia

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