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Il mio sistema periodico è fatto di laicità, memoria, cultura

Emilio Jona, avvocato e scrittore, si racconta a Riflessi: dalla guerra all’impegno poltico, da Israele alla sua scrittura

Avvocato Jona, vorrei cominciare questo incontro chiedendole di parlarci della sua famiglia.

l’ultimo libro di Emilio Jona

Vengo da una famiglia borghese, da sempre vissuta in una provincia come Biella, capitale italiana dell’industria tessile. Appartengo a una famiglia ebraica benestante, con un padre avvocato. Fino al 1938 eravamo pienamente integrati nella società locale, sebbene già allora con una decisa tradizione antifascista, visto che mio padre era uno dei 4 avvocati della città non iscritti al fascio. Lui era un umanista, un ebreo laico; in casa si leggevano la Bibbia e i classici, nessuno di noi conosceva l’ebraico, tranne la mia nonna paterna che lo compitava ogni sera sul suo libro di preghiera. Io cominciai ad apprenderlo nel 1938, quando frequentai l’ottima scuola allestita dalla comunità ebraica a Torino a seguito delle leggi razziali.

Che Italia ebraica era quella?

la sinagoga di Biella

Posso parlarle di Biella. La nostra era una piccola comunità di un centinaio di persone e la sinagoga era incorporata tra le varie case degli Jona nel vecchio borgo del Piazzo. La sinagoga era aperta non ogni sabato, ma solo nelle grandi festività. Si viveva quindi un ebraismo frammentario e relativamente marginale. Noi Jona poi appartenevamo ad una diaspora un po’ particolare, del tutto stanziale: la casa in cui abitavamo, e che ancor oggi appartiene alla mia famiglia, è la stessa in cui vivevamo all’inizio del 600, eravamo i più vecchi cittadini del borgo, integrati nella società del luogo, nonostante il tradizionale antigiudaismo cattolico e l’incipiente antisemitismo novecentesco.

Cosa ricorda del periodo tra il 1938 e il 1945?

l’Hotel Meina, sede della strage di ebrei sul lago Maggiore

Si trattò di 7 anni di persecuzioni che via via crebbero d’intensità sino a cambiare profondamente la nostra vita. Fino al 1938 l’Italia non era stato un paese antisemita, lo divenne ad un tratto nell’indifferenza più generale. Gli ebrei erano una minoranza molto esigua, una cinquantina di migliaia di persone; liberati dai ghetti nel 1848 la loro storia si era intrecciata con quella del Risorgimento, alle cui sorti si sentivano profondamente legati e a cui attivamente parteciparono. Poco meno di diecimila ebrei si iscrissero al partito fascista, gli altri erano agnostici o antifascisti, perseguitarli avrebbe dovuto apparire insensato, invece ciò avvenne nell’indifferenza generale.

La sua famiglia fu colpita dalle leggi del 1938?

Le leggi per la difesa della razza furono estremamente invasive. Agli ebrei fu impedito quasi ogni lavoro. Non potevano essere dipendenti dello stato, quindi furono espulsi dalle scuole, dall’esercito, dalle amministrazioni pubbliche, furono esclusi da ogni professione liberale, dalla titolarità di aziende e dalla proprietà di beni immobili di valore. Ma accanto alle leggi dello stato furono emanate dai poteri locali, prefetti, commissari prefettizi, sindaci, una infinità di divieti legati alle più minute attività commerciali, profondamene e crudelmente vessatori, talvolta anche demenziali oltre che ridicoli. Gli ebrei non potevano infatti ottenere una infinità di licenze, ad esempio per vendere stracci, abiti usati, apparecchi radio, oggetti sacri, non potevano affittare camere, esercitare il commercio ambulante, aprire scuole guida; cito qualcuno dei divieti più assurdi: fare annunci funebri, accedere a biblioteche pubbliche, pilotare aerei, allevare colombi viaggiatori, ottenere la licenza di pescatore dilettante.

E con il 1943?

studenti ebrei a Torino prima del 1938 (Foto: CDEC)

Ricordo con esattezza quel 20 settembre, quando venimmo a conoscenza che sul lago Maggiore le SS avevano depredato e ucciso una cinquantina di ebrei greci e italiani, gettando i loro cadaveri nel lago. Fu allora che scappammo e cominciarono per noi venti mesi movimentati da fughe e da rischi mortali. I fascisti della Repubblica sociale italiana infatti emanarono nuove norme, ancora più invasive di quelle del passato, che facevano degli ebrei dei nemici, i cui beni dovevano essere confiscati, mentre essi dovevano essere rinchiusi in campi di concentramento, dico in campi di concentramento e non già consegnati, come avvenne, ai tedeschi per essere deportati in campi di sterminio.  Dovrebbe infatti essere sempre ricordato ai neofascisti e ai post fascisti di ieri e di oggi, che essi, violando le loro stesse leggi, crearono invece, a Fossoli e a Bolzano, dei campi in cui raccolsero i circa 9000 ebrei che riuscirono a catturare, per consegnarli poi ai tedeschi che li deportarono e uccisero per la quasi totalità. Noi 11, tra Jona padre, madre, 4 figli, due fratelli di mio padre e 3 nonni, dovemmo la nostra salvezza a 4 donne e a un professore di lettere, che ci nascosero, protessero, rischiando la vita per salvarci. Solo recentemente ottenemmo, debbo dire con colpevole ritardo, che fossero riconosciuti come Giusti tra le Nazioni.

Chi furono questi giusti?

il giardino dei Giusti tra le nazioni al Yad va Shem

La balia di mio fratello, Lina Casagrande che scappò con noi, quasi fosse anche lei un’ebrea e poi si rifugiò con il piccolo in una cascina del biellese sino alla liberazione; un professore antifascista, amico di mio padre e sua moglie, Angelo e Luigia Cova, che accolsero l’altro mio fratello, Giulio di 12 anni, presentandolo come un figlio loro; Maria Mosca Crivella, una signorina di mezza età dell’alta valle del Cervo  che accolse e nascose me, mio padre e i miei zii per 18 mesi e infine Delfina Levis, il  personaggio chiave di questa storia, una splendida matrona quarantacinquenne, impiegata di mio padre che le aveva affidato ogni nostro bene. Essa si occupò, con una dedizione totale e un tranquillo coraggio di tutti noi: di mia madre morente in ospedale sotto falso nome, di mia sorella, che tenne con sé nella sua casa di Pollone, dei tre nonni ultra settantenni.  Essa percorse per venti mesi in tram, in bicicletta, a piedi tutto il biellese, passando da un nostro rifugio all’altro, tenendo i contatti tra di noi, portandoci corrispondenza, notizie, denaro e quanto necessario per la nostra sopravvivenza.

Mi interessa chiederle anche il suo impegno “politico”, nel senso che si è sempre interessato alla società definendosi un ebreo di sinistra. Le posso chiedere un giudizio sull’antisemitismo di sinistra?

Guido Fubini (1924-2010)

In questo nostro dialogo, necessariamente sommario, potrei dire che ve ne sono tracce già in Karl Marx che in Sulla questione ebraica, dà dell’ebreo un’immagine caricaturale, identificando l’ebraismo con la peggiore borghesia. Guido Fubini di questo tipo di antisemitismo fa un’analisi esaustiva in un suo bel libro su L’antisemitismo dei poveri, come di un antisemitismo della disperazione, quasi fosse la risposta a una frustrazione collettiva per una emancipazione mai realizzata di una massa oppressa che cerca un capro espiatorio in un nemico più debole su cui rivalersi. Si può ricordare poi che a fine Ottocento, ai tempi dell’affare Dreyfuss, anche una parte del socialismo francese era antidreyfusardo, e aveva quindi preconcetti antisemiti, mentre   dopo la II guerra mondiale i laburisti inglesi avversarono l’emigrazione ebraica verso la Palestina e la creazione dello stato d’Israele. Poi c’è un antisemitismo di sinistra più recente che si annida e talvolta si confonde nell’antisionismo filopalestinese senza alcun riguardo ai torti e alle ragioni reali delle due parti in conflitto.

Lei si considera sionista?

giovani sionisti agli inizi degli anni Cinquanta

Non sono mai stato sionista. A vent’anni pensavo che l’antisemitismo sarebbe stato sconfitto non da una soluzione statuale ma da una rivoluzione proletaria, mondiale; non ci misi molto ad accorgermi dell’errore. Per altro l’ebreo italiano era stato moderatamente sionista, non aveva sentito sulla sua pelle il crescente antisemitismo diffuso negli altri paesi europei. Gli ebrei italiani erano pochi e il loro peso economico e sociale non era tale da provocare risentimenti e invidia nella società dei gentili. Il sionismo poi non era parificabile agli altri nazionalismi europei, aveva altre radici, l’antigiudaismo e l’antisemitismo, e aveva una nascita storica precisa, il fine ottocento con i pogrom russi e l’affare Dreyfus; esso vagheggiava uno stato laico e democratico di tipo europeo in cui si parlava non l’ebraico ma il tedesco, ed era avversato dall’ebraismo rabbinico tradizionale. Poi c’è stata la Shoah e le cose sono andate diversamente.

E oggi?

Proclamazione Stato Israele
Ben Gurion proclama la costituzione dello Stato di Israele (17 maggio 1948)

Quello che poteva apparire un tempo come un rischio  intrinseco nel fondare, per  una condizione di necessità e per assicurare la sopravvivenza  di un popolo oppresso, uno stato a maggioranza ebraico è diventato una realtà, che è quella  per cui  con la legge della nazione del 2018 lo stato d’Israele  è diventato uno stato etnico ebraico, perdendo l’identità originaria, sancita dalla legge del 1948 di stato ebraico e democratico, in cui vigeva una “completa eguaglianza di diritti sociali e politici di tutti i suoi abitanti senza distinzione di religione, razza, sesso”. Così Israele, con la vittoria dell’estrema destra alle ultime elezioni si sta avviando, con la complicità interessata di un uomo politico abile e corrotto e sotto la spinta di partiti religiosi ultraortodossi, intolleranti e con pulsioni tribali, verso uno stato razzista e antidemocratico. Fortunatamente tutto non è ancora perduto, ogni settimana infatti centinaia di migliaia di israeliani manifestano ostinatamente la loro opposizione a questa deriva razzista e a questa pretesa e irrealistica sovranità esclusiva del popolo ebraico sull’intera vecchia Palestina.

Cosa pensa della letteratura israeliana?

da destra: Amos Oz, A. B. Yehoshua, David Grossman

Ciò che racconta la letteratura israeliana è fortunatamente un’altra Israele e ne rispecchia la storia, in tutta la sua ricchezza e complessità con le sue ombre e le sue luci, il nascere e il consolidarsi di una nuova lingua insieme a un nuovo stato, l’estensione delle sue tante anime e sovrapposizioni culturali, la sua ricchezza osmotica. È una letteratura che in poco più di settant’anni ha varcato i confini nazionali si è diffusa per il mondo intrecciando arte e storia, mettendo in luce le discrasie politiche e sociali che percorrono un paese dai confini labili e insicuri, e particolarmente il conflitto israelopalestinese che lo insanguina, e ciò con spirito autocritico, travaglio umanistico e alto valore letterario. Leggere i suoi romanzieri, poeti, saggisti è fondamentale per capire Israele ed è anche un buon antidoto all’antisemitismo e all’antisionismo.

E in Italia? Che cosa le sembra della destra oggi al governo?

Giorgia Meloni e Ignazio La Russa

Non c’è nulla di quanto dica e faccia che mi trovi consenziente. Penso che l’Italia che essa ha in mente e che sta cercando di realizzare non abbia nulla a che fare con quella faticosamente e imperfettamente nata dalla Resistenza e poi pensata e trascritta dai nostri padri costituenti. Penso anche che non siano casuali i frequenti presunti infortuni di lingua o di narrazione commessi dai suoi rappresentati politici. Non è possibile per esempio che le falsità dette dall’on. La Russa attorno all’attentato di via Rasella, che collidono totalmente con l’assodata verità storica, siano frutto di una inammissibile ignoranza dei fatti, anziché di un deliberato tentativo di far passare quella sua lettura come quella vera, salvo a dire poi, quando si è presi in castagna, di essere stati fraintesi o di essersi espressi male. Ma così si dice ancora una volta il falso, perché l’intento è quello di tastare il polso dell’opinione pubblica, facendo circolare la notizia falsa, perché in qualche modo essa sopravviverà e si aggiungerà utilmente a tutte quelle similari che l’hanno preceduta.

Lei nella sua vita è stato molte cose: avvocato, sì, ma poi soprattutto scrittore, saggista, poeta.

Emilio Jona in una foto da giovane

Credo, spero di aver saputo contemperare le mie due attività, dividendole così: di giorno a Biella l’avvocato, di notte a Torino quella di scrittore e studioso di oralità popolare.

C’è poi questo suo ultimo libro: “Essere altrove- Scritti sull’ebraismo”. Posso chiederle come ha scelto gli articoli da pubblicare?

Ho cominciato a collaborare ad Ha Keillah già avanti negli anni, nel 1988. Non avevo mai scritto nulla sull’ebraismo, se non alcune poesie con qualche segno di questa mia identità, in apparenza marginale, anche se mi sentivo vicino al pensiero del gruppo torinese di studi ebraici(GST) di cui Ha Keillah era l’espressione cartacea. Vi ho scritto su quasi tutti i numeri per una trentina d’anni. Poi durante il covid ho riletto i miei articoli e ho steso qualche pagina di pensieri attorno; mi sembrò che quegli articoli avessero ancora un qualche senso e durata, che un filo rosso li percorresse e li unificasse e che fossero anche scritti con un certo garbo.

Essere altrove raccoglie una selezione di scritti per Ha keillah

Ipotizzai che ne potesse nascere un libro. Ne parlai con il direttore editoriale di Neri Pozza, che era l’editore di 4 miei precedenti libri, che si mostrò interessato, mi suggerì di ampliare e approfondire la prefazione e di fare una scelta rigorosa dei temi e degli articoli. Obbedii e il libro uscì nel 2022 e non passò inosservato.  Esso non segue un percorso temporale ma tematico; dopo un’ampia prefazione, in cui ho cercato di dare conto delle ragioni delle mie scelte, il libro è diviso per sezioni: l’identità ebraica, antigiudaismo e antisemitismo, la Shoah, il dialogo ebraico tedesco, persone, Israele /Palestina, a donna in oggetto, romanzi e saggistica varia.

Che idea ha dell’ebraismo italiano oggi?

Ne ho un’idea molto dall’esterno. Vivo a Torino, ma sono iscritto alla comunità delle mie origini, quella di Biella, Vercelli, Novara, erbania, che non raggiunge le cento unità ed è virtuale più che reale. Conosco la comunità torinese attraverso il GST, la sua rivista e le sue iniziative che stanno all’interno di un ebraismo tollerante e di sinistra, anche quando rispetta parte delle mitzvoth, non frequento la sinagoga che il giorno di Kippur, perché amo in quella occasione raccogliere e benedire mio figlio e le mie nipoti sotto il talled che apparteneva a mio padre. E guardo con sofferenza e tristezza le grandi comunità scivolare sempre più a destra, dominate da una acritica partecipazione allo stato d’Israele e da una benevola attenzione per questa Italia postfascista.

Lei è ebreo, di sinistra in una piccola provincia dove ormai di ebrei quasi non ce ne sono più: è faticoso essere sempre in minoranza?

Direi che essere ebrei è un vizio, una vocazione, una virtù segreta e una fatalità. Noi siamo un’infima minoranza e anche per questo le mie frequentazioni e le mie amicizie sono in tutta prevalenza fuori dall’ebraismo, non vivo quindi in una condizione di minoranza e non mi sento affaticato per questo mio stato, ma sono anche consapevole che tutto potrebbe inopinatamente cambiare, come avvenne nel 1938.

Se dovesse definire l’ebraismo cosa risponderebbe?

“Pesach”, di Lele Luzzati

Ho cercato nella introduzione a “Essere altrove” di rispondere, dal mio modesto punto di osservazione, a questa complicata domanda. Comincerei col dire che è una cultura osmotica, un ponte, un luogo di passaggio e di confluenza con altre culture e che è piena di contraddizioni, perché è fondata su di un testo, la Torah, che ha seicentomila possibili interpretazioni, perché seicentomila, dice il commento, furono gli ebrei fuggiti dal regno dei Faraoni. Ma già la stessa Torah è un interpretazione perché è la  traduzione della parola divina in un linguaggio umano, e quindi questa sua apparente unitarietà è già originariamente duale e contradditoria, perché la sua genesi proviene per alcuni da un’unica fonte ispirata o dettata direttamente da Dio e per altri è un materiale certamente straordinario, ma niente affatto unitario, ribollente e pulsante, stratificatosi in un tempo lungo, con quattro o cinque livelli autoriali, con favole assurde, storie reali e irreali, frutto del pensiero di uomini d’eccezione, occupati a cercare le proprie origini e a darsi una ragione del perché erano al mondo. Sono due modi di leggere e di pensare il testo sacro che cambiano totalmente la nostra prospettiva, perché se provengono da Dio dobbiamo osservare scrupolosamente le sue norme, perché se si sposta un solo mattone cade tutto, mentre nel secondo caso, penso all’illuminismo ebraico, al Maharal di Praga, a Spinoza, la lettura tradizionale va mediata con il pensiero della scienza e di una filosofia razionale.

Praga

Ora il pensiero ebraico è un pensiero che indaga su sé stesso, un punto di vista di minoranza che, come osservava Stefano Levi della Torre, è un pensiero del due e non dell’uno, che privilegia la parte sul tutto, il soggetto rispetto al dato, il personale rispetto all’impersonale, ed è un pensiero fondato sulla memoria piuttosto che sulla storia, la parola ricorda (zakhor) ritorna nella Torah 160 volte. Ma tanti e diversi sono i suoi volti  nel tempo, legati ad una diversa lettura del testo sacro; vi è quello delle comunità russo-polacche-baltiche, poi distrutte dal nazismo, dove il tempo esilico è tutto rivolto all’attesa del messia e il ritorno in Israele è religioso e non statuale, e quello del sionismo tardo ottocentesco, dove la Torah è assunta come strumento di acculturazione nazionale e di coesione identitaria, e poi quella che nasce nel 1948 con la proclamazione dello stato, che vede la nascita di un ebreo nuovo, concreto, combattivo, contadino e operaio,  critico verso l’ebraismo diasporico, che si sarebbe fatto ammazzare senza opporre resistenza.

manifestazioni di protesta in Israele

Per un altro verso il pensiero ebraico occidentale nel novecento si arricchisce di tanti aspetti e sfumature quanti sono  i suoi protagonisti: quello di essere una combinazione paradossale tra popolo e religione,  o il guardiano del senso dell’alienazione e dell’estraneità o di  riflettere uno status che non si cancella, come una sorta di alterità costituzionale che porta dentro, insieme a secoli di emarginazione e  persecuzioni, un ermeneutica raffinata e complessa e  un metodo di pensiero fondati sul commento e l’attualizzazione del  libro che fonda l’ebraismo, il che costringe ad ricca ginnastica mentale. Ed è anche una lettura che giunge oggi, in alcune sue frange estreme, ad esiti che potrebbero essere pericolosi e fatali per la sopravvivenza d’Israele e dello stesso pensiero ebraico, perché uscita distrutta dagli shel essa è rinata e cresciuta altrimenti, con una proliferazione dissennata, nelle yeshivot d’Israele  e degli U.S.A  politicizzandosi e  proponendo e cercando d’imporre surrettiziamente nel paese valori e modi di vita irrealistici, arcaici, fondamentalisti e totalmente autoreferenziali.

E se dovesse definire il “suo”, di ebraismo?

Primo Levi (1919-1987)

Direi con Primo Levi che esso è impossibile e obbligatorio e che riconosco la storia della mia famiglia nelle  pagine di Primo del Sistema periodico dedicate all’ebraismo piemontese e al gas, inoperoso, nascosto, straniero, l’argon, che lo rappresenta,  ma aggiungo che esso non è più la mia storia, che sta piuttosto  nelle pieghe della mia risposta alla sua precedente domanda e nel fatto che il mio agnosticismo, il mio ebraismo laico, di margine e complemento, ebbe a urtare, come per Primo, contro il macigno della Shoah, che mi costrinse a fare i conti, nolente o volente, con la mia appartenenza a questa comunità colta, pensierosa, vilipesa e ingiustamente perseguitata.

2 risposte

  1. Bellissime riflessioni e considerazioni, tutte espresse con linguaggio pacato e colto, responsabile ed esperto di un Uomo che, al di là della diffusione dei suoi libri, dovrebbe a cura di chi ha titolo per rappresentare la Comunità Ebraica essere “utilizzato” per diffondere nella pubblica informazione e nella collettiva conoscenza i princìpi, gli ideali, i sentimenti ed i valori dell’Ebraismo in modo appropriato e proficuo.
    Le intelligenze vere, profonde, fulgide ed oneste siano sprone ed indirizzo per chi ha a cuore veramente l’essenza dell’Ebraismo ed ogni giorno vive e lotta per realizzarne l’inveramento nella Società, garantendone la conoscenza e la affermazione: Emilio Jona è assolutamente una di queste intelligenze ed a lui va il tributo convinto di coloro che si riconoscono sinceramente e pienamente nel suo dire.

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