Faccio il mercante d’arte per passione e per tradizione

Jo Helly Matalon Nahmad, mercante d’arte, racconta su Riflessi della sua professione, ereditata da una famiglia con le radici in Siria e il futuro tra Roma, Milano e New York

Caro Joe, la tua passione per l’arte da dove inizia?

Sono nato in una famiglia di banchieri, mercanti d’arte, filantropi, e profughi. Mia madre viene da Aleppo, la sua famiglia è emigrata in Italia ed Inghilterra, ma anche più lontano: in Sud America e Stati Uniti. Mio padre viene da Alessandria d’Egitto e alla fine degli anni ’50 ha stabilito le sue radici a Milano. In famiglia abbiamo sempre avuto il senso dell’effimero e il gusto dell’impresa. Verso la maggiore età ho sentito di voler proseguire una delle scie che la storia di famiglia mi aveva aperto, la valorizzazione e il commercio dell’arte. Mi sembrava il modo più bello sia per seguire la mia passione e sia per dare importanza a storie di uomini, idee, rivoluzioni, cambiamenti, rimanendo in un campo tanto spirituale quanto concreto. Da allora non ho mai cambiato sguardo sul mio lavoro, e anzi, trovo ogni anno conferma di questo sentimento giovanile.

Edomond Safra, figlio di Jacob

Mi parli un pò di più della tua famiglia?

Come ti ho detto, mia madre viene da Aleppo, in Siria; suo padre è un Nahmad, sua madre una Safra. Hillel Nahmad, mio nonno, e suo cognato Jacob Safra, erano banchieri. Parliamo della prima metà del ‘900, quando si erano già trasferiti a Beirut, in Libano. Jacob fu sempre un grande filantropo, a favore di Israele, e fondò la banca Safra, ancora oggi attiva. I Nahmad invece, diventarono in seguito dei mercanti d’arte nella Milano tra la fine anni’50 ed i primi anni ’60, per poi aprire delle gallerie a Londra e New York. Era l’epoca d’oro di Fontana, Morandi e Burri. Furono amici fra gli altri di De Chirico, Dalì e Picasso. Sono diventati dei collezionisti e dei noti galleristi d’Arte Moderna, spaziando dal Cubismo all’Impressionismo e dallo spazialismo al Post War, avendo il privilegio di poter trattare artisti quali ad esempio Matisse, Monet, Kandinsky e Modigliani. Per quanto mi riguarda oggi, ho una società che fornisce servizi di Advisory e Consulenza per l’Arte Moderna tra l’Italia e gli Stati Uniti.

Cos’ è l’arte per te, nel quotidiano?

A casa mia è stato sempre normale avere un’opera d’arte davanti agli occhi. Arrivi quasi a giocare, ridere e scherzare con i quadri e gli oggetti d’arte. Ti suscitano tante emozioni diverse, finisci per interiorizzarle, crescendo le guardi ogni volta in modo diverso.

Il mercato dell’arte è davvero globale?

la sede di Christie a New York

Si, è così. A casa mia si parlano 5 lingue, di cui 4 quotidianamente a tavola: francese, arabo, inglese e italiano, per ultima. Questo mi ha aperto molte porte; infatti, pre-covid, viaggiavo tutte le settimane, facendo la spola tra Milano e New York, il mercato principale per l’arte; l’Italia però rimane un’ottima base per muoversi e viaggiare.

E col Covid?

In questo periodo, con tutte le restrizioni, manca molto l’aspetto umano del mio mestiere. Il contatto con gli altri mercanti e con i clienti, l’opportunità di vedere un’opera dal vivo nei paesi più disparati, magari sfruttare un’occasione improvvisa e inaspettata.

Per esempio?

David Nahmad, zio di Jo, con Salvator Dalì

Una volta, poco prima di prendere un aereo, mi chiamò un collega chiedendomi se potevo dare un’occhiata ad un gruppo di opere di Salvador Dalì che però non avevano una certificazione. Scelsi d’impulso di andarle a vedere poiché mi aveva incuriosito la storia e la loro provenienza. Alla fine persi l’aereo, ma fu la scelta giusta, poiché si trattava di opere uniche nel loro genere, dove si poteva apprezzare un Dalì nel pieno della sua essenza, con forme dai colori vividi e brillanti che rimandavano ai paesaggi di Cadaques, incastonati tra il mare e le montagne dove lo stesso Dalì ha vissuto buona parte della sua vita.

Senza potersi muovere molto, immagino che avrai lavorato online.

In effetti, nell’ultimo anno le aste on line hanno avuto un grande balzo in avanti, e hanno avuto il merito di avvicinare un pubblico molto più giovane, culturalmente più avvezzo al digitale. Seppure per le opere più importanti il contatto personale resti necessario. In ogni caso, oggi, con maggiore liquidità nei portafogli e avendo molti risparmiato durante i vari lockdown, esiste la volontà di voler diversificare per diminuire il rischio volatilità e l’arte rimane quindi una valida alternativa.

Ci aiuti a comprenderlo meglio? Per esempio, la clientela che compone questo mercato, che caratteri ha?

Direi molto trasversale ed internazionale. Si può credere che l’arte sia per pochi, per i più snob. Invece l’arte parla sempre un linguaggio universale.

Chi sono i tuoi clienti?

Dubai è sede dell’Expo

Variano. A seconda di quello che si cerca. Magari può essere una coppia giovane, più orientata all’arte contemporanea e con un budget più limitato. Per opere più importanti parliamo di una persona mid-age, che ha già una professione avviata, e vuole diversificare e investire, oppure semplicemente vuole coltivare una passione. In generale, direi che al 60% sono uomini legati ai mercati finanziari, al real estate, alla nuova ricchezza dell’high tech; infine i nuovi ricchi: cinesi, russi, in arrivo dal medio ed estremo oriente: Emirati, Hong Kong e Singapore. In questo caso esiste anche una sfida nell’educare questo tipo di clienti alla Storia dell’Arte poiché l’approccio può essere superficiale.

Hai anche clienti italiani?

Certo. Costituiscono circa un terzo del totale, concentrati prevalentemente nel Nord d’Italia, forse anche per un fattore culturale: esiste un tessuto importante di gallerie, fiere ed istituzioni, oltre che una predisposizione più naturale all’arte moderna e contemporanea.

Ma per entrare in questo mondo, di che budget occorre disporre?

Enrico Spalletti, “Il cielo in una stanza”

Il mio core business è il mercato secondario, legato cioè ad artisti che hanno già prodotto e sono noti, per cui i prezzi si muovono di conseguenza. Compro e rivendo artisti che hanno già delle vendite primarie. Detto questo, direi che oggi, se qualcuno volesse costruire una collezione anche solo d’arte contemporanea, a seconda delle esigenze lo indirizzerei verso alcuni artisti emergenti che seguo con attenzione, unendo qualità a prospettive interessanti di crescita. Nel mio background c’è infatti anche una galleria d’arte contemporanea tenuta con alcuni soci, dedicata appunto ad artisti emergenti italiani, israeliani ed internazionali che aveva delle sedi in Italia e nel quartiere glamour di Nevè Tzedek a Tel Aviv, quindi è un tema che mi è piuttosto famigliare.

Puoi fare qualche cifra?

Kandisky, “Giallo, rosso, blu”

Con 30.000 euro si possono acquistare opere di artisti giovani, emergenti. Questo budget è finalizzato più al piacere che all’investimento. Con 50.000 euro si può comprare qualcosa di più concreto: per esempio sei o sette lavori emergenti, oppure  un lavoro minore di un artista mediamente affermato. Se si vuole però cominciare a realizzare una collezione davvero interessante, occorre orientarsi a partire dai 100.000 euro in poi.

C’è un periodo dell’anno migliore per fare affari?

Direi il periodo delle vacanze; sai, la gente è più tranquilla, ha meno impegni e la mente più libera.

Hokney, "piscina con tre artisti"
Hokney, “piscina con tre artisti”

Fino adesso ti ho chiesto dei tuoi clienti, ma non di te. Che competenze deve possedere un mercante d’arte?

Competenze legate alla storia dell’arte ed economia. È importante conoscere gli artisti che hanno dato un contributo significativo ad una corrente o a un periodo di riferimento, io per esempio sono specializzato negli ultimi 150 anni, ho una laurea in economia nel settore arte, cultura e comunicazione, presa alla Bocconi, che unisce competenze finanziarie a materie umanistiche con un focus sul mercato dell’arte. Per essere un mercante d’arte occorre infatti avere competenze simili a quelle del critico, ma allo stesso tempo c’è un aspetto economico che va finalizzato, e che richiede fondamenti di economia e commercio. Dopo la preparazione, c’è poi l’esperienza. Si puòcominciare lavorando per un mercante o una casa d’aste. Io sono andato da Christie’s, negli Usa, e lì si può apprezzare il lavoro quotidiano che c’è dietro questa professione. Riesci ad avere il polso del mercato ed entri in contatto con ilmondo del collezionismo, ti rendi conto davvero che il mercato dell’arte è un mondo che abbraccia interessi, sogni e passioni diverse dai libri antichi, alle automobili ma non solo.

Tu che esperienza hai fatto?

un’opera di Max Ernst

Come ti ho detto, da Christie’s, New York, al Rockfeller Center. Il primo dipartimento nel quale ho lavorato è stato quello di “Pop Art and Memorabilia”. Ci occupammo della vendita di tutti gli effetti personali di Marlon Brando; ricordo ancora l’emozione di tenere in mano lo script originale del “Padrino” con le correzioni fatte a penna proprio da lui. Fu poi il lotto che realizzò il record d’asta.

La tua identità ebraica in qualche modo entra nel tuo lavoro?

(continua a pag. 2)

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